Costi fissi alle stelle, giacenze buttate e troppe incognite per la fase due: a Foggia e in provincia si rischia una moria dei piccoli bar

Si fa presto a dire asporto. "Meglio di niente" per il presidente Fipe Confcommercio del settore Antonio Cocozza ma l'operazione, a conti fatti, non conviene per tante attività alle prese con la valutazione della sostenibilità economica

Antonio Cocozza

"Il caffè costa un euro, dobbiamo comprare mascherine, casco, prodotti igienizzanti, e far entrare un cliente alla volta. Come facciamo a trovare un margine per mantenere tutte queste spese? Non so il governo come intenda sostenerci, se lo vuole fare oppure ci vuole abbandonare, in tal caso assisteremmo a una moria di tutte le più piccole attività, molte volte a conduzione familiare. Onestamente sono molto sfiduciato".

Antonio Cocozza, presidente provinciale Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) Confcommercio Foggia, settore Bar, parla a nome dell'intera categoria. Conti alla mano, i titolari cercano di valutare la sostenibilità economica della fase 2. E si fa presto a dire asporto. "Certo, meglio di niente, però non è che risolva il problema. È una goccia nell'oceano e torniamo al punto di prima: faccio un caffè a un euro, devo dare lo zucchero, il bicchierino, poi casomai la bustina, e siamo sempre lì. Le aziende un po' più strutturate, più grandicelle che hanno questi prodotti all'interno, lo facevano già, ma è più complicato organizzarsi per i piccoli bar che andavano a comprare la stecca di bicchierini giusto per qualche cliente che chiedeva il monouso".

Pragmatico, il presidente Antonio Cocozza guarda al rapporto costi-benefici, e a quanto concretamente convenga l'operazione, salutata pure con favore, ma che non può essere considerata la manna dal cielo: "Alla fine quanti caffè puoi fare? Venti, trenta caffè? Parliamoci chiaro, noi non vendiamo un prodotto di prima necessità. Il caffè, che nei bar è la prima voce di vendita, è un'occasione di incontro, magari tra persone che devono discutere di qualcosa o parlare di affari, o un momento di relax. Venendo a mancare questo fattore, non ci saranno alti consumi".

Saranno sempre i piccoli bar a soffrire di più le prescrizioni. Le dimensioni della maggior parte di quei locali vanno dai 25 ai 35 metri quadri, con un solo ingresso. Le incognite sono tante. Dal punto di vista sanitario e da quello economico la lista delle incertezze si allunga. "Non c'è ancora molta chiarezza su come dovremo operare, sulle disposizioni a cui ci dovremo attenere. Si parla di questa ripresa al primo giugno ma non c'è ancora chiarezza. E non vedo come recuperare risorse per pagare tutte le spese e ciò che dovremmo predisporre per mantenere in sicurezza i nostri dipendenti e tutelare il pubblico. Noi siamo fermi dall'11 marzo - prosegue il presidente Cocozza - A giugno saranno quattro mesi, e noi non abbiamo avuto un euro finora. I nostri dipendenti non ricevono ancora la cassa integrazione. Per gli affitti, i proprietari ci stanno venendo incontro ma comunque, prima o dopo, dovremo dare queste quattro mensilità".

I costi fissi per queste attività sono alle stelle. Pagano tra le aliquote più alte della Tari. "Bar, pizzerie, pasticcerie hanno il maggior indice di tassabilità sull'immondizia e, pur non avendone prodotta per quattro mesi, dovremo pagare queste imposte. Chi all'esterno ha tavoli e dehors ha pagato l'occupazione di suolo pubblico e non ne ha usufruito. In più, ci sono le spese dell'energia elettrica. Un bar o una pasticceria deve avere minimo dai 15 ai 20 kilowatt di impegnativa fissa e significa che, a prescindere dal consumo, se è acceso il frigorifero o meno, ha una quota fissa elevata: si parte minimo da 250 euro a bimestre, che dovremo pagare anche se non abbiamo utilizzato l'energia".

Per non parlare della merce finita nella spazzatura. "Ci sono alcuni prodotti a scadenza breve, 2-3 mesi, che dobbiamo buttare, non possiamo vendere. Succhi di frutta, anche prodotti congelati, per chi li usa. Abbiamo dovuto buttare tutto, anche perché era inutile tenere accesi i congelatori considerato che non sapevamo quando avremmo riaperto". Lo sconforto sta prendendo il sopravvento: "Ho sentito alcuni colleghi che si domandano come faranno a riaprire anche il primo giugno - conclude Antonio Cocozza - Dal punto di vista economico, abbiamo subito un tracollo".

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