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Imprenditore si oppone alla mafia foggiana, ma finisce nel 'Crime risk' delle banche: "Mi hanno demoralizzato più dei delinquenti"

E' stato l'unico a costituirsi parte civile nel processo alla 'Società'. "Bisogna fare leva sui ragazzi. Devono capire da che parte stare: la mafia chiede omertà e porta povertà; l’imprenditore invece chiede forza lavoro, ma porta ricchezza al territorio"

In Capitanata ha costruito un piccolo-grande impero: 6 aziende agricole che, insieme, fatturano quasi 40milioni di euro. Un patrimonio che Lazzaro D’Auria, imprenditore 55enne di origini campane ma foggiano d’adozione, ha difeso a tutti i costi dalla mafia, nonostante le pressanti richieste estorsive e le pesanti minacce di morte subite.

Unico imprenditore taglieggiato costituitosi parte civile nel processo alla Società Foggiana, vive da anni da sotto scorta. E non importa quanti zeri ci siano nel suo fatturato o quanto volume d’affari produce sul territorio: la sua vita è a rischio, quindi per la maggior parte delle banche del paese non rappresenta un buon investimento.

Così i crediti sempre accordati negli anni sono stati ritrattati o si sono notevolmente ridotti. “Scelta di mercato”, la motivazione data da numerosi istituti di credito. Il ‘Crime risk’ pesa più del suo coraggio: “Più dei delinquenti, sono state le banche a demoralizzarmi”, spiega l’imprenditore che ha sfidato boss e gregari di una delle batterie delle Società.

La sua vicenda è cristallizzata nelle carte dell’operazione-capitale ‘Decimazione’, pagine che ripercorrono un intenso periodo fatto di soprusi, richieste estorsive, minacce di morte: “Paga o ti accoppiamo”. Messo all’angolo da “tre boss e dieci gregari” armati di grosso calibro, ha trovato la via di fuga nella denuncia. Ma da allora è iniziata un’altra battaglia, quella ingaggiata con le banche.

Perché i rapporti con le banche si sono interrotti o incrinati?

Colpa del cosiddetto ‘Crime Risk’. E’ un sistema di valutazione dei soggetti che lavorano con le banche, che però non fa differenza tra un collaboratore di giustizia o un evasore fiscale: finiscono entrambi in una categoria di rischio alta (per rischio vita o rischio crack finanziario). Molti istituti hanno ritrattato i crediti concessi, altri si sono riattivati dopo l’intervento del prefetto. E’ il paradosso balordo che devono affrontare gli imprenditori che denunciano.

Con i ‘rubinetti’ chiusi, come è andato avanti?

In agricoltura, si sa, prima si investe e poi si raccoglie. Abbiamo messo mani ai fondi destinati ai nostri figli, abbiamo cercato soluzioni in proprio. Poi i prefetti che si sono succeduti si sono impegnati per trovare una soluzione, ma il problema non è risolto. Le assicurazioni invece ci hanno abbandonato del tutto. La struttura in cui ci troviamo adesso, ad esempio, è assicurata in Germania.

Quando i clan hanno iniziato ad interessarsi alle sue attività?

Negli anni abbiamo sempre subito danneggiamenti o furti con cavallo di ritorno, ma non abbiamo mai voluto ‘cogliere’ l’invito. Nemmeno quando ci chiedevano ‘contributi per i carcerati’. La situazione è precipitata negli anni 2015-2016 dopo l’acquisto di un lotto di terreni a Borgo Incoronata. Fu un investimento importante che ci mise sotto i riflettori e i boss alzarono la posta in gioco: pretendevano 200mila euro…

Lo pretendevano a muso duro, armi in pugno, minacciando di morte lei e la sua famiglia. Oggi racconta quegli episodi con grande lucidità e serenità. Dove ha trovato la forza per andare avanti?

Due anni fa non ne avrei parlato in questi termini. Inizialmente il mio obiettivo era arrivare a fine anno, racimolare ciò che avevo investito e chiudere tutto. Gli operai che lavorano con me - sono 80 famiglie - avevano fiutato aria di chiusura, la situazione era tesa.

