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Giovedì, 26 Maggio 2022
Salute

Pronto soccorso, aumentano gli accessi e non si trovano medici. Caporaletti: "La situazione è gravissima"

La dottoressa Paola Caporaletti, responsabile sanitaria del Pronto Soccorso (Dea 2° Livello) fotografa la situazione del servizio di emergenza-urgenza, dalla gestione della pandemia agli interventi futuri necessari per migliorarne il funzionamento

"Da un punto di vista di numero di accessi in Pronto soccorso si è tornati a uno standard abituale. Siamo risaliti a 120-130 accessi al giorno, inferiori all'epoca della prima ondata, ma notevolmente superiori rispetto a quelli registrati nello stesso periodo dello scorso anno". La dottoressa Paola Caporaletti, responsabile sanitaria del Pronto Soccorso (Dea 2° Livello) fotografa la situazione del servizio di emergenza-urgenza, dalla gestione della pandemia agli interventi futuri necessari per migliorarne il funzionamento. 

Partiamo proprio dal Covid, alla luce dell'aumento di casi che secondo alcuni è l'anticamera di una quinta ondata, com'è la situazione nel Pronto soccorso?

"A fronte di una riduzione importante che ci ha consentito una modifica interna organizzativa dell'azienda, con il ripristino di due reparti non Covid, nell'ultima settimana e mezzo, abbiamo registrato un nuovo aumento degli accessi. Siamo in linea con quello che è l'andamento a livello nazionale. Noi continuiamo a fare un'azione di filtro".

L'aumento degli accessi è in qualche maniera proporzionato a quello dei nuovi casi?

"Non è lineare. Se ci fossimo trovati un anno fa in questa situazione, quando la gran parte della popolazione non era vaccinata, ci saremmo trovati sommersi. E invece non è così. Purtroppo, ci sono persone fragili con altre patologie e situazioni più complesse dal punto di vista polipatologico, che si rivolgono a noi perché il Covid ha determinato una alterazione di tutto il sistema". 

Lei a inizio anno ha rivolto un appello affinché le persone, in preda alla psicosi Omicron, evitassero di presentarsi in pronto soccorso per un banale raffreddore o mal di gola. Si sono visti dei risultati?

"Per fortuna c'è stata una riduzione. Chiaramente, chi arriva qui deve essere visitato, studiato e valutato e poi, eventualmente, dimesso. Questo comporta un aumento di lavoro nel Pronto soccorso che non è produttivo. Si tratta di persone che possono essere gestite a livello territoriale. Direi che l'appello abbia generato un riscontro positivo: sono ormai poche le persone che si presentano con una sintomatologia minore". 

Nel suo insediamento, il nuovo commissario Pasqualone ha individuato tra le priorità da affrontare proprio il Pronto Soccorso. Ci sono già state delle interlocuzioni con lui? 

"Abbiamo parlato e ha recepito le criticità in essere, che non riguardano solo Foggia, tanto è vero che c'è stata una indicazione da parte delle struttura regionale deputata". 

Quali sono le principali criticità?

"In primis il discorso del personale medico. Se le forze degli operatori, in termini di medici, sono ridotte, diventa difficile mantenere una serie di standard. A Foggia, in particolare, c'è da affrontare anche il discorso della nuova struttura". 

Che non è stata ancora attivata

"Può essere operativa solo se saranno garantite le condizioni di sicurezza per tutti, con la possibilità di mantenere gli standard garantiti dalla attuale struttura. Che sarà sì vetusta, ma ha comunque garantito la possibilità di adattamento nell'arco di questi due anni, in base a quelle che sono state le richieste di salute della popolazione e ha consentito di creare un'area aggiuntiva (quella della ex rianimazione al pianoterra) che è dedicata ai pazienti positivi alla Sars-Cov 2. Molte volte abbiamo cambiato l'organizzazione interna per far fronte a questa situazione. La struttura nuova è un valore aggiunto per tutta la comunità, che va utilizzata il prima possibile, mantenendo però determinati standard di sicurezza. 

Ovvero?

"È una struttura non progettata in un'epoca di Sars-Cov-2, pertanto va rimodulata. Abbiamo già apportato delle modifiche con il precedente Direttore generale. Come si sa, inizialmente si era pensato a delle ondate che avrebbero portato a una caduta e un termine dell'emergenza. Invece, dopo due anni la pandemia non è ancora terminata. Stiamo procedendo verso l'endemia, per cui l'organizzazione della struttura deve prevedere comunque una distinzione dei percorsi, delle procedure per le diverse tipologie di pazienti per preservare chi accede da eventuali problemi di contaminazione e garantire agli operatori di lavorare nella massima sicurezza. Se si ammala un operatore la situazione diventa insostenibile, sia per chi lavora in Pronto soccorso che per chi al Pronto soccorso si rivolge. Chi chiede risposte e chi le offre hanno entrambi diritto alla massima sicurezza". 

Tornando al discorso del personale, quante unità servirebbero al Pronto soccorso di Foggia?

La situazione è gravissima. Qui a Foggia abbiamo un 40% dell'organico in meno. Ma faccio presente che la carenza di personale non è legata alla mancanza di volontà dell'azienda o a uno scarso impegno della direzione. La carenza di medici che si occupano dell'emergenza-urgenza (sia dal punto di vista ospedaliero con il pronto soccorso che territoriale con il 118) è diffusa su tutto il territorio nazionale. Non si trovano medici che vengano a lavorare in queste strutture. L'Azienda si è data da fare mettendo in atto una serie di azioni per rinforzare l'organico, ma se in altre regioni organizzano concorsi regionali e non riescono a riempire il fabbisogno se non in una quota irrisoria, ci si rende conto che il problema è enorme e non riguarda solo Foggia": 

È dunque un problema di scelta da parte dei medici?

