Quale futuro per i figli di Federica? Busia spiega la legge che tutela gli orfani di crimini domestici

Omicidio Federica Ventura a Troia. Intervista ad Anna Maria Busia, l’ex deputato che ha redatto il testo della legge entrata in vigore il 16 febbraio scorso

Anna Maria Busia

Federica è una delle tante. E’ una frase brutta, ma dannatamente vera. Perché la tragedia che ha coinvolto la giovane donna morta a Troia per mano del marito fa parte di un fenomeno attuale e frequente. La comunità è rimasta scossa, com’è normale che sia. Ma c’è ora un aspetto da considerare: il destino dei figli. Sì, perché a pagare il pesante dazio, in termini umani, affettivi, psicologici e anche economici, sono proprio i figli, molto spesso piccoli. Molto spesso indifesi, e poco tutelati.

Dallo scorso dicembre è in vigore una nuova legge, approvata da Camera e Senato, dedicata proprio agli orfani di crimini domestici. A redigerne il testo l’ex deputato e attualmente consigliere regionale sarda Anna Maria Busia, con Roberto Cappelli primo firmatario. Una legge di fondamentale importanza perché, per la prima volta, viene offerto un sostegno concreto agli orfani, ma soprattutto eliminato ogni tipo di ingiustificato beneficio verso l’uxoricida.

La Busia, di professione avvocato, e da tempo attiva nel campo della tutela delle donne vittime di abusi domestici, è anche la fondatrice di Heminas (‘donna’ in sardo), una community a cui hanno aderito oltre 13mila persone, che unisce tutte le persone intente a realizzare una società scevra di qualsiasi forma di discriminazione e violenza di genere. Il testo della legge parte da una vicenda, quella di Vanessa Mele, ragazza la cui madre fu uccisa (quando lei aveva solo 6 anni) a Nuoro il 3 dicembre del 1998 da un colpo di pistola alla tempia sparato dal padre. L’uomo fu condannato a 14 anni e 6 mesi con il rito abbreviato, ottenendo la libertà dopo 8 anni grazie all’indulto e ad alcuni benefici. Una volta uscito dal carcere l’uomo chiese di incassare la pensione di reversibilità della moglie uccisa, ai danni della figlia. Ne è dunque nata una battaglia legale con Vanessa, che ora ha 26 anni, e che solo nel 2017 è riuscita a ottenere quel che le spettava, ovvero la casa e la pensione di reversibilità. “Purtroppo è un refrain che ho riscontrato girando per l’Italia: uomini che ammazzano e che si frappongono affinché i propri figli non vengano risarciti”, rivela Anna Maria Busia.

Ci spiega un po’ i dettagli di questa legge?

La legge offre patrocinio gratuito ai figli delle vittime uccise dall’altro genitore. Ovvero, potranno essere assistiti gratuitamente da un avvocato. E’ lo stesso tipo di patrocinio già previsto per le vittime di stalking. Inoltre viene disposto il sequestro dei beni dell’uxoricida, che consente di risarcire i figli dopo la sentenza definitiva. Viene infine sospeso il diritto, da parte del genitore omicida, di percepire la pensione di reversibilità”.

C’è poi la novità più importante, l’indegnità a succedere…

“Sì. I figli non dovranno più intentare cause civili contro il familiare che ha commesso l’omicidio (come nel caso di Vanessa Mele, ndr), il quale verrà automaticamente escluso dall’eredità. Infine viene garantito anche il supporto psicologico, e altri tipi di benefit ai ragazzi, come per esempio le borse di studio”.

Ha seguito la vicenda di Troia?

“Sì, anche se purtroppo non se n’è parlato tanto”.

Con la nuova legge cosa può succedere, anche in base alle sorti del padre (che è attualmente in fin di vita)?

“Ci sono delle azioni che possono essere messe in atto anche col decesso del padre, che naturalmente non ci auguriamo (siamo sempre per la vita). La legge è entrata in vigore il 16 febbraio, il Pm deve già procedere immediatamente con il sequestro dei beni, per la tutela dei minori, e porre in essere tutte le azioni necessarie. Chi seguirà dal punto di vista legale i bambini deve sapere che c’è il gratuito patrocinio e le competenze dovranno essere pagate dallo Stato.

