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Martedì, 24 Maggio 2022
Salute

Medici a rischio burn-out: il 25% è pronto ad abbandonare le professione

Il punto del presidente dell’Ordine dei medici di Foggia, Pierluigi De Paolis sul post pandemia: "Situazione preoccupante"

Medici stanchi e sull’orlo di una crisi di nervi. Lo dicono i numeri, quelli dello studio dell’istituto Piepoli, condotto per conto della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), che ha portato alla luce una grave tendenza: da una parte c’è una larga fascia di medici (il 35% dei professionisti nel pieno dell’attività lavorativa) che anela al pensionamento anticipato; dall’altra ci sono medici 40enni che, nel 25% dei casi, vorrebbero rinunciare alla professione medica. Ovvero, appendere per sempre il camice al chiodo e voltare pagina.

Effetto Covid, si direbbe: la pandemia, infatti, ha acuito le criticità già patite dalla categoria e accentuato i limiti e le carenze del sistema sanitario nazionale. Pensionamenti e malattia da burn-out hanno poi esasperato la professione, già messa a dura prova dall’atavica carenza di personale. “Sono numeri che destano grande preoccupazione, soprattutto per quanto concerne il desiderio di abbandono della professione”, puntualizza a FoggiaToday il presidente dell’Ordine dei medici di Foggia, Pierluigi De Paolis.

E’ la cosiddetta ‘Questione medica’, affrontata lo scorso 21 aprile, a Roma, alla presenza del ministro Roberto Speranza e del presidente della Conferenza Stato - Regioni, Massimiliano Fedriga: “In questi mesi di post-pandemia stiamo verificando un burn-out generale nella categoria medica, dovuto sia alla spallata data al sistema sanitario dal Covid, sia al pensionamento (anche anticipato) di molti sanitari”, spiega De Paolis. “Quelli che sono rimasti a lavoro, quindi, si sono trovati con un carico di lavoro nettamente superiore alle loro possibilità, in funzione di una rimodulazione degli organici che non vengono rimpiazzati”, denuncia.

Il Ministero, è vero, ha cercato di rispondere alla difficoltà di reperire medici aumentando il numero delle borse di studio, “ma per formare uno specializzando ci vogliono 4-5 anni, e una risposta reale, sul mercato del lavoro, non l’avremo prima di questo termine. Sarà così anche per la medicina generale: entro due anni andranno in pensione i medici delle classi ‘53 e ’54, le più numerose. Non credo che avremo le risorse disponibili per affrontare tale fuoriuscita di medici dal sistema”.

Abbandoni e burn-out professionale

Il fenomeno, diffuso su tutto il territorio, è sovrapponibile per rapporto e proporzioni alla Capitanata “ed è direttamente proporzionale all’impossibilità di svolgere il proprio lavoro in condizioni di sicurezza e serenità, gestendo un carico di lavoro congruo”, aggiunge De Paolis. E' il caso dei pronto soccorso della provincia: “Quello di Foggia conta solo 5 medici titolari a fronte di 10, quindi non si riesce a comprendere come ogni giorno si riesca a far quadrare i conti delle persone e assorbire l’impatto degli arrivi giornalieri dei pazienti”, aggiunge. Ne conseguono disservizi e tempi d’attesa lunghissimi, che costituiscono, spesso, la miccia che fa scoppiare tensioni e lamentele tra gli utenti. “I reparti ospedalieri hanno grosse carenze di personale, i medici sono sottoposti a più turni e a straordinari (non retribuiti) per fronteggiare la problematica. Per quanto riguarda, invece, i medici del territorio si denuncia la loro ‘solitudine’. Sono privi cioè di personale, di studio e infermieristico che supporti loro nel lavoro quotidiano”. Ad accusare maggiormente i sintomi da burn-out professionale sono i medici della medicina generale, i pediatri di libera scelta e, in parte, i medici ospedalieri.

La proroga per le USCA

Intanto, la direzione strategica della Asl Fg ha ribadito la necessità del territorio delle Unità speciali di continuità assistenziali fino al 30 giugno, come previsto anche dal Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri. “La Asl ha già fatto i bandi e reclutato il personale medico per il rinnovo del contratto fino a fine giugno delle Usca”, puntualizza il presidente dell’Ordine. Si tratta di sei postazioni da distribuire nei vari distretti della provincia, che si occuperanno di quanto previsto nel decreto: ovvero visite domiciliari e tamponi molecolari (a domicilio o presso i drive attivi) a pazienti sospetti o positivi al Covid. E’ una fase intermedia, in vista della transizione da Unità speciali di continuità assistenziali per l’emergenza pandemica a Unità di continuità assistenziali, che affiancheranno la medicina generale per le attività domiciliari in favore dei pazienti fragili, che oggi sono i soggetti Covid  positivi, "ma nel futuro verranno seguite altre tipologie di fragilità che richiedono controlli sia personali che attraverso sistemi di telemedicina, precisa. 

L’incognita del Pnrr

In questo scenario, c’è l’incognita sullo sviluppo di quello che sarà il Pnrr sui territori. Si tratta di decisioni e scelte fondamentali per il territorio “che nel Foggiano è parcellizzato in tanti piccoli comuni divisi da una viabilità difficoltosa e una orografia complessa. In questo scenario - aggiunge - ben vengano gli ‘ospedali di comunità’, come quello riaperto a San Nicandro Garganico e intitolato a Costantino Ciavarella, medico e sindaco, morto a causa del Covid: sono punti di assistenza intermedi, a bassa intensità di cure che possono rispondere alle esigenze del territorio in zone che hanno un indice di vecchiaia molto alto e un bisogno di assistenza socio-sanitaria notevole”. Bocciate, invece, le ‘Case di comunità’: “Non riesco a comprendere come possano rispondere alle esigenze di salute della nostra popolazione. La nostra assistenza è fatta di domiciliarità e prossimità. Probabilmente non è stata una scelta felice, o almeno non lo è stata per tutti i territori. Bisognerebbe studiare per ogni territorio la strategia più giusta”.

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