Il pestaggio, la solitudine e poi il suicidio: buio fitto sulla morte di Claudio. Mamma Cinzia: "Vogliamo la verità"

Il 31enne di Candela si tolse la vita il 4 febbraio 2018. Ieri messa di suffragio ad un anno dalla morte con familiari ed amici. La madre chiede giustizia. Opposizione alla richiesta di archiviazione

Un ragazzo come tanti, Claudio Onorato. 31 anni compiuti il 9 gennaio 2018, tranquillo, senza particolari problemi, se non quelli occupazionali, comuni a tanti giovani. Viveva di lavoretti; dopo una esperienza di barman a Londra, era rientrato in Italia, a Candela, e si era appassionato ai tatuaggi. Stava tentando di raccogliere il denaro necessario per mettere su un suo studio. Suonava anche, suoi video si trovano su YouTube: Tommy Meraviglia il nome d’arte. Innamorato della vita e della ragazza del posto che frequentava da un paio d'anni. Una relazione burrascosa, difficile, osteggiata, confermata dalla denuncia messa nero su bianco da lui stesso venti giorni prima di morire: potrebbe essere stata proprio questa a determinare una serie di conseguenze tali da tirarlo giù nel baratro psicologico, fino a fargli legare una corda al collo. Perché il 4 febbraio 2018 Claudio si è impiccato.

Ieri a Candela si è tenuta la messa religiosa a suffragio del giovane ad un anno dalla morte. Era in programma anche una fiaccolata che, però, causa maltempo è stata rinviata a domani. Gli amici hanno costituito un Comitato “Giustizia per Claudio”. Foggiatoday è stata la prima testata a parlare di questa tristissima e drammatica vicenda consumatasi in un paesino della sua provincia, Candela appunto. Ancora stamattina la mamma di Claudio, Cinzia Cioia, continuava a registrare il suo grido di dolore davanti alle telecamere di Chi l’ha visto?

Perché sugli ultimi giorni di vita di Claudio non si è fatta piena luce. A denunciarlo con forza su queste colonne è il legale della famiglia, il potentino Vito Mecca. E’ lui che il 6 luglio scorso si è precipitato a presentare opposizione alla richiesta di archiviazione delle indagini al Tribunale di Foggia. “Non esiste, la superficialità con cui sono state portate avanti nel primo periodo ci induce a chiedere a gran voce che siano riaperte e diano risposte a questa famiglia che ha perso un figlio”. Oggi è stato in Tribunale ma, nonostante dalla richiesta siano passati otto mesi, non è ancora stata fissata l’udienza. “Sull’arco temporale che va dal giorno del pestaggio al giorno del suicidio è buio fitto. Eppure vi sono una serie di elementi in mano agli inquirenti: tabulati telefonici, messaggi, finanche minacce di “cose pesanti” che sarebbero potute venir fuori se Claudio non avesse ritirato la denuncia. Cosa sono queste “cose pesanti”? Si è indagato? E sono collegate alla sua morte? C’è una richiesta forte da parte della famiglia di un accertamento approfondito!” tuona Mecca. “Poi, può darsi che vi sarà archiviazione e tutti ci metteremo l’anima in pace, però la giustizia deve dire la sua”.

Nelle ore immediatamente successive la morte di Claudio il fratello tuonava su Facebook: “Candela si è macchiata di sangue innocente”.

28 giorni prima di decidere di legarsi una corda al collo, Claudio era stato pestato a sangue alla periferia di Candela. Era il 6 gennaio 2018. Foggiatoday ne scrisse e ne ha scritto successivamente a più riprese. Ed è su quei 28 giorni che intercorrono tra il pestaggio e la morte che i familiari da un anno chiedono che si faccia luce.

