Giovedì, 18 Luglio 2024
Cronaca

Il 'Game Over' dei collaboratori di giustizia alle batterie mafiose di Foggia

Alfonso Capotosto, Giuseppe Folliero e Carlo Verderosa sono tre soggetti dei clan delle batterie di Foggia dei Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla che hanno scelto di collaborare con la giustizia e hanno permesso di svelare gli affari illeciti dei clan, droga ed estorsioni

Alcuni collaboratori di giustizia, ora sotto protezione, hanno offerto un contributo rilevante ai fini dell’operazione ‘Game Over’ - attraverso un racconto chiaro e puntuale sulla gestione e sulle modalità operative del traffico illecito delle sostanze stupefacenti. Nelle loro esposizioni, in modo costante e coerente con le emergenze investigative, hanno indicato l'identità, i ruoli e le mansioni dei soggetti coinvolti, i canali di rifornimento del narcotico, le regole del ‘Sistema", la suddivisione delle liste di ‘grossi’ spacciatori e dei ‘piccoli’ pusher, nonché l'obbligo da parte di questi ultimi di rifornirsi dagli spacciatori legittimati dalla Società, l'imposizione di un prezzo di acquisto e di vendita della cocaina e infine l'esistenza di una cassa comune utilizzata per il rifornimento dello stupefacente e per il pagamento degli stipendi.

Dalle loro dichiarazioni è emerso che i clan, per mantenere il controllo della droga e delle estorsioni, non esitavano a compiere azioni anche drastiche e che le batterie criminali dei Sinesi-Francavilla e dei Moretti-Pellegrino-Lanza, pur essendo contrapposte, avevano ideato e messo in pratica un unico ‘Sistema’ in cui venivano fatti confluire i proventi degli affari illeciti di estorsioni e stupefacenti, pur conservando ognuno la propria autonomia operativa.

I sodali si riunivano per deliberare gli aspetti di volta in volta rilevanti per l'attività delittuosa, i cosiddetti ‘comizi’, utilizzando ‘la lista’ degli imprenditori quale strumento organizzativo per monopolizzare il settore delle estorsioni e controllare le riscossioni periodiche.

Il collaboratore di giustizia Alfonso Capotosto

Dalle carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto di 82 soggetti, è emerso che Alfonso Capotosto, uno dei collaboratori di giustizia, avesse rinunciato al piano di protezione e ritrattato le dichiarazioni fatte in prima istanza agli inquirenti, dopo le pressioni del clan Moretti-Lanza-Pellegrino, che gli avevano prospettato la possibilità di uscirne vivo se solo avesse sostenuto di aver reso le compromettenti dichiarazioni su insistenza dell’ispettore della Squadra Mobile di Foggia, Angelo Sanna.

Le pressioni della batteria mafiosa - verosimilmente nella persona di Rodolfo Bruno - avevano spinto la compagna del collaboratore di giustizia ad allontanarlo e ad impedirgli di vedere le proprie figlie, mentre il padre di Capotosto, temendo di essere ammazzato, aveva esortato il figlio a rimangiarsi tutto. 

Da qui la decisione di Capotosto di incontrare gli esponenti del gruppo mafioso al quale egli stesso aveva affermato di appartenere - nelle persone di Franco Abruzzese e Alessandro Moretti - con l'intento di convincerli a lasciar stare la sua famiglia e a vedersela con lui. “Fallo a me, invece di farlo alla famiglia mia. Ho sbagliato io, fallo a me".

In quella occasione gli avevano rappresentato la disponibilità di ripianare la situazione se solo avesse aiutato il clan a tendere un tranello all'ispettore Sanna. A fronte del suo rifiuto di rendersi complice dell’omicidio, gli avevano chiesto di ritrattare quanto dichiarato quale collaboratore sulle vicende delittuose della criminalità organizzata foggiana e di precisare all'autorità giudiziaria che si trattava di fatti non veri, poiché riferiti su richiesta di Sanna: “Però l'ispettore ce lo devi rovinare”.

Questa la risposta che alle forze dell’ordine, Alfonso Capotosto ha riferito di aver dato ai vertici della batteria mafiosa: “Io ho detto, l'unica cosa che posso fare, mi vado a consegnare ai Carabinieri, e quello che viene, quello che è. Invece di andarmi a consegnare alla Polizia, mi vado a consegnare ai Carabinieri, e posso dire che l'ispettore Sanna mi ha detto qualche cosa brutta a me, ma più di questo non posso fare. Più avanti di cosi non posso andare''.

Tuttavia il clan voleva sbarazzarsi dell’ispettore di polizia: “Deve uscire, si deve togliere davanti”. Tant'è che Abruzzese, avrebbe esternato a Moretti il desiderio di "sparargli in testa" e di "accendergli"  l'auto. Risentimento, del clan nei confronti dell’ispettore, confermato da un altro collaboratore di giustizia “...loro già da prima di essere arrestati volevano farlo fuori perché era dì intralcio nelle loro attività criminali, con lui ce l'avevano a morte".

In precedenza, il 28 gennaio 2016, sette persone del clan Moretti-Pellegrino-Lanza erano state arrestate successivamente a una intercettazione choc di una conversazione tra Alessandro Moretti e Francesco Abruzzese, mentre stavano pianificavando prima l’atto incendiario dell’auto del poliziotto e poi il suo omicidio. “Io sono un killer, bastardo in faccia... quel cornuto di Sanna... lo devo sparare in testa”, si sente nel nastro dell'intercettazione ambientale.

