Salute

Long Covid, la 'roulette russa' che allunga i tempi di guarigione. Il dr. Greco: "Virus ci sta sfidando in maniera intensiva"

Sintomi e gestione della sindrome che può manifestarsi dopo l'atteso tampone negativo. Il punto di Antonio Greco, primario del reparto di Geriatria- Covid 1 dell’ospedale ‘Casa Sollievo della Sofferenza’

Il tampone negativo non sempre rappresenta la fine dell’incubo. Sempre più spesso, infatti, i soggetti che risultano clinicamente guariti dal Covid-19 iniziano a sviluppare (o a manifestare) una serie di sintomatologie, anche gravi, che costituiscono esse stesse una malattia.

Gli strascichi del Coronavirus lasciano segni evidenti nell’organismo, originando disturbi che possono perdurare nel tempo e che, insieme, vanno a costituire quello che oggi viene chiamato Long Covid. Non si tratta di malesseri passeggeri né di somatizzazioni derivanti dalla pregressa condizione di malattia, ma di vere e proprie manifestazioni che rendono difficile, se non impossibile, tornare alla vita di tutti i giorni. A dispetto dell’esito del tampone.

I sintomi variano anche nella gravità: da stanchezza persistente, mal di testa, astenia e debolezza muscolare, fino a disfunzioni cognitive (brain fog), pericarditi, tachicardia, mancanza di respiro, manifestazioni cutanee. Ne abbiamo parlato con Antonio Greco, primario del reparto di Geriatria- Covid 1 dell’ospedale ‘Casa Sollievo della Sofferenza’ di San Giovanni Rotondo.

Dott. Greco, il tampone negativo non sempre è indice di una guarigione completa. Cos'è il Long Covid e come si manifesta?

Con questo termine si vuole raggruppare un insieme di condizioniAntonio_Greco_geriatra-2 eterogenee - manifestazioni cardio-respiratorie, disturbi neuro-psicologici o malattie cutanee - e si fa riferimento ad una serie di sintomi che hanno iniziato a prendere piede dopo che un certo numero di pazienti, dichiarati guariti al tampone molecolare, hanno iniziato a lamentare sensazioni di malessere generale, astenia, dolore toracico, palpitazioni. Nella maggior parte dei casi, si è poi trovato un dato anatomo-patologico dietro queste manifestazioni.

Del tipo?

Ad esempio, la persistenza di infiammazioni del pericardio (ovvero pericarditi) come responsabili del dolore toracico o della tachicardia. O ancora, forme che hanno riguardato il sistema muscolo-scheletrico, ma anche l’apparato neurologico come forma di neuropatia periferica. Tutte queste condizioni hanno creato questa entità nosografica - Long Covid, appunto - che è stata ben riconosciuta. Inizialmente si pensava ad un disturbo di tipo psicologico, una sorta di depressione reattiva per lo stress del trattamento della patologia. Ma il Covid-19 è una malattia sistemica e interessa più distretti e apparati, con tempistiche di guarigione completamente differenti. Spesso vediamo pazienti perfettamente guariti dal punto degli scambi dei gas, nonostante dalla radiologia rimane la persistenza di un quadro che può perdurare anche per molti mesi.

L’aumentare di casi di Long Covid, soprattutto in questa ultima ondata, più essere una conseguenza della variazione del virus?

Rispondere è difficile. I meccanismi possono essere duplici: da un lato la seconda ondata ha selezionato pazienti più giovani e mediamente più gravi, per cui, molto spesso, alcuni reliquati della sintomatologia neurologica sono legati prevalentemente alle conseguenze legate alla cura del paziente critico nella terapia intensiva (tecnicamente Neuropatia da Critical Care). Così come lo stress, sia dal punto di vista respiratorio che cardiovascolare, è stato più pronunciato. Non so se c’è un rapporto causa-effetto derivante dalla mutazione, ma quel che è certo è che oramai vediamo quasi esclusivamente forme di varianti inglesi, mentre in altre città più grandi, con porti mercantili o aeroporti, sta aumentando anche la cosiddetta variante brasiliana.

L’altro aspetto?

Potrebbe derivare dalla situazione di varianti più gravi, che condizionano quindi la durata della malattia in soggetti che hanno la possibilità di esprimere una forte azione immunitaria. La malattia, infatti, si manifesta con una forma di risposta a un virus (la cosiddetta fase viremica in cui il virus replica nel sangue); poi c’è la fase citochimica in cui sono le citochine infiammatorie dell’organismo che condizionano la gravità di malattia e queste possono perdurare molto nel tempo, fornendo - forse - una nuova chiave di lettura della sindrome.

