L'abbazia di Sant'Agata Martire, un tempo snodo strategico per gli affari di mercanti e faccendieri diretti alle Tremiti

Il Monastero di Sant'Agata Martire è un edificio maestoso, di cui oggi rimangono pochi ruderi avvolti nell'abbandono più totale

Il Monastero, foto di Annalisa Milione

Il Monastero o Abbazia di Sant'Agata Martire è situato nel territorio del comune di Serracapriola, in provincia di Foggia. Un'imponente struttura ben visibile al viaggiatore sia dal treno sia dall'autostrada tra Puglia e Molise.

L'abbazia è dedicata a Sant'Agata Martire e un tempo, oltre la chiesa, vi erano una masseria e diverse case. L'edificio religioso era gestito seguendo la struttura latifondista, ossia vi era un responsabile che se ne prendeva cura, dei braccianti e altre categorie di lavoratori come fornai, fabbri e calzolai, che abitavano all'interno dell'edificio centrale.

La descrizione del Parco Nazionale del Gargano

L'Abbazia di Sant'Agata martire sorge su antichi resti romani al margine nord-est del territorio serrano. L’area si trova a breve distanza dal mare e dal corso del fiume Fortore. I primi riferimenti storici dell’Abbazia sono datati 1328 e ne contestualizzano la nascita in relazione all'operato dei Cistercensi di Casanova. L’Abbazia è stata sotto il controllo dell’Abbazia di Tremiti per molti secoli. Infatti per Tremiti, l’Abbazia di Sant’Agata aveva un ruolo strategico di grande importanza: affacciata sul mare e in comunicazione visiva con le isole, non distante dal corso del fiume Fortore, storicamente navigabile per piccole imbarcazioni e dotata di un "non incomodo porto".

L’Abbazia di Sant’Agata garantiva la continuità del flusso di viandanti, di pellegrini, mercanti e faccendieri diretti alle isole. Tale era il flusso che nel 1575 si progettò l'allargamento della Santa Agata - Porto del Fortore.

Dopo il XV secolo, i Canonici s dedicarono all’espansione delle colture agricole (frumento e vigneto) e della pratica zootecnica a scapito dei preesistenti boschi. La produzione eccedente veniva concentrati a Tremiti per poi essere commercializzata. Prevaleva l'allevamento ovino, seguito da quello di bufali, maiali, giumente. Per affrontare le diverse incombenze nell’area sorgeva oltre la chiesa, una grande masseria e molte case per i massari e i lavoranti. L'intera struttura assunse un aspetto poderoso grazie alla cinta di robuste mura.
Nell' Agosto 1567 uno sciame di galee turche attraccò alla foce del fortore. Le milizie ottomane raggiunsero il centro fortificato di Sant’Agata, saccheggiandola e dandola alle fiamme.

All’attacco dei turchi segue un lungo periodo di oblio dell’abbazia. Questa progressivamente perde le sue caratteristiche di centro di produzione agricola e il limitato numero di abitanti non supportò neanche la funzione religiosa. A testimonianza del declino progressivo dell’area e della chiesa, resta il trasferimento avvenuto in quegli anni del corpo del beato Tobia da Como, un tempo lì conservato. 

Al declino di Sant’Agata, si associa segue quello progressivo dell’Abbazia di Tremiti, da cui quest’ultima dipendeva. Nel 1782 anche questa viene soppressa. La contrada Sant'Agata è stata abitata invece abitata nei secoli successivi da feudatari e agricoltori. Ancora fino agli anni cinquanta tra i suoi abitanti figurano Camillo de Luca e famiglia, fattore delle tenute e persona di fiducia del principe Saluzzi di Napoli, cugino del Re di casa Savoia, una maestra elementare, due guardiani e pastori.

Dell'abbazia di Sant'Agata, oggi rimangono le mura, i cortili, la statua di cartapesta che si venerava nella chiesa omonima e un quadro a olio su tela, deteriorato, raffigurante il martirio subito dalla santa siciliana. Ma questi muri conservano tutto il fascino della storia che li ha attraversati.

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