Lunedì, 20 Settembre 2021
Cronaca

'La quarta mafia', 40 anni di sangue e crimine. Preoccupa 'fascia grigia'. Il pm Laronga: "Società civile fondamentale"

Il volume, edito da Paper First, ripercorre la storia e le evoluzioni delle mafie di Capitanata attraverso fonti giudiziarie e documenti investigativi messi 'a sistema' dall'autore, procuratore aggiunto a Foggia

Quarta Mafia. Il titolo è secco e diretto. Rivendica l’attenzione, troppo spesso negata, sui fenomeni mafiosi che da decenni insanguinano e avvelenano la terra di Capitanata. Ovvero quel territorio, al nord della Puglia, che l’autore del volume - Antonio Laronga, in magistratura dal 1993 e oggi procuratore aggiunto a Foggia - ha imparato a conoscere e a leggere anche attraverso il filtro del condizionamento mafioso.

Il volume, edito da PaperFirst, ripercorre 40 anni di vicende di sangue nel Foggiano. E lo fa attraverso fonti giudiziarie e documenti investigativi. Il metodo d’indagine viene applicato alla saggistica pura, per un racconto, come si direbbe negli ambienti, “inconfutabile e dall’apparato solido e robusto”.

Si compone di tre parti, ognuna dedicata ad una delle mafie che insistono sul territorio (quelle riconosciute con sentenze definitive): sono la Società Foggiana, la mafia del Gargano e la mafia di Cerignola. Tutto condensato nella definizione mediatica ‘Quarta mafia’, che indica una criminalità emergente che - come emerge dalle ultime relazioni della Dia al Parlamento - coniuga arcaicità e modernità, localismo e globalizzazione.

Il volume è stato presentato questo pomeriggio, in un incontro da remoto moderato dal giornalista e direttore di PaparFirst Marco Lillo, alla presenza del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, dell’inviato de ‘Le Iene’ Giulio Golia e dell’autore. Si tratta di un saggio per tanti versi necessario: “Sulle mafie pugliesi c’è davvero poco”, spiega Emiliano. “Eppure parliamo di un fenomeno orizzontale, pericoloso e difficile da indagare. Ma conoscere il nemico è il passo fondamentale per combatterlo”, spiega.

Un ‘nemico’ che Laronga ha conosciuto nel 1996 quando, allora pm di turno per la Procura di Lucera, venne allertato per un triplice omicidio sul Gargano. “All’epoca non si parlava di Quarta Mafia, ma di faida tra pastori”, ricorda. Qui toccò con mano la brutalità e la ferocia di quel codice mafioso, con il macabro rituale del colpo di grazia in volto come ‘firma’, delle lupare bianche con i corpi dati in pasto ai maiali.

“Erano bande feroci che nel corso gli anni si sono trasformate in vere associazioni mafiose”, spiega. “I contrasti tra famiglie per il controllo su terreni e bestiame si è evoluto col ricambio generazionale, che ha ampliato gli scopi associativi ad altri affari: dal narcotraffico al racket delle estorsioni”. Oggi, infatti, sappiamo che la Quarta Mafia è una mafia imprenditoriale, con business attivi su più fronti e sul territorio nazionale e internazionale.

“Sono organizzazioni non più arcaiche, hanno fatto il salto di qualità: si sono modernizzate, permeano l’economia sana del territorio e sono capaci di condizionare la vita pubblica e le pubbliche amministrazioni". Questo raccontano, ad esempio, i recenti scioglimenti per infiltrazioni mafiose dei comuni di Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia e Cerignola. “Occorre mantenere alta la soglia dell’attenzione soprattutto da parte della società civile”, rimarca l’autore

“La Quarta Mafia si è evoluta mantenendo intatto il suo lato più feroce: ha adottato il vecchio stile della camorra e della ndrangheta ma con una visione d’impresa”, spiega Giulio Golia, inviato de ‘Le Iene’ che, primo tra tutti i programmi mainstream, dedicò un servizio sul fenomeno. Nel volume, che da oggi è in vendita, si ripercorrono anche le vicende umane che hanno fortemente segnato gli esiti giudiziari. E’ il caso della garganica Rosa Di Fiore, donna di due boss poi diventata collaboratrice di giustizia.

Una storia che viene da San Nicandro Garganico: la donna fu moglie di Pietro Tarantino dal quale ebbe tre figli. Mentre la sanguinosa faida con i Ciavarrella andava avanti si legò all’acerrimo nemico del marito, Matteo Ciavarrella, dal quale ebbe un quarto figlio. Quando capì che la guerra ora era in famiglia, tra i suoi stessi figli, decise di collaborare con la giustizia contribuendo con le sue dichiarazioni a porre fine a quella vicenda (oggi tutti i soggetti coinvolti sono morti o sono condannati all'ergastolo).

Quel cono d’ombra che fino a pochi anni fa ha permesso al crimine di spadroneggiare sul territorio è stato spazzato via nel 2017, con la cosiddetta ‘Strage di San Marco in Lamis’. “Da allora lo Stato sta investendo molto nell’apparato repressivo sul territorio dauno”, rimarca Laronga. Cosa ha definito un tale radicamento del crimine organizzato nel Foggiano? La risposta, per il procuratore aggiunto è chiara: “Innanzitutto un contesto sociale non ostile e intriso di disvalori. Tutto questo ha costituito un humus favorevole al radicamento del crimine”. Non fa’ certamente di tutta un’erba un fascio, ma - evidenzia - “la comunità degli onesti è oggi piegata da un ventennio di violenze sopraffazioni. Hanno paura. La loro resistenza è fiaccata”.

Nelle grandi manifestazioni di piazza, però, si può leggere la voglia di riscatto delle nuove generazioni. Ma a preoccupare maggiormente è la cosiddetta ‘fascia grigia’: "Quei soggetti che non possono dirsi mafiosi perché non commettono direttamente reati, ma che con la mafia ci convivono, l’accettano e soprattutto non hanno intenzione di ribellarsi. Per questo - conclude l'autore - è fondamentale che l’azione dello Stato sia supportata dalla società civile. Per fare finalmente ‘terra bruciata’ attorno alle mafie locali restituendo dignità all’intero territorio”.

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