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Giovanni Ippolito (immagine di repertorio)

Giovanni Ippolito (immagine di repertorio)

Rilfettori accesi dopo la morte di Marco, giovani bulli e 'analfabeti emozionali': denunce latitano ma "tanto sommerso"

Il punto dello psicologo della polizia, Giovanni Ippolito: "Pochissime le segnalazioni, meno di 10 all'anno. Ma c'è tanto sommerso"

Una generazione di ‘analfabeti emozionali’ che tra bulli (i ‘carnefici’) e bullizzati (le ‘vittime’) vede tanti, troppi, spettatori inermi, incapaci di distinguere il bene dal male, il lecito dall’illecito. L’unica ‘reaction’ che ci si può aspettare da loro sembra essere la scelta di una emoticon. Quando il dito opta per il ‘condividi’, invece, una scelta è stata fatta: significa far parte del gregge. O meglio del ‘branco’.

Quello del bullismo e cyber-bullismo è un fenomeno in crescita in tutto il Paese. Foggia inclusa, dove a squarciare il silenzio sul fenomeno sono state, nelle scorse settimane, le denunce e gli appelli dei familiari di Marco Ferrazzano, forse spinto al suicidio dalle continue condotte di cui era vittima. Alcune di queste erano state rilanciate sui social, dove ci sono pagine (una, in particolare, cancellata in tutta fretta) che fanno da detonatore di soprusi e condotte umilianti.

In Italia, secondo i dati dell’Osservatorio Indifesa 2020 di Terre des hommes e Scuolazoo, il 61% dei giovani ha affermato di essere stato vittima di bullismo o di cyberbullismo nell’anno del Covid. E il 68% ammette di esserne stato testimone. Non c’è restrizione o lockdown che tenga: il fenomeno, infatti, si è spostato - armi e bagagli - nella rete, dove non conosce più orari né piazze fisiche. Non è un caso se nel 2020, la polizia ha registrato un incremento del 77% di tutti i reati commessi online. Ma a Foggia le denunce latitano, le segnalazioni alla polizia (che prima partivano spesso dalle scuole) si contano sulle dita di due mani. “C’è molto sommerso”, spiega Giovanni Ippolito, psicologo della Polizia di Stato, in servizio presso la questura di Foggia.

Dottore,

il caso di Marco Ferrazzano e le denunce dei suoi familiari hanno acceso i riflettori su Foggia, dove il fenomeno sembra essere non solo presente, ma anche radicato e amplificato attraverso propaggini social. Qual è la realtà cittadina?

Stando alle segnalazioni e alle denunce formalizzate, sembrerebbe essere ben al di sotto della soglia nazionale. Ma è ipotizzabile che ci sia un grande sommerso al riguardo. Troppo spesso i ragazzi hanno paura di denunciare, non chiedono aiuto e non si rivolgono agli adulti. Quindi il rischio è questo: se non è l’adulto di riferimento a cogliere eventuali segnali di malessere è difficile che arrivi una segnalazione a chi di dovere per procedere fino ad individuare i responsabili.

Quante sono state le segnalazioni pervenute nell’ultimo anno?

Direi poche, al di sotto delle 10 segnalazioni, che spesso non sfociano nemmeno in una vera e propria denuncia. Adesso che le scuole, causa restrizioni Covid, sono a mezzo servizio c’è stato un calo ulteriore. In questi anni, infatti, gli istituti scolastici sono stati di grande aiuto sia nell’evidenziare casi sospetti di bullismo, sia nella programmazione di attività di sensibilizzazione sul tema.

Come e quanto la pandemia (con tutte le restrizioni annesse) ha inciso sul fenomeno?

Direi molto. In questo periodo abbiamo passato tutti molto più tempo sulla rete. Tutte le attività, lecite e illecite, sono state traslate lì. Con la pandemia c’è stato un aumento generale - le statistiche nazionali parlano di un aumento del 77% - di tutti i reati online, ma questo periodo ha inciso terribilmente anche sullo stato di salute dei ragazzi: chi aveva una propensione alla violenza e all’aggressività è ‘scoppiato’ in rete, chi mostrava un’indole più fragile è rimasto intrappolato.

Quindi era una deriva che poteva essere prevista?

Assolutamente sì. Non a caso, lo scorso anno la questura di Foggia ha organizzato una videoconferenza sul tema del cyberbullismo e sui rischi della sovraesposizione alla rete. Di questo se n’è parlato tanto, ma se ne dovrebbe parlare di più.

