Intervista a Delio Rossi: il "dolore indicibile" per il Foggia e quella chiamata che non è più arrivata: "Ora serve una società seria"

L'ex tecnico del Palermo a dicembre fu a un passo dal ritorno in rossonero: "Non so chi abbia cambiato idea, ma mi piacerebbe solo sapere il perché". Sul futuro del calcio in città: "Basta proclami e letterine di Natale, serve qualcuno che faccia le cose prima di dirle"

Il Foggia non c'è più. Sparito dal professionismo, non ancora formalmente - almeno finché la Covisoc non accerterà il mancato pagamento degli stipendi - ma nei fatti, sì. Dopo quattro anni di sogni, la cadetteria riacciuffata al termine di una rincorsa quasi ventennale, si ripiomba nel limbo del dilettantismo. Sempre che qualcuno abbia la seria intenzione di ricostruire tutto daccapo, con serietà e lungimiranza. Da due giorni a Foggia ci si interroga sui motivi che hanno portato a questa rovinosa caduta, sulle responsabilità, sulle origini. Tante le risposte, più o meno giuste, tutti ingredienti che vanno a finire nel calderone - già di per sé colmo di contenuti - della disperazione. È un dramma, seppur sportivo, che si estende a tutte le latitudini, e non esclude neppure chi a Foggia e al Foggia è legato. Gente che la maglia rossonera l'ha indossata, gente il cui destino si sarebbe potuto incrociare nuovamente con quello dei satanelli. Qualcuno, però, si è messo di traverso. Tuttavia, l'amore di Delio Rossi per il Foggia è rimasto immutato, difficile da quantificare, più o meno come il dispiacere per le sorti dei satanelli. 

Dopo 7 anni il Foggia è di nuovo fuori dai giochi.. 

"Per me è un dolore indicibile, Foggia è parte della mia vita. È un dramma sportivo perché so quanto il calcio conti in questa città. In questi anni è stata un'occasione per riscattarsi, per rivendicare la foggianità più bella, testimoniata dai tanti abbonati e dal sostegno che la gente non ha mai fatto mancare soprattutto in trasferta. Il mio pensiero va soprattutto a loro". 

Dopo l'esonero di Grassadonia, il suo ritorno a Foggia sembrava cosa fatta. Che cosa ha fatto interrompere la trattativa? 

"In verità non c'è stata alcuna trattativa. Se mi chiama una squadra alla quale sono legatissimo e mi siedo a parlare, in quel momento ho già dato la mia disponibilità. Lo stesso è accaduto a Palermo dove mi sono messo a disposizione senza pensare ai soldi o ai programmi. Se certe squadre ti chiamano è perché sono in difficoltà, pertanto o non ci vai a parlare e declini l'invito, oppure ci parli e in quel momento hai già deciso di accettare". 

Chi ha deciso di non chiamarla più?

"Guardi, quando sono andato a parlare con loro c'erano tutti (Nember e i Sannella, ndr), quindi non saprei da chi è dipesa la decisione e quando i giochi sono fatti i retroscena neppure mi interessano. Hanno deciso di prendere Pasquale (Padalino, ndr) che è un amico, ed è una scelta che ci può stare. Semmai, mi sarebbe piaciuto conoscere i motivi della decisione di non chiamarmi più".

Molti tifosi sono convinti che con lei in panchina il Foggia si sarebbe salvato

"Non lo so, ma sicuramente ci avrei messo tutto me stesso come ho sempre fatto, aggiungendo quel quid in più per via del legame affettivo che ho con la città, che magari a volte ti si ritorce contro, perché il coinvolgimento emotivo ti rende un po' meno razionale. Ma senza dubbio ci avrei messo tutto per aiutare il Foggia a uscire da quella situazione". 

Tunnel nel quale poi è sprofondato. Per colpa di chi?

