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Immagine di repertorio

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Lo Spallanzani sceglie i Riuniti di Foggia: al via tre sperimentazioni nella lotta al Covid, è l'unico centro del Sud Italia

Il Policlinico sarà l’unico centro del Sud Italia impegnato su tre fronti diversi nella battaglia contro il Covid-19: testerà tre diverse modalità di intervento sanitario nella prevenzione della diffusione del virus e nella sperimentazione di un nuovo vaccino

Il policlinico Riuniti di Foggia è l'unico centro del Sud Italia impegnato su tre fronti nella battaglia contro il Covid-19.

Selezionato dallo Spallanzani di Roma - centro sperimentatore principale per testare tre diverse modalità di intervento sanitario nella prevenzione della diffusione del virus e nella sperimentazione di un nuovo vaccino - l'ospedale del capoluogo dauno è fulcro in Puglia di questa sfida e hub di riferimento non solo della Capitanata, ma sopratuttto del meridione.

Nel triplice lavoro di baluardo alla salute collettiva, in prima linea c’è il l’unità operativa complessa di Malattie infettive diretta dalla prof.ssa Teresa Santantonio, impegnata a portare avanti un altro tassello di speranza negli studi e nell’evoluzione della malattia con un importante dispiego di professionalità e mezzi tecnologici unite all’orgoglio di essere stati selezionati dallo Spallanzani. Il responsabile delle sperimentazioni sarà il prof. Sergio Lo Caputo.

Fra pochi giorni comincerà la fase 2-3 della sperimentazione di ReiThera. Per la somministrazione del vaccino 100% italiano si recluteranno volontari sani: si effettuerà uno studio randomizzato in cui il 66%  dei volontari riceverà la dose vaccinale mentre la restante quota sarà trattata con ‘placebo’. 

Un'occasione buona per chi non potrà accedere alla vaccinazione in tempi brevi (essendo testato su popolazione sana quindi non a rischio) e per le strutture sanitarie che avranno a disposizione un prodotto made in Italy quindi subito disponibile. 

ReiThera - che ha le stesse caratteristiche del vaccino Astra Zeneca, di Johnson & Johnson e de lo Sputnik russo - si avvarrà di un adenovirus (tutti virus a Dna, cioè contenenti informazioni genetiche necessarie alla biosintesi di Rna - la molecola che trasferisce l’informazione genetica dal DNA alle proteine - e proteine) con un vettore virale.

I centri pugliesi coinvolti sono Foggia e Bisceglie.

L'ospedale del capoluogo dauno sarà coinvolto in altre due sperimentazioni, questa volta su pazienti affetti da Covid: si tratta dell'infusione di anticorpi monoclonali e dell’utilizzo di antivirali, quest’ultima frontiera ancora inesplorata che rende il policlinico apripista sul genere in Puglia.

La sperimentazione con anticorpi monoclonali (proteine create in laboratorio che hanno le stesse caratteristiche di quelle prodotte dal nostro organismo e che si legano ad un solo antigene dell’agente che si vuole combattere), ultimamente sdoganata dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) e spalmata sul territorio per raccogliere dati e informazioni il più possibile eterogenei sulla malattia, prevede uno studio su persone Covid positive appena infette ma limitata a soggetti con gravi patologie.

A Foggia si varcherà il secondo livello di sperimentazione individuando anche persone che non presentano gravi comorbilità e che quindi possono restituire dati suppletivi (concordanti o no) rispetto al primo gruppo di volontari. Si partirà a metà marzo pur non avendo Aifa stabilito con ufficialità la modalità e la tempistica della distribuzione degli anticorpi monoclonali forniti dal Sistema sanitario nazionale quindi acquistati e forniti alle Regioni: al momento sono due i tipi di anticorpi monoclonali che l’Aifa ha autorizzato sostenendo questo tipo di studi perché alcuni aspetti vanno definitivamente chiariti.

