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Domenica, 23 Gennaio 2022
Calcio

Quando un nobile gesto non fa notizia

Il gesto di rispetto nei confronti di Antonio Trotta, il poliziotto colpito da un ictus durante il servizio di scorta nel corso della gara tra Catanzaro e Foggia. Non è la prima azione onorevole di cui si sono resi protagonisti i tifosi del Foggia.

Dice bene il direttore generale del Catanzaro Diego Foresti: “Parlare del mondo ultra è facile nelle situazioni negative”. Viene da aggiungere che è ancora più facile esaltare i momenti bui quando gli ultrà in questione sono quelli del Foggia. Non è vittimismo alimentato da spirito campanilista, ma l’amara realtà. Lo dice la storia, dagli articoloni sul lancio della bottiglietta (peraltro proveniente dalla tribuna) che procurò lo “svenimento” di Gattuso nella finale playoff di cinque anni e mezzo fa, al coro sotto la curva nord dei calciatori rossoneri due stagioni fa, che una edizione del Tg1 ritenne doveroso enfatizzare.

Quel coro pro-diffidati fu l’assist per produrre un allargamento tematico al momento storico del territorio foggiano, dove imperversava (e imperversa ancora) la quarta mafia, come se la curva intitolata a Franco Mancini fosse un presidio dell’illegalità, una sede distaccata di qualche clan mafioso. Per quell’infausto accostamento, la società allora rappresentata dal presidente Roberto Felleca, ritenne opportuno querelare l’autore di quel servizio per diffamazione aggravata: “Che Foggia sia la terra della quarta mafia, è un dato di fatto. Lo stabiliscono provvedimenti giudiziari definitivi; lo illustra la DIA nei costanti aggiornamenti della mappatura delle mafie italiane. Che il primo telegiornale italiano lo affermi e lo sottolinei, è non solo giusto, ma anche auspicabile: i riflettori dell’informazione non possono che alzare il livello di allerta delle istituzioni e sensibilizzare la popolazione. Ma introdurre il tema della quarta mafia fuori contesto, in un servizio che ha ad oggetto la violenza nel mondo dello sport, è un volo pindarico tanto gratuito quanto offensivo per la città, i tifosi, i calciatori e la società”, dichiarò il club rossonero, difeso dall’avvocato Michele Vaira.

Quello degli ultrà è da sempre un mondo a sé stante, con delle dinamiche e dei codici che solo chi ne fa parte può comprendere appieno. Chi ne è estraneo spesso commette l’errore di formulare delle letture superficiali, figlie di una scarsa conoscenza che di sovente sfocia in ottusa ritrosia. Ed è così che si spiega la facile tendenza a esaltare i punti critici (spesso ingigantendoli e generando accostamenti del tutto illogici, come nel succitato servizio), come i cori per i diffidati o quelli di discriminazione territoriale (questi ultimi comunque da condannare), schivando con la chirurgica precisione di un esperto slalomista i comportamenti umanamente lodevoli. E lo stesso accade estendendo il discorso all'intera Capitanata, terra meravigliosa abitata da persone meravigliose. Ma vuoi mettere una bomba davanti a un negozio rispetto a un gesto di solidarietà o al prestigioso risultato ottenuto da un foggiano? 

La decisione di accedere nel settore ospiti del ‘Ceravolo’, tenendo gli striscioni avvolti e le bandiere ammainate, restando in silenzio per l’intero match – azione alla quale si sono poi associati anche i supporter locali –, per rispetto nei confronti di un poliziotto colpito da un ictus durante il servizio di scorta, non è la prima azione onorevole di cui si sono resi protagonisti i tifosi del Foggia. Gli ultrà rossoneri sono quelli che ogni tre mesi si presentano in massa al centro trasfusionale per donare il sangue; sono quelli che omaggiano gli operatori sanitari, impegnati nella lotta contro il Covid, riempiendo una intera provincia di striscioni, o che fanno piovere peluche dalle curve per i bambini prima di una partita.  

Eppure, al netto dei ringraziamenti piovuti dalla società calabrese e dalle testate locali, non si è fatta alcuna menzione del gesto onorevole dei supporter rossoneri. Non che loro ne avessero bisogno o che la scelta sia stata dettata dal tentativo di farsi pubblicità. Ne avrebbe bisogno, però, chi fruisce dei canali di informazione che da sempre hanno dei dogmi a cui ottemperare: tra questi vi è il racconto della verità. Una verità che troppo spesso, e anche questa volta, si è rivelata assai parziale.

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