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Lunedì, 26 Settembre 2022
Salute

"Fate il test hiv". A Foggia 650 sieropositivi in cura alle Malattie Infettive, infezione non si trasmette più grazie alla terapia l'antiretrovirale

La terapia antiretrovirale se assunta correttamente esclude la possibilità del paziente di trasmettere l'infezione anche attraverso rapporti sessuali scoperti. Per il prof. della Malattie Infettive dell'azienda ospedaliera Policlinico Riuniti, Sergio Lo Caputo, bisogna facilitare l'accesso al test per l'Hiv. Pronta una campagna di informazione e prevenzione

650 pazienti sieropositivi trattati nel reparto di Malattie Infettive, circa 25 nuove diagnosi ogni anno e una età media in aumento che si è attestata intorno ai 50 anni: questa la fotografia in provincia di Foggia in merito alle persone in cura al Policlinico Riuniti che hanno contratto il virus hiv e sono sottoposti alla terapia antiretrovirale. Una cura che se assunta in tempo e correttamente, scongiura il rischio di trasmettere l’infezione anche in caso di rapporti sessuali non protetti. Terapia che ha allungato le aspettative di vita dei pazienti infetti quasi quanto quella dei soggetti negativi.

Tuttavia, nonostante il trattamento escluda la possibilità di trasmettere l’infezione e le persone sieropositive siano ormai da considerarsi come dei 'malati cronici', lo stigma e la discriminazione tra gli operatori sanitari verso questa categoria di pazienti è ancora troppo alto. È quanto è emerso dai dati preliminari dell'indagine ‘Riorganizzazione modello di presa in carico Hiv’, condotta da 'Coalition Hiv' e presentata al convegno 'Consensus Meeting Coalition 2021', organizzato da Fondazione The Bridge a Milano, al quale ha partecipato dal professore associato di Malattie Infettive dell’Università di Foggia, il prof. Sergio Lo Caputo. “C'è discriminazione tra gli operatori sanitari verso le persone sieropositive, ma se si prende la terapia antiretrovirale e non si ha carica virale, non si può infettare nessuno in nessun modo. È un concetto questo che va discusso dalle scuole fino all'ambiente sanitario e i medici non infettivologi".

Alle 32 associazioni e 55 centri clinici operanti su tutto il territorio nazionale che hanno partecipato alla ricerca, è stato chiesto di valutare, su una scala da 1 a 5, se discriminazione e stigma fossero ancora presenti all'interno del sistema sanitario e socio-assistenziale: alto il punteggio, ovvero 4.

Per Lo Caputo bisogna facilitare l'accesso al test per l'Hiv. "Molti medici non lo chiedono anche per sintomi che potrebbero rientrarci. Il test Hiv dovrebbe diventare un esame di routine. Il concetto che vogliamo di normalizzazione dell'Hiv passa dal fare test in una situazione come quella di tutti altri esami, come azotemia o glicemia, deve essere una prassi, non uno stress. Volendo lo si può fare anche in anonimato".

Le nuove infezioni sono di due tipi; ragazzi molto giovani tra i 18 e i 25 anni che contraggono l’infezione per via omosessuale e over 45 che la contraggono per via eterosessuale. “Per fortuna l’hiv non è più una malattia diversa dalle altre” evidenzia l’infettivologo.

Si può contrarre il virus ed essere asintomatici per molti anni, anche 10. “Per questo diventa fondamentale il discorso del test, per evitare che uno arrivi in fase già conclamata, quando invece è più difficile che la terapia risponda in maniera ottimale” spiega Lo Caputo, che nella giornata di ieri ha presentato all’Ares un progetto di una campagna di informazione e prevenzione sul test hiv con tutte le informazioni e i consigli necessari. “E’ ora di ripartire con la prevenzione di tutte le malattie, non solo infettive, fase che la pandemia ha bloccato”.

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