Alle radici dei 'conflitti', con "Checkpoint Charlie" ed il sarcasmo della 'Pci'

Otto repliche per lo spettacolo PCI selezionato in tre festival internazionali. Capitoli, flash, quadri di diverso registro per una visione sarcastica delle guerre

Foto di scena Giuseppe Bruno

“Checkpoint Charlie” è tutto ciò che la guerra significa. Ed è deliberatamente sarcastica la visione che si vuol far emergere all'interno dello spettacolo: una caserma scombinata, un’improbabile sfilata di modelle senza volto, una rivisitazione surreale della seconda guerra mondiale.

E’ uno spettacolo complesso e plurale, una produzione della Piccola compagnia impertinente di Foggia che, con otto repliche, andrà in scena nel teatro di via Castiglione 49, come secondo appuntamento della stagione 2015/2016 targata PCI. Uno spettacolo che rappresenta l'esistenza stessa del conflitto.

Una presenza storica e materiale del continuo desiderio di potere, che porta ad una semplice riflessione: perché tutto il meglio che l'uomo crea deve necessariamente nascere dallo scontro? Un interrogativo, una riflessione corale, svariati punti di vista: tutti raccolti nello spettacolo che i prossimi 23, 26, 27, 28, 29 e 30 dicembre, e 1 e 2 gennaio andrà in scena al Piccolo teatro impertinente di Foggia.

INFO SPETTACOLO

Pierluigi Bevilacqua cos’è e come nasce CheckPoint Charlie?

L’idea iniziale di Checkpoint Charlie nasce dalla reazione emotiva scaturita dopo l’attacco a Charlie Hebdo. Colpire “la satira” in modo così evidente, drammatico, mi ha personalmente scosso e in qualche modo mi ha fatto sentire vulnerabile. La guerra è diventata contro le idee libere, anche se non condivisibili, ossia tutto ciò che la cultura europea ed occidentale in genere ha sempre pensato essere un pilastro della costruzione democratica della società. Successivamente lo spettacolo ha preso di mira la stupidità del conflitto, inteso universalmente: uomo-donna, padre figlio, stato contro stato, religione contro religione. La guerra non è solo una manifestazione organizzata. E’ una conseguenza quotidiana dell’odio. Ed è su questo che bisogna continuamente interrogarsi.

Parlare di guerre e conflitti, in questo particolare momento storico, è più una provocazione o un “dovere sociale”?

La guerra, in molti paesi europei, per le generazioni successive alla seconda guerra mondiale, è sempre stata qualcosa di lontano. Ora, dopo i recenti accadimenti, sembra tutto più vicino, la prospettiva inevitabilmente cambia e diventa difficile da comprendere. E’ la consueta ipocrisia di chi si preoccupa solo nel momento in cui vede minacciata la propria identità e la propria casa. Per questo parlare di conflitti è un dovere sociale, e usare le armi della satira, della provocazione, è un modo, a nostro avviso, utile e importante.

Uno spettacolo per certi versi “ardito” che ha regalato (e sta regalando) soddisfazioni e importanti attestazioni alla piccola compagnia impertinente…

La selezione ai festival internazionali è stata una enorme soddisfazione, capace di regalarci ulteriori stimoli per continuare a crescere come compagnia. E’ solo l’inizio della nostra avventura estera, sono sicuro che lavorando sodo arriveremo presto a dimostrare fuori dall’Italia ciò che stiamo costruendo, attraverso il nostro personale linguaggio e la nostra idea di comunicazione teatrale.

Una importante vetrina e una grande occasione per la compagnia di via Castiglione, declinate però a causa della complicata situazione politica estera degli stati che ospitano i festival in questione…

I festival in cui ci hanno selezionato hanno avuto difficoltà oggettive che non ci hanno permesso di parteciparvi. La Turchia per le tensioni sociali che durano ancora oggi, l’Armenia per la poca disponibilità che il festival poteva offrire in quanto a sostegno spese e ospitalità e l’India perché lo spettacolo, che parte da una satira forte che coinvolge anche la religione, avrebbe potuto creare problemi.

Come sempre, per la PCI, parliamo di progetti e storie capaci di far discutere e lasciare il segno. Qual è il messaggio che "Checkpoint Charlie" intende portare?

E’ un messaggio universale ed è in qualche modo riconducibile ad una grande pagina di storia del cinema: quella in cui Charlie Chaplin, nel discorso finale de Il grande dittatore, invitava i soldati a ribellarsi agli ordini di guerra, di uccisione di altri uomini, perché il mondo è capace di produrre risorse per tutti, e ancora grande per contenere tutte le idee senza che esse possano recare danno. E lo fa attraverso un desiderio di ridicolizzare tutto ciò che è causa di conflitto, non per il gusto di offendere, ma per la necessità di alleggerire ciò a cui diamo un’importanza tale da comportare reazioni senza alcun senso.

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