Sono due facce della stessa medaglia: da una parte c’è l’isolamento sociale, dall’altra la propensione al ‘fare gruppo’ sui social o altre piattaforme di messaggistica…

Gli adolescenti, in generale, tendono a cercare il gruppo sociale di riferimento e ad identificarsi con esso. Non potendolo fare nella vita reale lo fanno sui social, che però spesso sono una deformazione della realtà. Online si è più disinibiti (con tutti i pericolo connessi), più aggressivi, più pericolosi. L’esposizione a internet è continua: il bullismo tradizionale aveva degli orari e dei luoghi fisici, adesso è incessante perché la connessione è h24 e non esistono più limiti spazio-temporali. Inoltre, si è abbassata notevolmente anche la soglia d’età di utilizzo della rete, che viene usata in totale autonomia anche dai bambini. Purtroppo ci sono tanti genitori che credono che avere il figlio in casa, collegato ad internet, sia più sicuro che fuori casa. Ma non è sempre così. E’ un’idea di finta sicurezza. Lasciare bambini e adolescenti soli davanti a un computer è come far attraversare loro la strada: può andar bene, ma può essere molto rischioso.

Come è possibile riconoscere un ‘bullo’ e quindi fermarlo?

Ci sono tanti segnali da poter cogliere, ma bisogna saperli leggere. Spesso il bullo ha una impulsività molto pronunciata. E’ aggressivo e incapace di esprimere in modo costruttivo il proprio stato d’animo. Cerca di essere al centro di un gruppo e fa’ di tutto per esserlo. E’ un soggetto che non rispetta le regole e che non prova sensi di colpa. Spesso non è brillante a scuola ed è costantemente, in tutti gli ambienti sociali, prepotente e ribelle. In alcuni casi, possono esserci anche storie di abusi familiari o prepotenze vissute, che si sono cristallizzati in modelli sbagliati di riferimento.

Come si può quindi intervenire?

Sicuramente è necessario comprendere i motivi per cui c’è questo comportamento e lavorare sull’origine. Se si individua una situazione familiare, ambientale o culturale sfavorevole, per il quale l’unico linguaggio appreso è quello della violenza e della prepotenza, va fatto un intervento globale. Se invece è la manifestazione di una sofferenza o di un disagio bisogna intervenire sul soggetto, sulla sua incapacità di gestire le proprie frustrazioni e comprendere le sofferenze altrui.

Tanto nel reale quanto nel virtuale le dinamiche del fenomeno sono le stesse. Cosa spinge i ragazzi a riunirsi in ‘branco’?

Uno dei principali meccanismi di ‘disimpegno morale’ è cercare di distribuire la responsabilità su un gruppo. Gli adolescenti cercano il gruppo sociale di appartenenza e spesso, per avere un ruolo al suo interno, assecondano ideali di forza fisica e di prevaricazione per mettersi in luce. Il problema è che il gruppo fornisce non solo alibi al bullo, ma anche un sostegno a queste condotte.

In casi acclarati di bullismo, è possibile evidenziare una sorta di corresponsabilità nei confronti di chi ha alimentato il gruppo, anche semplicemente con like o commenti?

Sì, assolutamente. Sul piano giuridico, molte sentenze hanno evidenziato che una pagina social o un gruppo whatsapp è del tutto analogo ad una piazza reale. Quello che accade in un gruppo online è come se venisse fatto in strada. Pertanto la corresponsabilità c’è ed è grande tanto quanto la divulgazione del materiale. Gran parte del lavoro che facciamo in materia di sensibilizzazione e prevenzione del fenomeno è incentrata proprio su questo: far capire ai ragazzi come le loro azioni da una parte possono offendere o provocare sofferenze, dall’altra avere gravi risvolti e conseguenze sul piano giuridico oltre che morale ed etico. La difficoltà maggiore, oggi, è riuscire a entrare in contatto con le emozioni, le proprie e quelle che prova la vittima.

Ovvero?

E’ necessario un serio lavoro di ‘alfabetizzazione emotiva’. Il più delle volte il bullo e chi partecipa alle azioni de-umanizza la vittima e la colpevolizza per la sua sofferenza. Non percepisce le sue emozioni e infierisce in modo sempre più crudele e cruento.

Sembrerebbe il meccanismo di accanimento denunciato dai familiari di Ferrazzano. Per quello che le è dato sapere ci sono altre realtà simili, altre pagine potenzialmente pericolose?

