Una paranza al passo coi tempi, oggi è "altamente impattante". Il Cnr studia soluzioni per la pesca sostenibile a Lesina

La laguna potrebbe rappresentare un modello per la gestione delle acque interne. Il progetto Catch Up Fish si ripropone di risolvere il problema della cattura accidentale di specie sotto taglia

La Paranza, sistema di pesca tradizionale della laguna di Lesina, deve "adeguarsi ai tempi". I primi risultati del progetto Catch Up Fish rivelano che è poco selettiva e "altamente impattante" e va ripensata perché diventi sostenibile.

I pescatori che solcano il lago con i loro sandali, tradizionali imbarcazioni che ricordano vagamente le gondole, sono chiamati a cambiare mentalità, a diventare imprenditori di se stessi, in una parola a innovare. A un annetto dell'avvio del progetto 'Sviluppo di metodologie innovative per lo sfruttamento sostenibile delle risorse biologiche nella laguna di Lesina', abbreviato con Catch Up Fish che sta per 'recupero del pesce', finanziato nell'ambito del programma operativo Po Feamp - che mira per l'appunto a favorire la gestione sostenibile delle attività di pesca e acquacoltura - e nato dalla collaborazione tra il Cnr Irbim (Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine) di Lesina e la Regione Puglia, le prime risultanze sono già piuttosto significative.

"La paranza è un sistema di pesca tradizionale che ha un suo valore storico e culturale, questo bisogna sottolinearlo, noi non vogliamo eliminarla, però, siccome viene attuata come si faceva 50-60 anni fa, è insostenibile oggi". A illustrare, al giro di boa, le conclusioni dei primi studi è Lucrezia Cilenti, coordinatrice del progetto, da 13 anni ricercatrice Cnr presso l’Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine, referente del Cnr-Irbim di Lesina. "Abbiamo osservato che il 75% delle catture sono considerate by-catch e quindi bisogna ridurre, utilizzare degli attrezzi alternativi, sostituirli, rendere più partecipi i pescatori nelle decisioni politiche e anche guardare alla laguna come un bene che offre svariati servizi ecosistemici che sono quelli del cibo, delle attività ludiche oltre a quelle delle pesca".

Lo scopo del progetto è risolvere il problema degli scarti della pesca, fenomeno ampiamente studiato per la pesca su larga scala, mentre nella pesca artigianale su piccola scala - che rappresenta circa il 99% a livello mondiale - è poco indagato. Lesina potrebbe rappresentare un modello in scala di buone pratiche per costruire i piani di gestione delle lagune e delle acque interne. Il progetto continuerà per circa sei mesi: a marzo i ricercatori dovrebbero avere un quadro completo.  

"La finalità è attuare una pesca sostenibile nei bacini interni", afferma Lucrezia Cilenti. Il by-catch sono quei pescetti che finiscono nelle reti senza volerlo. "Quando si va a pesca si vuole catturare un determinato tipo di pesce, per esempio a Lesina la specie target sono le anguille, le spigole, le orate. Spesso e volentieri, invece di queste specie, oppure insieme a queste, capitano altri tipi di pesce: possono essere organismi sotto taglia, per esempio le mugilidi, quindi piccoli cefali, che dovrebbero essere rigettati perché i regolamenti non consentono la loro vendita, oppure possono essere delle specie, sempre di piccola taglia, ma che non hanno alcun valore commerciale, come l'Aphanius fasciatus (nome comune nono) che tra l'altro è anche inserito nelle liste rosse dell'Iucn, Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Oppure, ancora possono essere specie aliene, come la Callinectes sapidus, il fenomeno del granchio blu, che ha uno scarso valore commerciale ma perché non è conosciuto, invece magari attuando una buona comunicazione può avere un valore di mercato più alto e contribuire così anche al suo sfruttamento perché queste specie aliene devono essere eliminate, eradicate dagli ecosistemi".

La paranza opera un'eccessiva pressione di pesca sull'ecosistema lagunare e soprattutto a carico di queste specie. "Bisogna ricalibrarla - chiarisce Lucrezia Cilenti - anche perché, nel frattempo, è cambiata la biodiversità e quindi bisogna utilizzare attrezzi nuovi, come delle nasse per esempio per i granchi, che tra l'altro vanno anche a rovinare le reti dei pescatori".

Il giro di vite richiede, però, anche nuove norme. "Ad oggi Lesina, come le acque interne regionali, non ha regolamenti. Bisogna adattarli ai tempi di oggi, al numero degli operatori e diversificare non solo le produzioni ittiche ma anche gli attrezzi".

Secondo lo studio dei ricercatori, funzionano le reti e i bertovelli modificati aumentando la maglia e sono stati testati con successo per il by-catch i sistemi di mantenimento in vivo, in vasche a circuito aperto, con un progetto pilota del Cnr Irbim di Lesina. "Le vasche sono vicine alla riva e peschiamo acqua direttamente dalla laguna. Non abbiamo somministrato neanche cibo in aggiunta e sono ben ossigenate perché facciamo otto cambi giornalieri. Si è ricreata la stessa biocenosi della laguna per cui le specie stavano proprio bene lì".

Quella descritta dalla biologa e ricercatrice Lucrezia Cilenti sembra una vera e propria nursery lagunare, con le sue incubatrici. "Abbiamo avuto tutte e cinque le specie di cefali presenti in laguna e le anguille. In queste floating boxes, ceste galleggianti, abbiamo provato a produrre le moleche dal granchio blu, un prodotto edibile nudo del granchio. Quando cresce ha bisogno di esuviare, quindi di uscire dalla sua corazza per ingrandirsi, e quando è in quello stadio è un prodotto edibile eccezionale. Questo aumenterebbe il valore economico: verrebbero a costare 70 euro al chilo, un enormità. Pensate alla ricchezza che ne potrebbe scaturire. Invece, sia le anguille di piccola taglia che i cefali, tenuti in una sorta di quarantena in queste vasche, sono stati poi ri-immessi in natura individuando quelle aree che sembravano essere depauperate che abbiamo osservato durante il nostro monitoraggio". Una volta ributtate in acqua continuano a crescere e poi i pescatori le ritroveranno nelle loro reti.

È una delle soluzioni studiate e prospettate anche nel corso di due workshop del progetto Catch Up Fish per discutere di bycatch che si sono tenuti in modalità telematica, con la partecipazione dei ricercatori del Cnr-Irbim e dell'Università del Salento e degli stakeholders, per trasformare un problema in risorsa. "Mi rendo conto che è una inversione di tendenza e di tradizione - conclude Lucrezia Cilenti - ma i pescatori devono diventare imprenditori di se stessi e capire quali sono le opportunità che la natura offre oggi".

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