Il collaboratore di giustizia Giuseppe Folliero

Non era mai accaduto che un pregiudicato intraneo a una delle consorterie mafiose Società Foggiana, collaborasse con la giustizia. Il primo in assoluto è stato Giuseppe Folliero, noto alle forze dell’ordine soprattutto per gli attentati dinamitardi. Il soggetto ha cominciato a fornire dettagli importanti sul clan al quale apparteneva - quello dei Sinesi-Francavilla – il 2 maggio 2019, quando davanti al Pm e agli investigatori della Squadra Mobile di Foggia, rese importanti dichiarazioni auto accusandosi peraltro di gravi crimini: dell’ordigno esplosivo piazzato nel 2012 insieme a Giovanni Rollo davanti ad una ferramenta nei pressi della chiesa di San Pietro per conto del clan; di una bomba messa nella primavera del 2016 in danno del ristorante Oriente Sushi su ordine del Rollo che agiva su mandato di Giuseppe Francavilla, di una bomba messa nel 2016 che doveva essere diretta ad una concessionaria di auto e che lui per sbaglio piazzò davanti ad una agenzia assicurativa. Di una bomba collocata nel 2017 alla azienda dei fratelli Forte sempre con Rollo, di una bomba messa nel 2017 presso un'azienda di ristorazione, di un’altra piazzata nel 2018 dinanzi ad una pescheria.

Aveva deciso di collaborare con la giustizia in quanto temeva di essere ucciso dal suo fidato sodale, Giovanni Rollo, per via di alcuni “strani” comportamenti. La sua attendibilità è stata sin da subito oggetto di immediati positivi riscontri. Il collaboratore di giustizia ha riferito di aver imparato a sparare da bambino con un’arma sottratta durante il furto in un appartamento. Ha compiuto i primi passi nel mondo della malavita organizzata mettendo a segno furti e poi estorcendo denaro mediante ordigni esplosivi.

Ha narrato poi della sua escalation criminale, dovuta alla frequentazione di Rollo, grazie al quale egli fu ammesso nella batteria Sinesi/Francavilla nel 2015, senza alcun rito di affiliazione. Nelle 2045 pagine di ‘Game Over’ si legge che Giuseppe Francavilla, in considerazione della sua amicizia con Rollo e del fatto che lo affiancava sempre nella commissione dei reati, lo consacrò come partecipe dicendogli: "Ormai tu sai stai sempre con Gianni, fai conto che se ti chiede una cosa, è la stessa cosa e quindi. .. ''. .. Fai conto che le cose che ti dico io, mi senti a me, diciamo ormai sei pane di noi".

Il collaboratore di giustizia Carlo Verderosa

Importantissime si sono rivelate le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, una fonte particolarmente qualificata entrata a far parte del clan Moretti nel 2011. Per sua stessa ammissione, si è occupato principalmente di droga, ha commesso furti, ha spostato armi, ha consegnato in alcune occasioni gli stipendi ai sodali, ha partecipato ad almeno tre omicidi, per i quali risulta indagato. Ha anche detto che Rocco Moretti deteneva la lista degli estorti che pagavano il pizzo mensilmente, dettaglio poi accertato dagli inquirenti.

Aveva rapporti personali con tutti i soggetti al vertice della batteria e aveva partecipato, prima della detenzione carceraria, a numerose riunioni volte a risolvere i problemi associativi o a pianificare gli omicidi indicando i luoghi in cui si erano tenuti gli incontri. Dopo un periodo di detenzione carceraria e domestica di tre anni e dieci mesi, dall’ottobre 2019 la sua attività all'interno del sodalizio era consistita principalmente nel collaborare nel settore della droga, oltre che nel preparare e consegnare ai sodali gli stipendi relativi al mese di novembre 2019.

Nelle carte dell’ordinanza si legge che “ha fornito numerosissime informazioni, precise e coerenti, che solo un intraneo al sodalizio poteva conoscere o per avere personalmente partecipato ai fatti o in quanto oggetto di patrimonio conoscitivo comune, derivante da un flusso circolare di informazioni attinenti a fatti di interesse collettivo per gli associati. A ciò si aggiungano i numerosi riscontri oggettivi alle sue dichiarazioni trovati nel corso delle indagini. Pertanto, indiscutibile è la sua credibilità”.

Determinante ai fini del riscontro della attendibilità di Carlo Verderosa è stato il rinvenimento delle tre liste sequestrate, che riportavano i conteggi della sostanza stupefacente ceduta con indicazione dei grammi e delle somme ricevute o da ricevere; la lista di alcune estorsioni (precisamente quelle mensili) effettuate dagli appartenenti alla batteria anche nei confronti di pregiudicati locali che smerciano sostanze stupefacenti e che sono costretti a versare una somma di denaro nelle casse della predetta consorteria criminale al fine di poter espletare l'attività di spaccio; e la lista contenente i nominativi di alcuni appartenenti all'organizzazione criminale mafiosa con l'indicazione dello stipendio percepito.

Il collaboratore di giustizia ha offerto negli interrogatori una disamina dettagliata dei manoscritti e ha provveduto inoltre ad identificare le persone i cui nomi comparivano nelle stesse, tra cui anche il suo, quale percettore dello stipendio di 750 euro.

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