Rosa e Maria, le mamme-coraggio che hanno spezzato le mafie foggiane: "Per salvare i nostri figli dai padri"

Le storie nello speciale ‘Cose Nostre’, andato in onda ieri sera, sulle reti Rai. In 67 minuti, è stata ripercorsa una delle stagioni più violente e insanguinate vissute nella provincia di Foggia

La mafie di Capitanata spezzate da due donne. Distrutte dalle loro parole, dal loro coraggio, dalla forza di ‘salvare’ i rispettivi figli da un destino di potere e sangue. Loro sono Rosa Lidia di Fiore, la donna di due boss di San Nicandro Garganico, e Maria (nome di fantasia), compagna di uno dei più spietati killer della mafia di Cerignola, sgominata con l’operazione ‘Cartagine’.

“Non volevo che i miei figli diventassero come i loro padri. Essendo Ciavarella e Tarantino non avrebbero avuto la possibilità di essere normali”, spiega Rosa nello speciale ‘Cose Nostre’, andato in onda ieri sera, sulle reti Rai. In 67 minuti, è stata ripercorsa una delle stagioni più violente e insanguinate vissute nella provincia di Foggia. “I morti, quanti morti”, ricorda Maria. “In ogni pozzo di Cerignola c’era un cadavere”. E chissà quanti altri sono stati dimenticati nelle grotte e nelle grave del Gargano.  

Entrambe le donne sono diventate collaboratrici di giustizia per salvare i loro figli. Entrambe le donne sono ‘morte’ per rinascere con un nuovo nome e una nuova identità, in una località protetta. La storia di Rosa, collaboratrice di giustizia dal 2008, inizia a San Nicandro Garganico. Era la ragazza più bella del paese e fu ‘scelta’ dal boss Pietro Tarantino. Un cognome pesante nella cittadina garganica: famiglia di pastori dediti alla malavita, erano 7 fratelli, giovani e spietati. “Rubano bestiame, ma compiono anche rapine ed estorsioni, in un clima di omertà e paura”, spiegano nel servizio.

Nel 1981, i Tarantino entrano in conflitto con la famiglia di Matteo Ciavarella: pretendevano che testimoniassero a loro favore in un processo che vedeva loro imputati per furto di bestiame. Dopo il rifiuto, Matteo, la moglie Incoronata e tre dei loro figli (tra cui una bambina di appena 5 anni) sparirono nel nulla. Furono massacrati e dati in pasto ai maiali: questa l’ipotesi che prese corpo in quegli anni. Della strage fu accusato Giuseppe Tarantino, ritenuto la ‘primula rossa’ del Gargano.

Da allora tra le due famiglie fu guerra. Così fino agli anni Duemila, quando Pietro Tarantino, fratello di Giuseppe, e Matteo Ciavarella (nipote diretto dell’omonima vittima della lupara bianca di famiglia del 1981) divennero amici, addirittura complici in affari - furti, estorsioni, traffico di droga - pur disconoscendosi per strada. Pietro entra ed esce dal carcere e, in sua assenza, Matteo si prende cura della moglie e dei tre figli del 'collega'. Ma tra i due inizia una relazione, dalla quale nascerà anche un bambino.

La guerra ricomincia. Nel 2002 i Tarantino uccidono Antonio Ciavarella, padre di Matteo. “Da allora cambiò tutto”, confessa Rosa. Con la complicità della madre di lui, Rosa viene segregata in casa, umiliata e maltrattata. Anche quando aspetta il suo quarto figlio: la sua colpa è aver generato anche dei Tarantino. Nelle intenzioni di Matteo, tutta la famiglia rivale (e loro sodali) dovevano morire. E così è stato. La mattanza inizia nel giorno dei funerali di Antonio Ciavarella: da allora, uno dopo l’altro, tutti i fratelli Tarantino morirono, assassinati in modo cruento e violento.

Solo due sono sopravvissuti: Giuseppe, che era latitante (fu poi condannato all’ergastolo per la strage del 1981) e Pietro, marito di Rosa, che era in carcere. In paese si iniziano a contare i morti e quelli che dovranno morire. Rosa vede la suocera incitare il figlio ad uccidere ancora, lava con la varechina le sue mani sporche di sangue e Rosa capisce che i prossimi a morire sarebbero stati i suoi primi tre figli. Colpa del cognome che portavano. Capisce quindi di dover fare qualcosa, scappa e inizia il suo percorso con la giustizia.

“Nella provincia di Foggia non ci sono collaboratori di giustizia, ma ci sono state donne che hanno avuto il coraggio di dire ‘No’ e di collaborare. La potenza della mafia è il vuoto di comunità”, spiega Giuseppe Gatti, della Direzione nazionale antimafia. “Le donne sono più forti”, spiega Maria, compagna di uno dei più efferati killer della mafia di Cerignola. Da quell’uomo ha avuto un figlio, figlio di una violenza messa in atto per umiliarla. “Mio figlio è un capolavoro: onesto, pulito, tutto il contrario del padre”, spiega la donna, con la consapevolezza di aver fatto tutto questo solo per salvarlo. “Il suo contributo è stato fondamentale nella comprensione di un fenomeno mafioso dai mille volti, ignorato da 40 anni nonostante la lunga lista di morti”, commenta il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe.

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La storia di Maria è fatta di illusioni, mancate verità, scioccanti consapevolezze e infinite violenze. “Avevo 17 anni quando l’ho conosciuto”, racconta. “Non sapevo chi fosse. Passava con la macchina e ci guardavamo. Era educato, era l’unico di tutto il gruppo ad essere diplomato”. Per anni ha ignorato la reale identità del suo compagno, fino a quando i due non sono incappati in un posto di blocco dei carabinieri. “La donna del boss viene vista come una che comanda. Io no, ero in trappola. Le cose sono venute fuori piano piano. Erano schegge impazzite, sentivo parlare di omicidi e io volevo fuggire”. Ma non poteva. “Era il marzo del 1993. Mi portò in campagna, mi disse che il mio era stato un affronto, che senza di lui non ero nessuno. Mi fece spogliare e mi urinò in faccia, per umiliarmi. ‘Tutti hanno paura e tu non hai paura di me?’ disse”. “Poi mi violentò e mi picchiò a sangue. Io rimasi subito incinta, ma ero prigioniera. Guardavo dalla finestra e vedevo un campo di ulivi. Chiedevo aiuto al Signore. Poi la ragazza delle pulizie mi aiutò a raggiungere il treno. Ho partorito mio figlio e tre mesi dopo ho deciso di collaborare con la giustizia. Durante il processo (operazione ‘Cartagine’) lui mi insultava e gridava. Mi disse: ‘Quando tu ti dimenticherai, io mi ricorderò ancora e ucciderò te e tuo figlio. Ti ammazzo e ti pago (cioè vado in galera)”

Il video della puntata di 'Cose nostre' qui

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