La Società Foggiana, il clan dei ‘Montanari’ e i ‘piccoli’ e ‘grandi’ di Cerignola

Il fenomeno mafioso di Foggia e della Capitanata nella relazione della commissione parlamentare antimafia del 7 febbraio 2018

Immagine di repertorio

Nella relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, presieduta a Rosy Bindi e approvata nella seduta del 7 febbraio scorso, un capitolo corposo viene riservato alla provincia di Foggia

Il familismo mafioso tipico della 'Ndragheta'

La mafia operante nella provincia di Foggia presenta delle caratteristiche diverse da quelle del circondario di Bari. Storicamente suddivisa tra “mafia dei montanari”, riferita ai sodalizi della zona garganica, e “mafia della pianura”, riferita alla zona della Capitanata, le organizzazioni mafiose operanti nel territorio in esame, pur presentando tratti analoghi a quelli della criminalità barese, in quanto frammentate e prive di un vertice aggregante, evidenziano una solida struttura interna, basata sul familismo mafioso, tipico della “ndrangheta”, ed una non comune capacità di programmare e attuare strategie criminali, di intessere alleanze sia tra i diversi gruppi operanti sul territorio, sia con sodalizi mafiosi campani e calabresi.

La forza che spesso si trasforma in ferocia

Profilo quest’ultimo conseguente all’azione di contrasto delle forze dell’ordine e della magistratura che ha determinato, nel tempo, necessitati mutamenti negli equilibri di potere con continue aggregazioni e disgregazioni dei gruppi dei quali si compone la “società foggiana”. La solidità strutturale appare derivare da un’impenetrabilità propria del contesto sociale in cui operano tali gruppi, caratterizzato da arretratezza culturale, omertà e illegalità diffusa, condizioni che, tuttavia, non hanno impedito l’applicazione, nello svolgimento delle attività criminali, di modelli di modernità e flessibilità propri di una “mafia degli affari”, nonostante essa rimanga caratterizzata da metodologie di imposizione delle regole, all’interno e all’esterno dei clan, fondate sulla forza che spesso si trasforma in pura ferocia, con vendette e punizioni mutuate dalle più arcaiche comunità agricolo-pastorali e dal modello della camorra cutoliana.

Gli omicidi e la sparizione delle vittime

Il risultato è un micidiale connubio tra modernità e lungimiranza negli obiettivi (dimostrata da una spiccata vocazione agli affari, dalla capacità d’infiltrazione nel tessuto economico-sociale nei centri nevralgici del sistema economico della provincia, e cioè l'agricoltura, l'edilizia e il turismo); valori e metodi arcaici e capillare controllo del territorio, ottenuto e consolidato attraverso una lunga scia di omicidi la gran parte costituiti dalla sparizione delle vittime (cosiddette lupare bianche); omertà da parte della popolazione e assenza di collaborazioni con giustizia; oggettive difficoltà nello svolgimento delle indagini stante la ostile morfologia del territorio (caratterizzato da zone impervie o boscate, da coste frastagliate, non coperte dal servizio di telefonia) che ostacola anche le più comuni metodologie di investigazione.

Le tre organizzazioni mafiose

La storia giudiziaria del territorio consegna all’interprete l’esistenza di tre grosse organizzazioni la cui mafiosità è cristallizzata da sentenze definitive: la prima operante sul capoluogo e i comuni del centro-nord della provincia, denominata “società" o “società foggiana", strutturata in "batterie" che fanno diretto riferimento ad un vertice costituito da personaggi carismatici del crimine locale, ciascuno a capo della rispettiva batteria; la seconda operante principalmente a Cerignola e nei comuni del sud Foggiano, denominata "Piarulli-Mastrangelo-Ferraro", a struttura verticistica e con a capo due fratelli, entrambi residenti a Milano, organizzata su due livelli: "i grandi" e "i piccoli”, ulteriormente suddivisa in "squadre", stanziate principalmente a Cerignola, che gestiscono operativamente le attività illecite, in particolare il traffico di sostanze stupefacenti;  la terza, egemone sull'area garganica, denominata "clan dei Montanari”, avente una struttura mista, con modulo di tipo federativo e forte caratterizzazione di tipo familiare, facente capo alle famiglie Li Bergolis, di Monte Sant'Angelo, e Romito, egemoni sui territori di Monte Sant'Angelo e Manfredonia, e alla famiglia Ciavarrella, che opera sulla zona di San Nicandro Garganico. Ad esse si affianca il gruppo lucerino "Bayan-Ricci-Papa-Cenicola'‘ che, pur se non annoverato tra le principali associazioni mafiose, ha con queste rapporti di partenariato che ne preservano l'autonomia operativa e organizzativa.

Il caso di Vieste

Un cenno particolare merita la zona di Vieste dove è stata accertata l'operatività di un sodalizio criminale originatosi dalla scissione di altre organizzazioni. Il territorio è funestato da attività estorsive finalizzate, soprattutto, all'imposizione della guardiania abusiva, attività particolarmente vantaggiosa stante la vocazione turistica dell’economia locale. Il susseguirsi di atti d’intimidazione e soprusi di vario genere, perpetrati in modo seriale in un clima connotato soprattutto dalla paura, rischia di strozzare l’imprenditoria in una zona che costituisce sicuramente un polo di attrazione per gli affari e in cui la circolazione di rilevanti capitali è legata anche alla realizzazione/gestione di strutture ricettive, spesso, invece, utilizzate, per la posizione strategica fronte-mare, al presidio delle coste, attività strumentale al controllo del traffico di stupefacenti con la vicina Albania, che costituisce, per un verso, l'affare più lucroso e, per l’altro, il trait d’union tra le diverse organizzazioni criminali operanti sul territorio della provincia foggiana

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