"Quando accadono queste situazioni non c'è una componente esclusiva che incide. Non ho gli elementi per giudicare, ho vissuto le vicende di riflesso, qualcosa mi è stata raccontata, però posso dire che in questi casi anche chi ha lo 0,5% delle colpe è pur sempre colpevole. È come il ladro che ruba un miliardo e un altro che ruba una mela. Son tutti e due ladri. Non credo ci sia un solo colpevole, però la storia dice che dagli errori si impara, altrimenti si scade nel masochismo. Adesso c'è grande sconcerto e non sarà semplice ripartire, anche perché non vedo molta gente disposta a investire sul territorio. Questo fa male". 

Pirazzini ha parlato di settore giovanile trascurato, quando invece dovrebbe essere alla base di una società di provincia. Lei è d'accordo?

"Al di là dei giocatori e degli allenatori, tenendo comunque conto dell'incidenza dei loro valori, penso che la differenza la faccia la società. Prenda il caso del Lecce: hanno vissuto anni bui, poi si è insediata una società valida e in tre anni hanno ritrovato la serie A. Questo accade quando alle spalle c'è una società forte. Bisogna affidarsi a persone che abbiano una strategia oltre alla forza economica e che, naturalmente, conoscano il territorio. Io sono d'accordo con Gianni, ma vado ancora più lontano". 

Ovvero?

"Alla base ci devono essere le strutture, non è possibile che la prima squadra per allenarsi dovesse chiedere il permesso all'Amendola. Come puoi pensare di coltivare il settore giovanile se non disponi neppure di un campo di allenamento per la prima squadra?".

Con cosa e da chi si dovrebbe ripartire?

"Ci vuole gente seria che venga valutata per quello che fa e non per ciò che dice. Basta con i proclami e le letterine di Natale. Io sono per la cultura dell'esempio, tu falle le cose poi dille. Mi auguro che venga una società seria, ma ho dei dubbi. Non vedo gente disposta a investire nel Foggia, che conosca l'ambiente e ci metta la faccia con i fatti prima che con le parole".

Dal possibile ritorno a Foggia al ritorno a Palermo. I rosanero hanno vissuto una storia simile, non si sono iscritti alla serie B. Se lo aspettava?

"No, affatto. Sapevo che ci fossero problemi derivanti dai tre anni precedenti, ma non mi aspettavo una fine del genere. Sono arrivato nelle ultime tre giornate con l'obiettivo di giocare i playoff e, probabilmente, li avrei anche vinti perché avevo una buona squadra. C'erano tutti i crismi per fare il salto. Poi a pochi giorni dai playoff c'è stata la retrocessione. Poi in Appello la squadra è stata riportata in B, e l'altroieri non si è iscritta al campionato. Ecco, anche in questo caso è mancata la società. Solo proclami e chiacchiere". 

E del caos playout che idea si è fatto?

"Ha perso il sistema calcio. Perché le classifiche le detta il campo, non il tribunale. Quando comincia un campionato si dà per scontato che ci siano regole chiare per tutti, poi solo il campo deve essere giudice. Invece quest'anno abbiamo visto di tutto. Playoff disputati con lo scorrimento della graduatoria, playoff annullati e poi disputati, squadre retrocesse che già sapevano che sarebbero state ripescate. Tutto ciò è assurdo, per un uomo di calcio come me non è concepibile". 

Quale sarà il futuro di Delio Rossi?

"Io non so fare nient'altro, faccio questo lavoro da 30 anni e penso di aver ottenuto dei discreti risultati. Sarà come quest'anno, chi avrà bisogno mi chiamerà, se troverò le condizioni per estrinsecare le mie capacità accetterò volentieri. Ma sono sereno. Di certo continuerò ad allenare". 

E ai tifosi rossoneri che cosa si sente di dire?

"Adesso sembra che tutti abbiano la pietra filosofale e si sentano di lanciare messaggi. Io li conosco, non hanno bisogno che gli si indori la pillola o di ricevere promesse per il futuro. Adesso è come quando vai a un funerale, le parole non servono. Stanno vivendo un dramma sportivo, so quanto conta per loro il calcio anche perché a Foggia non c'è molto altro. In questi anni c'era stato un risveglio, adesso c'è scoramento per cui meno si parla e meglio è. Adesso chi vuole bene al Foggia e ha le possibilità agisca con i fatti". 

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