Clima inquietante, nei lager di due aziende agricole lavoratori sfiniti (anche psicologicamente): arrestati imprenditori

Caporalato in provincia di Foggia, arrestati dai carabinieri Libero Perugini di Foggia (in carcere) e Giovanni Capocchiano e Natale De Martino della omonima ortofrutta di quest'ultimo (ai domiciliari)

“La legge ha percepito il disvalore dello sfruttamento del lavoro, e punisce severamente (anche con il carcere) chi si macchia di questo reato. Gli imprenditori non ancora hanno compreso la gravità di tale condotta. L’operazione odierna colpisce gli imprenditori, ma tutela imprese e lavoratori nei loro diritti”. 

Così il comandante provinciale del Carabinieri di Foggia, il colonnello Nicola Lorenzon sintetizza la doppia operazione messa a segno all’alba di ieri, nel Foggiano, contro caporalato e sfruttamento del lavoro. Eseguite, nel dettaglio tre ordinanze di misura cautelare (una in carcere, due ai domiciliari) in danni di altrettanti imprenditori, mentre sono attivamente ricercati tre caporali (uno della Nuova Guinea, due del Marocco) attualmente all’estero. Nel mirino dell'attività sono finite, con tempi e modalità differenti, due aziende agricole medio-grandi del territorio: si tratta della ‘Ortofrutta De Martino’, con sede a Zapponeta, che conta nei periodi delle campagne stagionali fino a 200 lavoratori, e della ‘Perugini Libero’, con sede a Foggia, con picchi fino a 100 dipendenti, che si occupa di raccolta e trasformazione di ortofrutta.

I soggetti raggiunti da ordinanza di custodia cautelare, sono gli imprenditori Libero Perugini, classe 1982, di Foggia (ordinanza di custodia cautelare in carcere), con Giovanni Capocchiano  e Natale De Martino, entrambi classe 1954, il primo di Zapponeta e il secondo di Manfredonia (ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari). Colpiti da ordinanza anche altri tre 'collaboratori' dei suddetti imprenditori agricoli, tutti di origine straniera, il cui ruolo era quello di individuare la manodopera da impiegare a basso costo ed in condizioni di sostanziale sfruttamento, molta della quale acquisita anche dai ghetti di immigrati presenti sul territorio. Nei confronti di questi tre caporali, rientrati da tempo nei rispettivi Paesi di origine per questo periodo di minimo impegno agricolo, verranno avviate le previste procedure normative per l'emissione del mandato d'arresto internazionale.

Le immagini video del blitz nelle aziende

L’operazione | L’attività è partita all’alba di ieri, quando i carabinieri del Comando Provinciale di Foggia e quelli del locale Comando N.I.L. sono stati impegnati nella fase finale di due distinte attività investigative, dirette e coordinate dalla Procura della Repubblica di Foggia, finalizzate a contrastare i tanto insidiosi quanto diffusi fenomeni del caporalato e, in generale, delle varie tipologie di sfruttamento del lavoro in agricoltura. Le mirate attività di investigazione poste in essere, nate in momenti diversi e da spunti diversi, sono poi state contemporaneamente dirette dal pool anticaporalato appositamente costituito in seno alla Procura della Repubblica di Foggia, e condotte “sul campo” dai Carabinieri del Comando Provinciale e del Nucleo Ispettorato del Lavoro, anche attraverso l’utilizzo di mezzi tecnici, ed hanno permesso così di accertare come, in entrambe le aziende sottoposte a verifica, i rispettivi titolari si servissero di manodopera composta esclusivamente da stranieri extracomunitari, per lo più di nazionalità albanese e marocchina, solo apparentemente assunti in modo regolare, ma sfruttati approfittando delle relative condizioni di inferiorità, sia economica che psicologica, in totale spregio di ogni normativa attualmente in vigore in materia di assunzioni, retribuzioni, sicurezza e dignità dei lavoratori, tutto al fine di trarre un notevole vantaggio economico derivante dalle economie ottenute rispetto ad una corretta gestione aziendale. In entrambe le situazioni, infatti, anche grazie a complesse e prolungate attività di intercettazione, il tutto necessariamente abbinato a numerosi e difficili servizi di appostamento e pedinamento, è stato possibile contestare agli indagati una serie di gravi reati, che vanno dall'intermediazione illecita, allo sfruttamento del lavoro, alle false dichiarazioni all'Inps con altresì un nutritissimo corollario composto da numerosi altri reati e violazioni amministrative riguardanti il settore della sicurezza ed igiene nei luoghi di lavoro e quello giuslavoristico, il tutto approfittando dello stato di assoluto bisogno nel quale versavano i braccianti agricoli, che si trovavano a vivere e lavorare in condizioni inaccettabili sotto ogni aspetto.

