Casillo, Zeman, Pavone e il trio delle meraviglie che hanno fatto grande il Foggia

La Coppa Durum con il Real e il Porto nel 1987, prologo di un periodo radioso suggellato dal ritorno in serie A con Rambaudi-Baiano-Signori, e dal miracolo sportivo della stagione 1992/93 con la salvezza conquistata dopo le cessioni dei big

Primo maggio 1994, la festa dei lavoratori. Sul circuito di Imola si consumerà una delle più grandi tragedie sportive, quando la Williams di Ayrton Senna si andò a schiantare alla curva del 'Tamburello' spezzando la vita del campione brasiliano e gettando nella disperazione milioni di tifosi. Qualche ora dopo, circa 500 km più a sud, i tifosi del Foggia vivranno una delle loro giornate più amare. Le decisioni quanto meno controverse dell'arbitro Nicchi e la papera del portiere Bacchin - vice dell'indimenticato Mancini - spianarono la strada al Napoli di Marcello Lippi, che con il gol di Paolo Di Canio espugnò lo Zaccheria, spegnendo le speranze rossonere di raggiungere per la prima volta la qualificazione alla Coppa Uefa. 

Quella stagione rappresentò allo stesso tempo il punto più alto del Foggia e la fine dell'epopea di Zemanlandia. Il 'muto' di lì a poco avrebbe sposato l'ambizioso progetto della Lazio di Cragnotti, mentre il Foggia con Catuzzi sarebbe finito in Serie B, entrando in un tunnel dal quale non sarebbe più uscito. 

Ora Casillo se n'è andato davvero

Quel sogno era il frutto di un lavoro pluriennale, realizzato da tre figure così diverse tra loro, eppure così affiatate. Il presidente Casillo, pittoresco, vulcanico, senza peli sulla lingua, ma dalla grandissima ambizione, già palesata sin dal suo approdo in Capitanata con l'indimenticabile Coppa Durum giocata allo 'Zac' con il Real Madrid di Michel, Santillana e Hugo Sanchez, e il Porto neocampione d'Europa; il diesse Pavone, il regista del progetto Foggia, che si innamorò di quel tipo strano, taciturno, fumatore accanito, ma promotore di un calcio che in Italia - e non solo - non si era mai visto. Un colpo di fulmine che condivise ben presto con il suo presidente. E poi c'era lui, Sdengo e il suo 4-3-3 iperoffensivo. Insieme, a partire dalla seconda metà degli anni '80 avrebbero rivoluzionato i destini della Foggia pallonara. Il fascino che il boemo esercitava sul presidente, non fu intaccato neppure dal 'tradimento' del tecnico nel 1987, (il cui accordo col Parma non andò giù a Casillo) tanto che - come racconta Pavone nel docufilm 'Foggia calcio 100, la categoria un dettaglio' del giornalista foggiano Domenico Carella - il 4 giugno 1989, giorno in cui i satanelli con Caramanno riconquistarono la serie B, Casillo si rivolse a Pavone dicendogli: "Vai a prendere il tuo amico. Digli che lo perdoniamo". Il sogno poteva ripartire, malgrado le incertezze dei primi mesi e le voci di un nuovo esonero, spente da un gol di Signori in quel di Monza. Beppe Gol, che di gol ne aveva segnati pochi fino al suo approdo in Capitanata. Non avrebbe smesso più di farlo in tutta la sua carriera.

Fu una delle tante intuizioni del duo Pavone-Zeman, approvata da Casillo. La capacità di scovare talenti, di massimizzare le prestazioni dei giocatori normali e sublimare quelle dei fuoriclasse in erba, fu il marchio di fabbrica di quel progetto. Nell'era in cui si esalta l'Atalanta di Percassi e Gasperini, fucina di talenti e produttrice seriale di plusvalenze, non è sbagliato sostenere che il Foggia di Casillo ne fu in qualche modo precursore. La prova tangibile fu la stagione 1992/93, quando il Foggia di Zeman si presentò ai nastri di partenza della sua seconda stagione di serie A, orfana del trio delle meraviglie Rambaudi-Baiano-Signori e dello straordinario quanto incostante talento di Shalimov. Cessioni che fruttarono tanti soldi, ma che furono investiti in una minima parte. Pavone pensò bene di ricostruire la squadra affidandosi a calciatori provenienti dalle serie inferiori, concedendosi il solo ingaggio di Bryan Roy come spesa 'di lusso'. I risultati iniziali non furono incoraggianti e furono in molti a puntare il dito contro il patron. Sarebbero stati smentiti molto presto. Non è affatto inopportuno il pensiero secondo cui sia stata proprio quella stagione, conclusasi con una comoda salvezza, a raccontare la vera essenza di Zemanlandia ancor più della successiva, quando i rossoneri arrivarono a un passo dall'Europa. 

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Il primo maggio del 1994 fu una data spartiacque. Solo dieci giorni prima, il 'Re del grano' veniva raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare per concorso esterno in associazione mafiosa. Accuse dalle quali sarebbe stato assolto soltanto tredici anni dopo, quando le aziende che gli furono riconsegnate erano, nel frattempo, fallite. I tentativi di ripetere altrove le gesta foggiane tramontarono quasi subito. Ci riprovò anche in Capitanata ricostituendo la triade vincente con Pavone e Zeman. Difficile dimenticare l'estate del 2010, il Teatro Ariston trasformato in un piccolo 'Zaccheria' che accarezzava l'idea della rinascita. Durò poco: il suo Foggia, ancora una volta costruito a costo zero o quasi, diede sì spettacolo, scoprendo i giovanissimi talenti di Insigne, Sau, Laribi e Farias, ma fallì la qualificazione ai playoff. Il rapporto tra il 'muto' e Casillo si incrinò e le strade si divisero nuovamente. A rimetterci fu solo la città, che dopo un'anonima salvezza nel 2012, visse una delle estati più brutte di sempre, sancita dalla mancata iscrizione al campionato. Un epilogo che una parte della piazza ancora oggi non perdona all'ex 'Re del grano', rendendone la figura ancora più controversa. "Odi et amo", scriveva Catullo un paio di millenni fa. Eppure, c'è chi nella bilancia dei sentimenti continua a conferire un peso maggiore al capolavoro costruito a cavallo tra gli anni '80 e '90. Quando il Foggia sognava tra i grandi e tra i grandi dimostrava di saperci stare. Se n'è andato nell'anno del centenario del Foggia: per chi è fatalista, un significato ci sarà. Di certo, sarebbe difficile, se non impossibile, negargli un posto in prima fila tra i grandi della storia rossonera. 

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