È morto Lamberto Giorgis: allenò il Foggia negli anni '80

Ex mediano di Taranto, Modena e Carpi, iniziò la carriera di allenatore nel 1967 a Modena terminandola a Pisa nei primi anni '90. Fu sulla panchina del Foggia nel 1982/83 e nel 1984/85

Lamberto Giorgis (Ph. Facebook)

Se n'è andato dopo una lunga malattia Lamberto Giorgis, ex allenatore del Foggia nella prima metà degli anni '80. Aveva 87 anni. 

Da calciatore, ruolo mediano, disputò oltre 200 presenze con la maglia del Taranto, per poi vestire le maglie di Modena e Carpi, squadra con la quale concluse la carriera per poi intraprendere quella da allenatore. Nel 1967 cominciò con il Modena in serie B venendo in seguito esonerato. Seguiranno le esperienze sulle panchine di Ravenna, Rovereto, Vigevano, Novara, Lecce, Sampdoria (in serie A), Monza e Francavilla. Nel 1982/83 subentro a Leonardi sulla panchina del Foggia in serie B, ma non riuscì a evitare la retrocessione in terza serie. Dopo una stagione a Casarano, tornò in Capitanata, venendo poi sostituitoo in corsa da Graziano Landoni. 

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Lascia la moglie Laura e le figlie Barbara e Simona, che lo hanno salutato con un commovente messaggio su Facebook: "È andato via. Un giorno di fine estate, il 30 agosto del 2019. Amatissimo, come sempre, dalle sue figlie Barbara e Simona e da sua moglie Laura. E’ andato via nel modo che ha caratterizzato tutta la sua vita, sfidando il suo corpo, sotto la pioggia, con il vento, ogni domenica, perché doveva vincere. 
Da bambino iniziò facendo il raccattapalle, a Città di Castello, nel piccolo campetto della squadra di calcio della città. Sapeva che dopo un po’ di tempo avrebbero provato a farlo giocare, e quello era il suo sogno più grande, che ha rincorso senza mai fermarsi. 
Ogni giorno fuggiva dalla finestra della sua cameretta, si calava giù per andare su quella terra di carbone a rincorrere la palla. Sì perché in quel piccolo paesino umbro non c’era il prato ma polvere nera che si incastrava nelle pieghe della pelle dei piedi e prima di tornare a casa, alla fontana, doveva scrostare con il coltello la terra per non fare arrabbiare la sua mamma. Giocava e correva scalzo; soldi per le scarpe non c’erano ma lui non demordeva, anzi…Una volta entrato ufficialmente nella squadra, essendo molto alto non riusciva a trovare scarpe da calcio adatte a ai suoi piedi. Prese gli arnesi del nonno che un tempo faceva il ciabattino e si mise a cucire le scarpe da calcio, su misura, con le sue mani. Era abituato a costruire e inventare giocattoli che non potevano comprare, per i suoi fratelli più piccoli. Non lo fermava nulla. Nemmeno quando diventò molto alto, così tanto da divenire smilzo e senza muscoli e allora tutti i giorni da solo, nella sua stanza, si allenava senza sosta facendo diventare il suo corpo poderoso e perfetto per volare e innalzarsi nei suoi bellissimi gol di testa. Lo stadio, la gente sugli spalti, con quel rumore di cori urlanti, per lui, erano linfa vitale; la sfida lo elettrizzava, lo motivava. 
Erano sfide leali, quelle delle persone per bene, dei tempi di Rivera e di Maldini. 
Durante la sua grave malattia, alla fine della sua vita il suo medico gli chiese di scrivere una parola sul calcio: ci mise tanto, perché la sua mente era molto debilitata e confusa. 
Ma lentamente e tremolante scrisse: << sport meraviglioso >>".

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