Serve però anche un sostegno psicologico verso i bambini

“Certo. Per esempio, noi stiamo facendo un bel lavoro con la professoressa Anna Costanza Baldry, autrice dello studio ‘Switch-off’ sulle vittime di femminicidio. Purtroppo, però, i servizi sul territorio non possono essere preparati per far fronte a un trauma così particolare. Per questo si sta pensando a una task force che intervenga in situazioni di questo tipo. Naturalmente ci auguriamo non sia necessario, ma i fatti del 2018 parlano chiaro. In due mesi ci sono stati già diversi casi di femminicidio. Tuttavia gli strumenti per intervenire ci sono. Continuerò a seguire la vicenda di Troia, e insieme alla Baldry sono a disposizione per qualsiasi cosa.

Come si argina il fenomeno del femminicidio?

Secondo i dati Istat gli omicidi sono in calo, i casi di femminicidio, invece, sono costanti. Si viaggia tra i 130 e i 170 casi all’anno. C’è un problema culturale da affrontare, insieme a tutte le questioni che riguardano la violenza di genere. Questa legge è importante per i fatti già verificatisi, ma in generale va fatto un lavoro di tipo culturale sugli uomini. E’ lì che bisogna lavorare, anche perché gli uomini che uccidono sono diversissimi. I casi di femminicidio abbracciano contesti sociali variegati.

Ci sono i Cam (Centri per gli uomini maltrattanti)

Qualcosa lo fanno, ma quei centri agiscono sempre su base volontaria. E poi bisognerebbe capire quanti uomini si rivolgono ai centri.

Restano le scuole

“Lì bisogna lavorare, e in parte lo si sta facendo seppur con iniziative autonome. Ma occorrerebbe che l’approccio culturale si incastoni in una progettazione più accurata. A Cagliari, con il gruppo ‘Heminas’, abbiamo coinvolto le scuole medie, grazie alla collaborazione della Questura e dei Carabinieri: osservare i bambini seguire con grande attenzione mentre si parlava della Convenzione di Istanbul (La convenzione sulla prevenzione e lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, ndr) è stato gratificante. Sarebbe bello se accadesse anche da altre parti, se si creasse un sistema”.

E la politica che cosa può fare?

“Tantissimo. La legge che è stata approvata è un piccolo miracolo. E’ stata portata avanti grazie al sostegno dei deputati del mio partito, che mi hanno aiutata in questa battaglia portandola in parlamento. E’ passata all’unanimità alla Camera, e con solo 5 voti di contrari (di Giovanardi e del suo gruppo) al Senato con un bellissimo dibattito. E’ una legge che, come ha affermato la presidente della Corte d’Appello di Sardegna, ci pone al primo posto in Europa in tema di tutela delle vittime. E’ questa la strada giusta. Anche nella progettazione, nelle scuole, e in tutti i luoghi dove si formano le persone, la politica deve intervenire”.

Con questa legge un primo passo è stato fatto

“Sì, ora i bambini devono capire che non sono più soli. che c’è uno Stato che li tutela, che li avvolge e li aiuterà in un percorso che purtroppo non è semplice, e che può durare decenni. Spero che con la sua corretta applicazione, non debba capitare ai figli di Federica quello che è capitato a Vanessa e a tante altre vittime che stanno ancora combattendo perché si sono sentite abbandonate. Questo sistema di tutela non potrà compensare, né restituire nulla di quello che hanno perso, ma può rendere meno faticoso un percorso che devono intraprendere, e lo Stato è tenuto ad aiutarli.

La Consigliera di Parità della Provincia di Foggia ha invitato le donne a “fidarsi di ciò che c’è fuori, della rete di soggetti e competenze pronte a prendere in carico, il dramma di colei o colui che lo vive”. Lei che cosa ne pensa?

“Sono d’accordo in parte. Senza un sistema che ti protegge, non è facile affidarsi. Sto seguendo il caso di una ragazza, che ha denunciato il suo ex compagno, dopo che questi ha dato fuoco alla casa, l’ha ripetutamente minacciata e cagionato un incidente nel quale il loro figlio è rimasto ferito. Il processo è in corso. L’uomo intanto è stato rimesso in libertà con il braccialetto, nonostante la famiglia di lui lo abbia sostenuto in queste azioni criminali. Mi sono opposta al provvedimento. Intanto i familiari continuano a minacciarla, anche sui social, l’hanno isolata e lei è costretta a vivere nascosta in casa, e lì vivrà anche durante il processo. Come si può dire a una donna di fidarsi? Quando parlo di sistema di tutele è proprio perché ci sono ancora troppi buchi, troppi gap. Una donna che denuncia deve essere protetta, non essere circondata da un sistema familiare e sociale che tutela l’aguzzino”.

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