Cosa è cambiato?

Da una parte il senso di responsabilità nei confronti dei miei dipendenti (chi con il mutuo da portare avanti, chi con figli…); dall’altro un moto di orgoglio verso quello che avevo costruito in questa terra. Ci ho messo 30 anni per costruire tutto questo, e non potevo mandare tutto all’aria per una piccola fascia delinquenziale, seppure pericolosa e cattiva. Così mi sono ravveduto e ho denunciato tutto ai carabinieri. La prima denuncia è stata a maggio del 2017 e a stretto giro ci sono stati i primi arresti.

Quella denuncia è stata una dichiarazione di guerra ad una batteria mafiosa. Qual è stato il momento più difficile?

Sono stati tanti, ma devo dire che dallo Stato ho avuto massima collaborazione. Soprattutto dall’Arma dei carabinieri che, ancora oggi, mi accompagna in questa vita ‘sgradevole’ che faccio.

Si riferisce alle limitazioni derivanti dall’essere sotto scorta?

Esatto. E sarà così fino a quando la commissione lo riterrà necessario. I primi anni sono stati davvero duri, oggi forse mi sono abituato a questo stile di vita. Poi diciamocelo: è decisamente meglio avere i carabinieri in casa (a mia tutela) che la mafia.

In questi anni si è sentito abbandonato da colleghi, clienti, fornitori?

Nel 2017-2018 molti fornitori e clienti si sono allontanati, quasi certamente su invito di ‘poteri alti’. E anche alcuni operai, per paura, hanno preferito prendere le distanze delle mie aziende.

Questo ha causato un tracollo economico?

Certo. E proprio nel periodo più difficile. In quegli anni, il fatturato è calato del 25-30%. Solo nel 2020 ha ricominciato piano piano a risanarsi. Nel mio piccolo, con grande umiltà, ho cercato di ricostruire i rapporti anche con chi mi aveva voltato le spalle, perché gli affari sono affari, e i rapporti umani sono un’altra cosa.

Da solo si è trovato anche nell’aula del Tribunale, unico imprenditore taglieggiato costituitosi parte civile, nel processo ‘DecimAzione’. In quel momento si è sentito più esposto o più forte?

Io mi sono costituito parte civile in tutti i processi e continuerò a farlo ogni volta. Questo mi da’ forza. Non ci si può fermare alla sola denuncia: quelle assenze nei processi, quei posti vacanti nelle aule dei tribunali sono input negativi per altri imprenditori, sono un messaggio di debolezza che arrivano dritti ai delinquenti.

Il discorso non fa una piega, ma cosa manca affinché si metta in pratica? Coraggio, coordinamento, fiducia…

Manca la cultura della legalità, manca questo imprinting sul territorio. Bisogna lavorare su questo aspetto, che negli ultimi 20 anni si è perso del tutto. Bisogna fare leva sui ragazzi, che crescono rassegnati alla convivenza con la criminalità. Bisogna che imparino a capire da che parte bisogna stare, che i “mammasantissima” hanno un valore mediocre rispetto a un imprenditore che porta reddito: la mafia chiede omertà e porta povertà; l’imprenditore invece chiede forza lavoro, ma porta ricchezza.

Trent’anni fa ha deciso di investire nel Foggiano. Alla luce della sua esperienza si è mai pentito di aver scelto questo territorio per costruire la sua fortuna?

No, non mi sono mai pentito. La Puglia è la California dell’Italia, per il settore agricolo è una gallina dalle uova d’oro. Bisogna solo liberare il terreno dalle volpi.

Oggi si sente ancora in pericolo?

Il rischio c’è sempre. E’ nascosto, ma c’è. Non dimentichiamo che la mafia foggiana ha atteso lunghi tempi per vendicarsi di torti e affronti subiti. Dobbiamo stare sempre con gli occhi aperti, la storia di questa città insegna.

Qualcosa però sta cambiando…

Sicuramente si inizia ad avvertire una maggiore fiducia nelle istituzioni. Adesso ci vogliono pene vere e più denuncianti: non possono ucciderci tutti, la rinascita è possibile.

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