Gli anticorpi monoclonali hanno principalmente tre diversi meccanismi di azione: neutralizzare, forare la superfici dei patogeni e richiamare altre cellule del sistema immunitario per attaccare virus e batteri. Il nostro anticorpo neutralizza il virus legando e bloccando la ormai nota proteina “spike”, posta sulla superficie del virus ed utilizzata da quest’ultimo per entrare ed infettare le cellule dell’ospite. Una volta bloccata la spike, il virus non è più in grado di infettare il nostro organismo.

Come sostiene il prof. Sergio Lo Caputo, "l’obiettivo di questi studi è verificare che la malattia non evolva quindi somministrati in fase precoce ci aspettiamo un netto calo dei ricoveri e dell’evoluzione della patologia. Si tratta di medicinali endovenosi da somministrare in ospedale in un processo piuttosto lungo, circa due ore, che avrà bisogno di molta organizzazione dal punto di vista logistico: abbiamo già in mente come procedere, quali locali idonei saranno destinati alla somministrazione. Per fortuna c’è dalla nostra ancora un po’ di tempo per limare le sbavature".

Contestualmente alla sperimentazione degli anticorpi monoclonali, fra tre settimane l’azienda ospedaliero-universitaria sarà impegnata nella terza sperimentazione di studi afferenti il Covid-19, vale a dire un nuovo antivirale in compresse da assumere per 5 giorni indicato per persone il cui tampone ha dato esito positivo in un arco temporale di massimo 3 giorni. 

Lo scopo dell’antivirale è simile alla sperimentazione per anticorpi monoclonali, ossia rallentare l’evoluzione della malattia e indurre nel volontario una forma blanda di virus inducendo a soggetti definiti paucisintomatici.

"Questo conferma quello che sta avvenendo nei reparti delle Malattie infettive italiane, cioè il grande impegno di agire sul virus e sulle fasi iniziali della malattia prima che si trasformi in una patologia più legata alle alterazioni del sistema immunitario e dunque che sviluppi la tempesta citochimica che provoca tutte le conseguenze che purtroppo conosciamo bene. L’obiettivo importante è quello di ridurre la quantità di pazienti sintomatici che poi afferiscono in ospedale: questo vuol dire ridurre il carico di lavoro di tutto il personale sanitario e permettere di non rallentare l’ordinaria attività" ha aggiunto il prof. Lo Caputo.

I volontari dovranno assumere una compressa il primo giorno e poi potranno seguire ‘la cura’ a casa ma tornare all’occorrenza in ospedale per un visita più approfondita e registrare l’evoluzione della terapia. Uno step successivo prevederà un controllo sierologico per verificare e quantificare il livello di immunoglobine sviluppatesi nel frattempo. Per progredire negli studi e nella sperimentazione in questa fase sarà importantissimo il legame con il territorio e i medici di base, il cui ruolo sarà determinante: da questo punto di vista la SIMIT, la Società di Malattie infettive appulo-lucana (di cui è presidente lo stesso Lo Caputo), sta interagendo con la Società di Medicina generale proprio per collaborare e identificare i pazienti da coinvolgere, facendo ricorso a liste e disponibilità di ulteriori forze da destinare a campagne di sensibilizzazione e informazione per le adesioni rivolte ai cittadini.

Questo il commento del direttore generale Vitangelo Dattoli: "Abbiamo un compito immane nei confronti dei cittadini ovvero studiare e valutare ogni nuova arma possibile in una battaglia complicata e difficile che non ci abbandonerà per molto. Quello che faremo qui ai Riuniti rende decisamente interessante studi e terapia in uno scenario in cui la disponibilità del vaccino, che è l’unico strumento potenzialmente risolutivo della pandemia, deve essere centellinato e la campagna va rimodulata di conseguenza. Sia chiaro che non stiamo parlando di terapie risolutive contro il coronavirus ma possiamo certamente considerare questi elementi un’opzione terapeutica promettente".

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