"È un problema di programmazione nazionale, di scelta dei medici che, come in tutte le unità operative, devono lavorare con una specializzazione. E per l'emergenza-urgenza parliamo di una specializzazione di recente attivazione. I primi specialisti sono usciti nel 2014 e la Puglia è stata la regione che ha dato il primo specialista. Però, in Puglia per molto tempo sono stati registrati 2 medici specializzati all'anno in questa branca. Capisce bene che sono numeri bassissimi a fronte di una classe medica con un'età media avanzata".

A livello nazionale di quanti medici avrebbe bisogno l'Emergenza-urgenza?

"Si valuta che manchino circa 4mila medici. Questo accade perché gli specialisti non ci sono, i medici che devono entrare in specializzazione scelgono altre branche. Chi già c'è è stanco e provato, e laddove si configuri la possibilità di andare in un posto in cui il carico di lavoro è inferiore, le tensioni e le conflittualità con il cittadino ridotte, molti vanno via". 

Quali sono le azioni che si possono mettere in campo per iniziare a limitare il problema?

"A livello nazionale la Società Italiana di medicina di emergenza-urgenza ha già interloquito con il Ministero della Salute. Sono state avanzate delle proposte, come l'aumento dei posti nelle scuole di specializzazione. Ma nonostante sia stato aumentato il numero di borse, non c'è stata un'adesione completa al numero richiesto. A Foggia è stata istituita la scuola di specializzazione che prima non c'era; gli otto posti messi in bando sono stati tutti coperti. Epperò, in tante altre università la copertuta totale delle borse messe in palio non si è verificata". 

Altre proposte?

"Si è parlato di aumento salariale. Tuttavia, l'incentivo economico proposto dal ministro Speranza è troppo basso e poco appetibile per stimolare la scelta. Siamo intorno ai 100 euro al mese, che non ripaga il tipo di lavoro che si fa né la qualità della vita che si ha. So che c'è un tavolo che sta discutendo del problema. È ovvio che tutti i Pronto soccorso sono in sofferenza, sia quelli delle grandi strutture che quelli delle piccole".

Le grandi in particolar modo...

"Perché sono quelle nelle quali si concentrano i pazienti più gravi. Pensiamo alla nostra azienda, che è un centro hub di riferimento per i codici rossi e i 'tempo dipendenti'. Ha una serie di specialisti che fanno fronte a tante patologie, a tante richieste. Ma anche le piccole strutture sono in affanno: io dirigo anche Lucera dove ci sono solo 2 medici di ruolo e un dirigente medico a tempo determinato. Questo pesa tantissimo. Bisognerebbe far capire che ogni medico lavora per due e se un medico di pronto soccorso ha un giorno di ferie, o di riposo o va in malattia, quello che rimane dovrà lavorare per quattro. Chiaramente con delle difficoltà enormi, perché si tratta di esseri umani, non di robot. Ci vuole del tempo per valutare un paziente".

I problemi non finiscono qui... 

"Ai succitati si deve affiancare la problematica in essere da anni, della non adeguatezza dei posti letto nelle strutture ospedaliere. Tra quelli che arrivano e quelli che escono non c'è una situazione di fluidità. C'è del tempo per la destinazione. I pazienti che restano in pronto soccorso vengono curati dagli stessi medici, nel periodo necessario per fare esami, terapie. Un tempo di lavorazione che può consentire, in una parte, un affinamento diagnostico o eventualmente una destinazione più appropriata di ricovero o, in alcuni casi, addirittura la dimissione con risoluzione del problema. Sono i famosi pazienti che prima rimanevano in osservazione breve-medicina d'urgenza. Lo sono anche ora, ma accanto a questi ci sono anche quei pazienti per i quali la destinazione è stata già definita che però non trovano la possibilità di ricovero nella struttura ospedaliera per assenza del posto letto". 

Spesso ci giungono segnalazioni di utenti che lamentano ritardi negli interventi e altri tipi di disagi. Può essere dovuto al fatto che il 118 deve far riferimento in qualche modo a tre enti differenti (Sanitaservice, Asl e Riuniti)?

"Non è un accostamento che ritengo giusto. Il pronto soccorso è un servizio ospedaliero, il 118 un servizio territoriale, facciamo capo a due contesti e a due direzioni differenti. La centrale operativa coordina tutti gli interventi. Dipende dal disagio e dal disservizio lamentato. Se il problema è legato ai tempi della risposta, questo può essere determinato, per esempio, dal fatto che si faccia un cattivo uso del 118, o dalla riduzione dei medici del 118 e quindi della medicalizzazione delle ambulanze. Non è un problema legato alle tre entità. L'azione, la chiamata al 118 e la risposta vengono coordinate sempre dalla centrale operativa. È ovvio che anche lì la risposta è condizionata da tanti fattori, come può essere un triage telefonico attraverso il quale si valuta la codifica di priorità dell'intervento, ma anche le forze che ci sono sul territorio - in termini di numero di ambulanze, di medici e di infermieri liberi - che siano disponibili a giungere immediatamente sulla chiamata. Può accadere che le ambulanze siano già impegnate in altri soccorsi". 

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