Sul caso specifico ci sono indagini in corso per cui non posso esprimermi al riguardo. Sicuramente ogni pagina segnalata, nella quale si possono ravvisare condotte bullizzanti, umilianti, lesive della dignità e della persona, viene oscurata in brevissimo tempo dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni. Ma spesso queste segnalazioni arrivano troppo tardi, quando la pagina ha preso già il volo e ogni follower ha aggiunto la propria dose di sofferenza per la vittima. L’idea che la propria umiliazione diventi virale è un carico ulteriore. Una volta una vittima mi disse: “Ora tutto il mondo sa”. È una idea forte, un peso spesso ingestibile: adesso l’umiliazione e la sofferenza non hanno limiti.

La rapida e semplice diffusione di questi materiali è figlia dell’indifferenza o siamo diventati un po’ tutti analfabeti emozionali?

Sono tutti fenomeni di ‘disimpegno morale’, ovvero quelle strategie cognitive con cui i ragazzi giustificano le loro azioni. “Mi ha provocato”, “Se l’è meritato”, “Se l’è cercato”, “Stavamo scherzano”, “Era un gioco”. Analfabeti dal punto di vista emotivo, è come se fossero anestetizzati e non riuscissero a percepire la sofferenza dell’altro e il danno che fanno nel momento in cui condividono un gesto di umiliazione o sofferenza. Basterebbe che ognuno interrompesse la catena per limitare i danni. Ed è per questo che noi puntiamo molto sul lavoro sulle emozioni. Le conseguenze possono essere gravissime: dalla depressione ad atti definitivi contro sé stessi.

Queste sovrastrutture, questo continuo sminuire le proprie condotte, crollano dinanzi ad una possibile responsabilità? Ad esempio, quando una condotta reiterata si trasforma in una istigazione al suicidio…

Solo in alcuni casi. Negli altri si innescano meccanismi di difesa psicologici per allontanare da sé eventuali responsabilità (e tutto il carico emotivo che ne consegue).

Ci sono dei campanelli d’allarme che possono indicare una potenziale vittima?

Le ‘vittime-tipo’ sono soggetti più ansiosi, più chiusi, fragili, timidi. Spesso vengono prese di mira quelle persone che non hanno una rete sociale di sostegno. Nel bullismo c’è sempre una asimmetria di potere, a livello fisico, psicologico e sociale. Per un genitore è importante capire se il figlio ha interessi, amicizie consolidate, autostima. Bisogna fare attenzione a cambiamenti nel rendimento scolastico o nelle abitudini sociali (ad esempio un progressivo e voluto isolamento o una difficoltà nella gestione dell’emotività). Altre volte il malessere può somatizzarsi ed esprimersi con nausea, disturbi gastro-intestinali e mal di testa. Non è detto che questi segnali dipendano da una situazione di vittimizzazione, ma sono indici di una sofferenza. E per questo non devono essere sottovalutati.

E’ capitato di recente che dei genitori denunciassero un figlio bullo o è più frequente la tendenza a giustificare, sminuire?

Purtroppo mi sono capitati quasi sempre genitori impegnati più a sminuire che a redarguire le condotte dei figli. Sono pochissime le famiglie che si mettono in discussione come primo passo per un cambiamento. Al contrario, l’atteggiamento di difesa rinforza il comportamento e, come confermato dalla prassi, i bulli che ricevono rinforzi sono i più esposti a commettere reati: estorsioni, minacce, lesioni.

Quindi quali sono i comportamenti da consigliare?

Innanzitutto bisogna fare molta attenzione agli stati emotivi dei figli, ai cambiamenti umorali alle sofferenze più o meno celate. I ragazzi fanno molta fatica a rivolgersi agli adulti e, quando trovano il coraggio di farlo, bisogna fare attenzione a non sminuire il loro disagio: “Vedrai si risolverà”, “Capita a tutti”, “Passerà”. Va monitorato il loro stato di salute e prestare attenzione a cosa fanno su internet ricordando che, spesso, sono più bravi di noi a cancellare dalla cronologia ciò che vogliono. Bisogna condurli per mano in questo ambiente che, più sarà utilizzato, più sarà pericoloso per tutti. Inoltre bisogna far capire loro il limite tra lecito e illecito. Molto spesso i ragazzi inconsapevoli di commettere un reato: ingiurie, atti persecutori, violazione della privacy, lesioni, minacce e altro sono reati puniti dal codice penale. La legge non ammette ignoranza.

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