Il sintomo dominante del Long Covid si manifesta laddove l’organismo è più debole o esposto, oppure è una sorta di roulette russa?

Può essere una roulette russa. E’ chiaro che, cercando di fare una stratificazione dei casi di Long Covid, questi non siano facilmente attribuibili alla gravità della malattia in sé, ma alla durata dell’ospedalizzazione e alla difficoltà della correzione dei sintomi e degli strumenti impiegati. Molti pazienti hanno avuto un trattamento con ventilazione meccanica che è durato a lungo, quindi è difficile discriminare quale delle variabili prese in esame può condizionare la comparsa del Long Covid. Potrebbero esserci differenze sul piano genetico, ma al momento non sono ancora evidenti e quindi dimostrabili.

Per quella che è la sua esperienza, ci sono stati di pazienti ospedalizzati usciti dalla porta del Covid e rientrati dalla finestra del Long Covid?

La percentuale osservata da noi è abbastanza bassa. Potrei dire che solo un paio di casi su circa 500 osservati (come media dell’anno 2020) sono ritornati in ospedale, per fare uso di riabilitazione cardiovascolare a seguito di una forma di pericardite

Chi sono i soggetti più colpiti?

Paradossalmente non sono gli anziani, il che potrebbe linkare a dati immunologici. Sono soprattutto adulti di media età (dai 60 ai 75 anni), un target che esprime ancora una condizione di estrema immunocompetenza del sistema immunitario, soprattutto nel sesso femminile.

Lei stesso, nei mesi passati, è stato un paziente Covid. Oltre alla malattia ha affrontato anche i postumi da Long Covid?

Ho contratto il Covid-19 nel corso della prima ondata, mentre gestivo, con un collega anestesista, un paziente giunto in ospedale in condizioni drammatiche. Ci contagiammo entrambi. Ricordo nettamente come sintomo la stanchezza cronica. Sono stato ricoverato nel mio stesso reparto e ho affrontato un paio di notti difficili, in cui ho avuto davvero paura e temevo di desaturare. Ma, nel complesso, devo dire di essere stato fortunato, nell’aver avuto un decorso psicologicamente molto favorevole.

Con il virus è stato necessario essere flessibili e imparare a navigare a vista. Se nella prima fase era necessario concentrarsi sulle acuzie ora ci si sta preoccupando anche del post...

Assolutamente. In realtà ora ci stiamo concentrando sia del pre che del post. Penso, ad esempio, alla possibilità offerta dall’utilizzo degli anticorpi monoclonali per i pazienti fragili,  che costituiscono, prima dell'ospedalizzazione, un’arma potentissima che può salvare la pelle al paziente. In questa seconda ondata siamo stati sfidati in maniera intensiva: il ‘combattimento’ con la malattia dei pazienti più giovani è stato molto più duro e ha messo a dura prova tutta l’organizzazione degli ospedali. In un primo tempo ci si è concentrati sulle acuzie, quando finalmente si sono riportati margini di successo, è emerso il problema del post. Man mano che si riduce l’iper-acuzia, tanto più i servizi post - controlli ambulatoriali, spirometrie, controlli tac a distanza - possono essere più precisi e affidabili.

Dall'osservatorio costituito dal suo reparto, qual è la sensazione che si percepisce? Continueremo a convivere a lungo col virus?

Mi auguro di no. Certo, ci saremmo aspettati un calo più drastico. Abbiamo visto arrivare meno persone, ma quelle che sono arrivate fino a sabato scorso erano tutte in condizioni difficili. Devo dire che i reparti Covid a bassa intensità si stanno progressivamente svuotando, ma resta la sfida dell’intensiva e della sub-intensiva che rappresenta oggi il problema più rilevante.

Ad oggi, qual è la situazione nel suo reparto?

Il reparto di Geriatria Covid contiene al suo interno la sub-intensiva e la pneumologia. Ad oggi (lunedì per chi legge, ndr) abbiamo 29 pazienti, di cui 17 attaccati ad un ventilatore, gli altri 12 in condizione di miglioramento, con alti flussi e ossigeno. Non è questa la condizione dei pazienti in cura nell’altra parte dell’area Covid, dove si contano meno pazienti, mediamente meno gravi. Il mio reparto è bersagliato non tanto dagli arrivi del pronto soccorso, ma dai trasferimenti interni, ovvero pazienti che si aggravano nel corso del ricovero. Siamo fiduciosi: dai primi di maggio andremo a ridurre nei reparti internistici spazi dell’area Covid a favore di quelli di 'area pulita' e questo lo prenderei come segnale positivo. Ora più che mai è necessario però non abbassare la guardia.

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