"Sono un uomo distrutto". L'incredibile storia di Luciano, sbattuto in cella per 4 mesi da innocente: "E' stato atroce"

Scarcerato lunedì scorso per non aver commesso il fatto, Luciano Di Marco è oggi un uomo distrutto. Arrestata e scarcerata anche la moglie, Anna Bonanno, e il terzo presunto complice, anch'egli innocente

Luciano

“E’ stata un’esperienza atroce. Un calvario che non auguro neanche al mio peggiore nemico. Oggi non so da dove ricominciare la mia vita. Mi hanno licenziato dal lavoro. Ho perso 20 chili in quattro mesi, non dormo la notte. Ho gli incubi. Dovrò fare una visita neurologica”. A soli 36 anni Luciano Di Marco, torinese con origini siciliane, è un uomo psicologicamente e fisicamente distrutto. Colpa di quel maledettissimo 5 giugno quando da Cerignola giungono nel capoluogo piemontese per arrestarlo. Lui stava lavorando, come ogni giorno. Soccorso stradale. Rapina aggravata l’accusa.

Lui, la moglie ed un terzo complice erano appena stati accusati di aver svaligiato la gioielleria ‘Sciscio’ di Cerignola, in via Aldo Moro, fatto accaduto l’8 marzo 2019. Dalle telecamere di videosorveglianza si vede entrare una coppia, poi un terzo complice (identificato nel pregiudicato cerignolano Luca Capocefalo, anche lui poi scarcerato). Per quella falsa accusa Luciano si fa 120 giorni di carcere. Quattro mesi di incubo. Prima nel carcere di Torino, poi a Foggia, poi torna a Torino. La moglie, invece, Anna Bonanno, anch’essa accusata dello stesso reato, va ai domiciliari per aver appena partorito. Resta sola a casa con quattro figli, di cui uno neonato. Luciano invece finisce dietro le sbarre. Sarà scarcerato solo lunedì scorso, per non aver commesso il fatto, dopo settimane da incubo e diversi scioperi della fame. Un innocente dietro le sbarre e un’altra innocente a casa con i suoi quattro figli.

Le immagini della rapina nella gioielleria

“Sono quattro notti che non dormo – ci racconta quando lo contattiamo-, sento anche le urla dei detenuti e delle guardie carcerarie. Chiuso lì dentro piangevo, pensavo che era tutto ingiusto, incredibile. Non credevo stesse succedendo proprio a me. Non potevo vedere mia moglie, abbracciare i miei figli. Un piatto di pasta mi veniva passato attraverso le sbarre. Per fare una doccia dovevo chiedere il permesso. Convivevo con ergastolani. Ed io, io non avevo fatto niente. Buttato in una cella senza capire se fosse giorno o notte. Oggi mi dicono: scusa, abbiamo sbagliato”. Per quattro volte è stata respinta la sua richiesta di scarcerazione avanzata dai legali Domenico Peila e Giacomo Lattanzio. E questo nonostante fossero a Torino quell’8 marzo, c’erano testimoni: “La signora Bonanno, avendo appena partorito, era stata dal pediatra proprio quel giorno. Il signor Di Marco, lavorando per il soccorso stradale, aveva appena compiuto un’operazione di quel tipo” racconta a Foggiatoday l’avv. Peila. Ma non sono gli unici testimoni portati dalla difesa. Nulla da fare.

Tre donne li accusano (la commessa della gioielleria ed altre due esercenti), dicono di riconoscerli dalle immagini. “Il pm ad un certo punto, però, si pone il dubbio e affida una perizia particolare con tecnica computerizzata al prof. Mastronardi, luminare in questo campo del Politecnico di Bari” continua Peila. Saranno le risultanze di quella perizia a scagionarli tutti e tre. Troppe le differenze tra gli accusati e gli autori veri della rapina, spariti nel nulla con 72mila euro di bottino. Luciano, Anna e Luca Capocefalo, invece, si son fatti il carcere.

“Denuncerò chi mi ha accusato” dichiara oggi Luciano, “e procederò col risarcimento per ingiusta detenzione” fa sapere. “Lo Stato non può buttarti in una cella e dire soltanto: ci scusi, abbiamo sbagliato. Non funziona così – si sfoga -, non funziona così soprattutto se non c’è uno straccio di prova concreta, se ci si affida alle testimonianze di tre donne. Io ne ho portati a iosa di testimoni”.

“Chiedo soltanto che prima di buttare le persone in carcere bisogna accertare meglio la verità” continua Di Marco, che vuole far conoscere la sua storia, anche per recuperare dignità: “I miei bambini mi hanno visto ammanettato, non è giusto. Io quel maledetto marzo non sapevo neanche cosa fosse Cerignola a momenti. Ero in officina, lavoravo. Ora non più. Devo ricominciare daccapo, pieno di traumi. E devo far dimenticare ai miei figli le manette che mi hanno visto portare ai polsi quando son venuti a prendermi. E’ stato tutto così atroce". "Ringrazio i miei legali - conclude Di Marco-, hanno combattuto per me e la mia famiglia fino all'ultimo".

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