Il pestaggio e il suicidio

E' il giorno del 6 gennaio 2018 quando Claudio subisce un pestaggio che lo spedirà all'ospedale Tatarella di Cerignola in codice giallo per dolori intercostali, trauma maxillo facciale e sospetta lesione alla milza. Foggiatoday ha potuto leggere i referti e la denuncia sporta alla Questura di Foggia. Candela. Ma andiamo con ordine. Sono le 16.15 di venerdì 6 gennaio quando un uomo si presenta a casa di Claudio sostenendo di essere il fidanzato di S., la giovane che egli frequentava da un paio d'anni. Lo invita a seguirlo. Claudio sale su una punto nera. Viene portato in via delle Rimembranze, zona Macello, dove insisterebbe un rustico della famiglia della giovane e dove Claudio riconosce anche la mamma di S. Quest'ultima, alla vista il 31enne avrebbe cominciato ad inveire e a picchiarlo, minacciandolo di morte e diffidandolo dal continuare a frequentare sua figlia. Tenta di andarsene ma viene “invitato” ad aspettare S., con la quale – a detta loro - si sarebbe dovuta chiarire definitivamente la questione. La ragazza arriva, viene picchiata anch'essa dalla mamma, “che la afferra per i capelli brandendo un coltello da cucina” dichiarerà Claudio nella denuncia. Lui non ci sta, tenta di difenderla. E qui la storia si complica, perchè entrano in scena le divise della Protezione Civile. Una la indossa la sorella di S., nel frattempo sopraggiunta con l'auto di servizio, che minaccia Claudio di una brutta fine se non avesse lasciato stare la sorella. In quel momento un altro signore, sempre con indosso la divisa della Protezione Civile, sferra un pugno al giovane e lo scaraventa in un fosso poco distante. Il forte impatto fa perdere momentaneamente l'orientamento a Claudio; non pago, l'uomo lo raggiunge e continua a sferrargli pugni, minacciandolo di dargli fuoco se non avesse lasciato il paese. Viene strattonato via. Raggiunta in evidente stato di shock una via di paese, viene soccorso da alcuni conoscenti e portato in ospedale. Tutto questo viene messo a verbale da Claudio il 9 gennaio dello stesso mese.

La mattina del 4 febbraio Cinzia Ciocia sente il figlio via WhatsApp. Un normale saluto. Alle 16.00 di quel giorno aveva appuntamento con un amico. Sarà lui ad entrare in casa di Claudio e a trovarlo impiccato.

 “Lui non voleva denunciare. Siamo stati io ed i suoi amici a convincerlo” ci racconta la madre,  che oggi chiede giustizia. “Mio figlio – denuncia - è morto nell'indifferenza generale, si sentiva abbandonato dalle istituzioni”. Da quel momento, ci racconta, le minacce sono continuate, Claudio non veniva lasciato solo per un attimo dagli amici, che si turnavano. Ormai non usciva più da solo, anche questo lo faceva stare male. “Ti diamo fuoco alla casa se non te ne vai da Candela” gli dicevano, racconta la signora Cinzia, “ed avevano diffuso in giro la voce che fosse un drogato. Claudio portava i dreads, i capelli rasta. Ma era un bravo ragazzo.  Negli ultimi tempi si era convinto che potesse passare dalla parte del torto, essendo loro in tanti, per giunta della Protezione civile e quindi più “ammanicati”, e lui da solo”. Pochissima solidarietà, se non da parte degli amici più stretti.

Una solitudine, quella denunciata dalla famiglia Onorato su queste colonne,che il sindaco Nicola Gatta ha sempre negato. In un post sui social dal titolo “Adesso basta” faceva sapere come i due volontari di Protezione civile fosse stati sospesi pochi giorni dopo il pestaggio. “Sono il primo che chiede di sapere la verità – scriveva-, abbiamo bisogno tutti di conoscere cosa realmente è successo, affidandoci con fiducia agli organi inquirenti, questo lo dobbiamo a Claudio, alla sua famiglia e a Candela che non merita di essere definita bigotta, omertosa e mafiosa”“

 “Non so se ci sia un nesso tra il pestaggio e il suicidio. E' compito della Procura indagare – dichiarava su queste colonne il primo legale della famiglia, l’avvocato Marano-. So solo che ci sarebbero state minacce pesanti anche dopo. Motivo per cui sono stati sequestrati cellulari e pc di Claudio, dai quali, mi auguro, possano emergere elementi che ci aiutino a fare chiarezza”.

Ed è su quelli che oggi batte l’avvocato Mecca. Su quelli che chiede di indagare, opponendosi all’archiviazione del caso.

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