Mongelli lascia e fa a pezzi la Confindustria di Rotice: “A Foggia verticistica e assente”

Intervista a Gianni Mongelli, ex sindaco e presidente di Confindustria a Foggia. Frecciatine anche al PD provinciale: "Così alle prossime elezioni comunali il 13% diverrà 3%"

Gianni Mongelli e Gianni Rotice

Confindustria è stata la sua vita. "Ma parliamo di quella passata, quella che faceva crescere le persone. Oggi non è più la mia Confindustria, non mi riconosco in questo cerchio ristretto che sta snaturando ruolo e vocazione di una delle più importanti organizzazioni economico-sindacali italiane". Ed è per questo che se ne va. Gianni Mongelli, imprenditore, già sindaco di Foggia, nato in Confindustria Giovani di cui è stato presidente a Foggia  ("ma era il 1996, i tempi di Casillo, un'altra epoca"), già presidente Ance, primo foggiano a guidare negli anni 2000 gli industriali di Puglia, getta la spugna. Con amarezza. Da tempo fa fatica a riconoscersi nella "sua" organizzazione.

E il referendum costituzionale, con la presa di posizione pubblica di Confindustria a favore del Sì e la scelta di farsi addirittura sede di un dibattito pro-riforma con il capogruppo PD alla Camera Ettore Rosato, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Venerdì 2 dicembre, a poche ore dal silenzio elettorale, Mongelli affida a Facebook una dichiarazione shock, arrivata come un siluro in via Valentini Vista Franco. "La scelta di Confindustria Foggia di avere sui temi quali le riforme costituzionali solo interlocutori sostenitori di una posizione di parte è per me una grave violazione dei principi di democrazia. Non è questa la Confindustria nella quale mi sono impegnato da anni a vari livelli. Per questo ho formalizzato ed inviato le mie dimissioni".

L’INTERVISTA A GIANNI MONGELLI

Mongelli, lei è stato un sostenitore del NO alla riforma. Non è che lo ha fatto per ripicca?

Nulla di personale. Avrei maturato la stessa decisione se Confindustria Foggia si fosse appiattita sul No. Siamo sempre stati un luogo autonomo e plurale, di confronto e di democrazia. Con Montezemolo, Marcegaglia, non sarebbe mai successo che Confindustria si schierasse con una sola posizione in campo. Si può accettare che si dica che una tesi è positiva, ma non che si diventi addirittura casa e cassa di risonanza del Sì, come accaduto a Foggia. È lì che mi sono indignato e ho maturato la scelta di dimettermi.

Tutto in una notte?

No, la mutazione genetica di Confindustria a Foggia va avanti da un po' di tempo. Con l'inizio dell'era Rotice si è più accentuata. C'è un totale appiattimento su alcune posizioni politiche e posizioni di potere. Questo non mi va più bene. Ricordo solo, per intenderci su cosa eravamo, che, sotto la mia presidenza regionale, si svolsero ben due competizioni per la presidenza della Regione Puglia. Ebbene, io diedi spazio tanto a Fitto quanto a Boccia all'epoca e, successivamente, tanto a Fitto quanto a Vendola. Io stesso, quando mi candidai a sindaco di Foggia, dovetti misurarmi in un incontro con il mio competitor, Enrico Santaniello.

Quindi non ebbe alcun sostegno...

Non solo non ricevetti alcun tipo di supporto durante il mio mandato sindacale, ma venni addirittura silenziato, perché mi fu chiesto di dimettermi dall'organizzazione. A riprova che quando Confindustria vuole, fa.

Ha parlato di appiattimento su posizioni politiche e di potere. Quali?

Beh, è notorio che Confindustria Foggia ha un rapporto privilegiato con il Partito Democratico, con il deputato Michele Bordo, con l'assessore regionale Raffaele Piemontese. Così come mi intristisce l'assenza di ruolo, di dibattito su e per il territorio, la mancanza di progettualità. Cosa fa Confindustria oggi per la Capitanata? Che idea ha di futuro? Non si sa. Perché non c'e riflessione. Non posso consentire che tutto questo venga riferito anche a me. Sono due anni che non metto piede in via Valentini. Il presidente Rotice l'avrò visto quattro volte.

Lei è stato un sostenitore del rivale di Rotice alle scorse elezioni, Umberto Sacco. Non è che non ha digerito la sconfitta? 

Capisco che lei fa il suo mestiere ma, ripeto, non sono animato da sentimenti di rivalsa. Sono rimasto due anni proprio per provare a rappresentare nel dibattito interno anche le posizioni di una minoranza. Inutile. In quanti gestiscono oggi Confindustria? 

Dica lei.

È verticistica. E si può ricondurre essenzialmente a tre figure emblematiche: il presidente Gianni Rotice, Eliseo Zanasi (presidente onorario,ndr) e il presidente regionale Ance Gerardo Biancofiore. Il resto conta poco. Io potrei anche turarmi il naso ma se vedessi Confindustria propositiva, che raggiunge obiettivi. Invece la vedo assente. 

Beh, ma non è abbandonando la nave che le si dà una mano a riprendere la rotta...

Le mie dimissioni, date pubblicamente, vogliono essere un grido d'allarme. Bisogna aprire una riflessione seria sulle organizzazioni di categoria. Anche perché il problema non è solo Confindustria. Penso alle organizzazioni agricole, alla Confcommercio. La Camera di Commercio si salva solo grazie allo spessore personale del suo presidente, Fabio Porreca. Non c'è un confronto sul destino di questo territorio, che si va sempre più suicidando nel silenzio generale. Sugli investimenti da farsi. Al contrario: si assiste al paradosso che sono gli stessi associati di Confindustria a bloccare i bandi di sviluppo, si veda quelli in zona ASI, impugnati da Rotice. E poi il valore della democrazia è essenziale. Anche perché ora bisognerebbe essere consequenziali.

Cioè?

Non dovrebbe dimettersi solo Renzi. Anche Boccia a livello nazionale e Rotice a livello locale dovrebbero rimettere il mandato all'assemblea dei soci. Hanno perso, la loro linea politica è stata bocciata. Hanno bisogno di una rilegittimazione interna per continuare. Perché un giovane imprenditore dovrebbe avvicinarsi ad un consesso oggi perdente? Con quale spirito ci si mette a dialogare con un prossimo governo? A Bari, nella Bat non mi risultano posizioni così nette. 

Beh, in effetti...

Prima era un'altra Confindustria. Io vado via. Ma mi auguro serva a riflettere sul motivo stesso di mantenimento in vita di questo organismo. E lo dico anche per il Partito Democratico di Capitanata.

Dimissioni anche lì?

A Foggia il No alla riforma ha sbancato con il 71%. Credo che vada fatta una seria analisi. Per il Pd è arrivato il momento di interrogarsi. Sono stati persi i comuni più grandi, Foggia compresa, e non è mai successo niente. Le dimissioni servono anche ad aprire un serio dibattito. Altrimenti alle prossime elezioni comunali il 13% diverrà 3%.

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