Operazione Cuprum, sgominata vasta organizzazione di “predoni” del rame

Secondo atto dell'operazione "Cuprum" che ha portato all'arresto di 18 persone. Sequestrati 50 quintali di rame sottratto nel Foggiano. In corso ulteriori indagini per definire i livelli superiori dell'organizzazione

Il modus operandi era ormai rodato, l’organizzazione ben radicata sul territorio e strutturata in più livelli. I furti di rame si reiteravano nottetempo, depredando - in alcuni casi - anche le linee elettriche e telefoniche ripristinate dopo un saccheggio.

Le indagini della squadra mobile di Foggia, coordinate dalla Procura, nell’ambito dell’operazione “Cuprum” hanno accertato e sgominato due associazioni per delinquere collegate tra loro, composte da italiani e rumeni, dedite al furto di rame ed alla successiva ricettazione del prezioso metallo.

L’operazione, in collaborazione con i Reparti Prevenzione Crimine di Bari e Lecce, ha permesso di arrestare complessivamente diciotto persone (delle quali otto in flagranza di reato e dieci quali destinatari di provvedimento cautelare) e di sequestrare 50 quintali di “oro rosso” illecitamente sottratto.

Un imponente giro di affari, considerata la quotazione del rame sul mercato nero, che può oscillare da 4/5 euro fino a 7/10 euro al chilogrammo. L’operazione è stata effettuata in due fasi: una risalente allo scorso 3 dicembre, con l’esecuzione di 8 fermi di indiziati di delitto per ricettazione, e la successiva - a decorrere dal 17 dicembre - con l’emissione di dieci misure cautelari per associazione per delinquere finalizzata al furto ed al riciclaggio di rame.

Il provvedimento - emesso dal gip di Foggia, Carlo Protano, su richiesta dei pm Alessandra Fini e Dominga Petrilli - ha riguardato sette cittadini rumeni e tre italiani, di età compresa tra i 21 ed i 61 anni, in stabile collaborazione nella perpetrazione del reato.

Il giudice, infatti, ha riconosciuto nell’ordinanza come il “limpido quadro cautelare prospettato dai pm ha posto in evidenza come i fini di lucro sottostanti, le condotte criminose, costituivano espressione della loro ordinaria attività lavorativa e fonte di proventi utili al loro sostentamento economico”.

Il gruppo si organizzava in due livelli operativi. Il primo era quello della “manovalanza”, costituito dai cittadini rumeni che si dedicavano materialmente al furto del rame depredando intere linee elettriche e telefoniche del Foggiano; un gruppo organizzato in tre compagini minori che, in base alle esigenze contingenti, erano in grado di interscambiarsi tra loro. Il secondo livello era appannaggio esclusivo dei cittadini italiani, due di San Severo ed uno di Torremaggiore, che si occupavano di ricettare il rame rubato e del successivo smistamento.

La richiesta di rame da parte dei ricettatori era tale e tanta – “famelica”, come l’ha definita il capo della mobile, Alfredo Fabbrocini -  da lasciare intere comunità ed aziende del posto per giorni prive di energia elettrica, causando ingenti danni economici. Nei casi più eclatanti, a finire nel mirino dei predoni del rame anche l’acquedotto pugliese e l’aeroporto militare di Amendola.

Una vera e propria emergenza del territorio, insomma, tale da rendere necessaria l’attivazione di una apposita task force, coordinata dalla procura, costituita da 10 elementi di polizia con l’apporto logistico di un elemento della polizia romena e dei tecnici dell’Enel.

Tre i fattori che rendono la provincia di Foggia particolarmente esposta al fenomeno dei furti di rame: la vastità della provincia, la scarsità delle precipitazioni e la morfologia del territorio (elemento, quest’ultimo, che rende difficoltoso il lavoro di prevenzione). Con l’individuazione dei ricettatori – anello centrale della ”tratta” dell’oro rosso – è stata data una brusca frenata al fenomeno, ma sono in corso ulteriori indagini finalizzate all’individuazione dei livelli successivi dell’organizzazione criminale fin qui delineata.
 

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