Sfruttamento e ghetti-lager | Più nel concreto, è stata accertata la sistematica sottoposizione dei lavoratori a massacranti condizioni di lavoro e a situazioni alloggiative degradanti, in cambio di retribuzioni del tutto difformi da quanto pattuito nei contratti nazionali, o territoriali, di settore, e comunque di ammontare sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato. Tra i lavoratori sfruttati, braccianti di origine africana (con paghe da 3,50/4 euro all’ora) e di origine albanese (pagati 6,50 all’ora). La differente paga risponde al diverso gradi di disperazione o di stato di bisogno. Sono stati individuati, inoltre, luoghi-giaciglio organizzati nei pressi delle aziende con roulotte e bungalow, dove i braccianti sfruttati dovevano pagare al caporale una pigione mensile di circa 15 euro per vivere in luoghi angusti, sporchi e in pessime condizioni igieniche. Acclarati anche, sempre ad opera dei caporali, meccanismi di minacce, violenza e vessazione psicologica nei confronti dei lavoratori (in un caso sfociato in una aggressione con 30 giorni di prognosi per la frattura di un arto). 

Con riferimento a quanto accadeva nell'azienda ‘Ortofrutta De Martino’, puntualizza l’Arma dei Carabinieri, “sono stati accertati e contestati addirittura casi di violenza ai danni di due fratelli, entrambi licenziati in tronco perché colpevoli di aver osato chiedere un aumento della retribuzione, per costringerli a lasciare i propri alloggiamenti all'interno di una sorta di ‘ghetto-lager’ che era stato realizzato all'interno dell'azienda, che non assicurava nemmeno i minimi requisiti dell'umana decenza, per non parlare di quelli della sicurezza. Negli stessi ambienti di lavoro, in più, a ribadire lo stato di subordinazione dei dipendenti, era anche stato rinvenuto un cartello che minacciava la perdita del titolo abilitativo alla permanenza sul territorio nazionale in caso di licenziamento o di dimissioni del lavoratore, un atto di autentico terrorismo psicologico”. Anche all'interno dell'altra azienda agricola oggetto di indagine, la ‘Perugini Libero’ di Foggia, le cose non andavano in modo migliore. Infatti, pur di guadagnare a discapito della sicurezza e del rispetto delle norme minime previste a tutela dei lavoratori occupati, il titolare dell’impresa applicava condizioni economiche svantaggiate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato dai braccianti agricoli, diversi dei quali ingaggiati, grazie al reclutamento effettuato da un africano irregolare sul territorio nazionale che agiva con funzione di intermediario, anche dal ghetto ex Pista di Borgo Mezzanone o da altri domicili di fortuna della provincia. Alcuni lavoratori erano stati addirittura collocati in due roulotte ubicate all’interno dell’area aziendale, allestite come dormitori e cucina, prive dei benché minimi requisiti di abitabilità, oltre che in condizioni di degrado e di sporcizia diffusa”.

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Condizioni di lavoro | Alcuni braccianti (una trentina circa per la ‘Ortofrutta’ e una metà per la ‘Perugini’) vivevano in condizioni di estremo degrado. "L’orario standard di lavoro era di 10 ore, con una pausa minima, quando questa veniva riconosciuta, ed in assenza di concessione dei prescritti periodi di riposo e malattia. Lo stesso GIP del Tribunale di Foggia, nella propria ordinanza, parla di modalità di sfruttamento 'inquietanti', quelle appunto consumate dal Perugini Libero nell’ambito della propria azienda agricola. Disposta, così come richiesto dalla Procura della Repubblica, e quindi applicata, la misura cautelare reale del controllo giudiziario delle aziende sulle quali si è indagato nei mesi scorsi, con l’individuazione quindi di un amministratore giudiziario già nominato dal Tribunale di Foggia, con il compito legale di garantire il pieno funzionamento aziendale, assicurando altresì la regolarizzazione dei contratti di lavoro in essere, nonché del pieno ed effettivo rispetto delle condizioni di vita e lavoro nei confronti dei braccianti agricoli impiegati nelle due aziende agricole. Massima collaborazione fornita dai braccianti. Una delle due attività è scaturita dalla denuncia di un sindacalista. “Ho ancora negli occhi le immagini delle tragedie che hanno insanguinato l’agosto del 2018, quando 16 braccianti hanno perso la vita, stipati in furgoni come sardine, in due diversi incidenti stradali, qui nel Foggiano”, ha spiegato il colonnello Pistilli, del Gruppo Ispettorato del Lavoro di Napoli, da cui dipende il Nucleo di Foggia. “Dobbiamo tutelare il lavoro, mentre continuiamo ad assistere a spettacoli tristissimi, con giovani sfruttati nei campi e in altri ambiti di lavoro. Nel 2019, in Puglia, il gruppo Nil ha avuto un importante aumento dell’attività operativa: +587%, passando dagli  8 arresti del 2018 ai 55 del 2019; stessa cosa per le denunce (+426%), con un balzo a 100 rispetto alle 19 dell’anno precedente. Solo nel Foggiano, almeno 51 persone sono state indagate per caporalato e sfruttamento del lavoro”.

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