La Cattedrale, simbolo e orgoglio di Foggia: tra storia e leggende

Roberto il Guiscardo volle l'edificazione le 1081 di quello che oggi è la cripta del Succorpo, che doveva custodire l'Iconavetere Nel 1172 fu eretta la nuova Chiesa in stile Romanico, soggetta a diversi interventi, uno su tutti quello successivo al terremoto del 1731

Per tutti sono un luogo di culto, ma molto spesso anche dei capolavori artistici. Monumenti maestosi e di incommensurabile bellezza. Enumerare in Italia le chiese portatrici di storia e talento artistico è un’impresa quasi impossibile. Anche i foggiani possono con fierezza contare su alcune strutture di grande prestigio. Tesori a volte conosciuti marginalmente, o poco apprezzati. Tra chiese moderne, di costruzione recente, e altre ben più antiche, abbiamo pensato di parlarvi di queste ultime, della loro storia, delle leggende che alcune di esse custodiscono, e del perché vale la pena visitarle, osservarle attentamente e gustarne i contenuti. Così da apprezzare meglio ciò che la nostra città riesce ad offrire prima di proporlo a chi viene da fuori. Oggi parleremo della chiesa madre di Foggia, la Cattedrale, che merita un capitolo a parte. Lo merita perché è la chiesa più importante della città, e per la sua storia, talmente ricca di avvenimenti, che un libro non basterebbe a raccoglierli.

ORIGINE – Si potrebbe parlare di due chiese in una. La prima vera Cattedrale infatti, è quella che oggi conosciamo come Cripta del Succorpo, edificata nel 1080 per volere di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia durante la dominazione dei Normanni. La struttura serviva per custodire l’Iconavetere, a cui è legata la Cattedrale, oltre alla città di Foggia. La Madonna, una vergine Kyriotissa, secondo la storia fu ritrovata da un pastore in un pantano lì dove ora sorge Piazza del Lago. La Vergine era ammantata da sette Veli (da qui il nome Madonna dei Sette Veli, ndr) custodita all’interno di una teca rettangolare che presentava un foro ovale in corrispondenza del volto della Madonna. I pastori furono attratti da tre fiammelle che si sollevavano dall’acqua, quelle tre fiammelle che oggi sono il simbolo della città. Nel 1172 sulla cripta fu eretta una nuova Chiesa più grande, per volere di Guglielmo il Buono. Un capolavoro dell’arte romanica che in seguito ai vari interventi che la chiesa subì nei secoli successivi (in particolare quello successivo al terribile terremoto del 1731), vedrà confluire anche tracce imponenti di barocco e rococò. Inizialmente la Chiesa fu costruita per assomigliare alla splendida Cattedrale di Troia. Oggi la Cattedrale si presenta con la facciata a 5 archi nella parte inferiore. Il centrale ospita il portale. La parte superiore, modificata dopo il terremoto, ha perso il suo aspetto romanico, pur conservando tuttavia tracce di un antico rosone racchiuso da un’arcata che cadeva su due coppie di colonnette.
Restando all’esterno, ai lati vi sono altre arcate che caratterizzano la parte inferiore. Sul lato sinistro, compare la porta di San Martino, con il suo arco a sesto acuto che rappresenta uno degli ingressi secondari.

INTERNO – Tornando alla cripta, essa presenta tre navate su colonne basse ricoperte da volte a crociera gotiche i cui capitelli portano la firma dello scultore napoletano Nicola Bartolomeo, risalenti al 1200. L’attuale impianto a tre navate custodisce l’urna del Cristo morto (che durante la Processione Pasquale è protagonista dell’incontro con la statua dell’Addolorata) e le altre statue della Passione.
Entrando nella Cattedrale dal portale principale si apre l’unica Navata piuttosto profonda a croce latina che termina con l’altare maggiore settecentesco in marmi policromi ai cui lati sono posizionati due grandi angeli in marmo, opera di Giuseppe Sanmartino.

Lo stile settecentesco è evidente anche negli altri altari che decorano le cappelle. Alla sinistra del presbiterio, sorge la cappella dove è custodita l’Iconavetere con una cancellata in bronzo e l’altare in marmo risalente alla fine del XVII secolo.
Come spiega Raffaele De Seneen sul sito Manganofoggia.it, “la navata principale sui due lati è divisa in quattro zone, cioè in mezzo vi sono due arconi su alti pilastri come a formare due cappelle e le zone delle quattro estremità hanno ciascuna due colonne, incassate negli angoli, sulle quali poggia l'architrave”.

Sul lato destro è possibile osservare due lapidi, il battistero, un altare dedicato a San Giuseppe oltre all’ingresso secondario che conduce al piano inferiore del campanile. Il lato sinistro ospita una lapide, la tomba di Monsignor Farina, un altare dedicato alla Madonna Immacolata, e uno stallo di noce sui cui si poggia lo stemma della città di Foggia. La ricostruzione di matrice barocca è evidente nello stile interno della Chiesa. Ancora De Seneen ci racconta i dettagli dell’interno del tempio: “Le volte della navata longitudinale e del transetto sono a mezza botte, la cupola centrale, quelle delle predette due cappelle e delle due edicole sono a catino, l'abside e la rispettiva volta seguono la linea di un semi-decagono, mentre all'esterno le due cupolette delle cappelle dell'Iconavetere e del Crocifisso, nonchè quelle delle due edicole sono rivestite da piccole piastrelle di maiolica. Il pavimento, completamente rifatto nel 1928 dalla ditta Francesco Palmieri di Napoli, è di marmo a lastroni quadrati, bianchi e grigi, disposti a scacchiera, con una larga fascia centrale”

IL CROCIFISSO - Come gran parte della chiesa, anche il campanile fu totalmente distrutto dal terremoto del 1731. Fu ricostruito dall’architetto Garofano di Pisa ma non mantenne fedelmente i connotati originari. L’attuale campanile sorge tra il lato meridionale e il braccio del transetto, coprendo parte delle arcate che circondano le mura laterali del tempio.

Tra le numerose statue presenti, caratteristica e dal forte impatto visivo è la statua del crocifisso realizzata dal chierico milanese Pietro Frasa nel 1678. Frasa, che morì a soli 33 anni, è sepolto proprio sotto il crocifisso nella cappella alla destra dell’altare maggiore. La sua opera si differenzia dai classici crocifissi dal fisico più disteso e le ferite delimitate alle mani e piedi inchiodati e al costato. Il corpo del Cristo oltre ad essere disposto su una posizione più inclinata che trasmette il dolore delle torture di cui è stato oggetto, è cosparso totalmente da piaghe e ferite, dilaniato dai colpi infertigli prima della crocifissione. Si narra che nel 1933 quando il crocifisso fu portato in processione, dalle sue stimmate si sprigionarono delle scintille. Evento unico, che mai più si sarebbe verificato.

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