"Non possiamo permetterci errori". La 'zona grigia' dei Riuniti, strategia del doppio filtro contro il virus "che gioca brutti scherzi"

Fino a 100 pazienti a settimana, screening continui nella 'zona grigia' del Policlinico per intercettare falsi negativi al Coronavirus e pazienti dubbi. "E' chiaro che il Covid gioca brutti scherzi, ma non possiamo permetterci errori" spiega il professore Gaetano Serviddio, coordinatore della ‘zona grigia’

Il prof. Gaetano Serviddio

Volendo semplificare, la ‘zona grigia’ attivata da alcune settimane al Policlinico di Foggia, è una sorta di ‘centrale di garanzia’ nello smistamento dei pazienti. Tutti quelli che transitano dal pronto soccorso, infatti, passano per il ‘doppio filtro’ di quest’area, reparto chiave della riorganizzazione del Policlinico per l’emergenza sanitaria da Coronavirus. Qui, un team di clinici si assicura di far transitare nei reparti solo pazienti ‘no Covid’, trattenendo per successivi accertamenti e cure quelli dubbi o ignoti (per i pazienti Covid sono allestiti reparti specifici).

Un’attività di screening necessaria per proteggere la macchina ospedaliera da possibili focolai di infezione. Si tratta di un reparto, ad altissimo turn-over, nel quale passano anche 100 persone a settimana. “Tutto questo rende il reparto particolarmente complesso - spiega il professore Gaetano Serviddio, coordinatore della ‘zona grigia’ - perché è difficile gestire centinaia di pazienti supposti negativi. Un solo paziente positivo al posto sbagliato potrebbe mettere a rischio l’intera catena della diagnostica. Questo sistema, tra i primi in Italia, non consente di azzerare il rischio ma riduce drasticamente il pericolo”, assicura. Questo è possibile grazie al doppio check effettuato sui pazienti: il primo, importantissimo, in pronto soccorso; il secondo in zona grigia. I risultati stanno premiando questa strategia.

Professore, cos’è e come funziona la ‘zona grigia’?

La zona grigia è un’area, nata circa un mese fa, per evitare che quei pazienti che risultano negativi al tampone, ma che presentano sintomi compatibili con infezione da Coronavirus, vengano ricoverati in reparti non sufficientemente protetti. Ciò che è cambiato nell’ultimo periodo, entrando nella ‘Fase 2’, è che dovremo iniziare a ragionare nel condividere la nostra vita con il Coronavirus, perché ci accompagnerà ancora per un bel po’ di tempo.

Ovvero?

Dobbiamo evitare assolutamente che l’ospedale, che è una zona di aggregazione per eccellenza, possa diventare un focolaio di infezione. Per questo motivo, la zona grigia accoglie tutti i pazienti che arrivano dal pronto soccorso e sono considerati senza rischi dal punto di vista epidemiologico; il team di clinici poi deciderà, ricorrendo eventualmente anche a tamponi, se quel paziente è realmente a ‘zero rischio’ oppure merita un approfondimento. Solo dopo l’ok dei clinici il paziente potrà essere trasferito nel reparto di competenza.

Quante persone sono transitate finora nella zona grigia?

Circa 150 pazienti. Alcuni di questi sono rimasti da noi anche per molti giorni; in alcuni casi si sono positivizzati al tampone anche 6 - 7 giorni dopo, ma senza mai transitare in altri reparti. Questo perché la nostra esperienza ci diceva che quei pazienti erano a rischio nonostante il tampone negativo. Ormai è chiaro che il Covid gioca brutti scherzi e noi non possiamo permetterci errori.

Quante sono le persone attualmente ricoverate?

Al momento siamo in grado di avere stanze singole per 14 persone. Ma il reparto è ad altissimo turn-over: trattiamo circa 70 pazienti a settimana. Può succedere, infatti, che un paziente possa essere trasferito anche a due-tre ore dal suo arrivo, se il nostro team di clinici è sicuro che ci siano le condizioni di sicurezza. Oppure, se si decide di fare un tampone e sei ore dopo risulta negativo, il paziente va nel reparto più idoneo. Più che di posti letto, quindi, parlerei di flusso di pazienti.

Cosa può determinare un falso positivo? Quali possono essere altre situazioni dubbie e quindi meritorie di successivi approfondimenti?

Più che sapere cosa determina la negatività in presenza di una infezione (di questo Coronavirus conosciamo ancora poco), sappiamo per certo non sono pochi i pazienti che abbiano malattie respiratorie polmonari, quindi molto profonde, che non negativizzano il tampone a livello nasale. Ma se andassimo a fare prelievi polmonari con tecniche più invasive troveremmo sicuramente la positività. Quindi non è che il paziente è negativo; semplicemente è il tampone rino-faringeo, quello nasale, che non è in grado di scoprirlo. A rendere dubbia quella posizione ci sono alcuni segnali evidenti: febbre, un quadro radiologico di polmonite, infiammazione nel sangue, difficoltà respiratoria, tosse e, soprattutto, l’assenza di altri virus. In casi del genere, il paziente dubbio rimane nella zona grigia e viene sostenuto e aiutato fino a quando non c’è un miglioramento o una positivizzazione. In questo secondo caso transiterebbe poi nei reparti Covid.

Il paziente asintomatico (o il paziente dubbio) rappresenta l’incubo di molti. Pur in assenza di sintomi evidenti, c’è qualcosa che possa metterci in allarme?

Purtroppo no. E’ dimostrato che c’è una quota più o meno rilevante di asintomatici che sono di fatto dei portatori e rappresentano un grande dilemma. Probabilmente, ad oggi, la migliore strategia contro il rischio di contagio involontario resta l’utilizzo delle mascherine e il distanziamento sociale.

A suo avviso, quanto della riorganizzazione del Policlinico per l’emergenza Covid, andrebbe tenuto (o implementato) nel futuro?

Ho visto montare e smontare l’ospedale dieci volte nello spazio di un mese e mezzo perché c’è un continuo cambiamento delle esigenze: cambia il virus, cambiano i numeri, aumentano i posti Covid, aumenta la zona grigia… Una cosa è certa, fino a quando l’ultimo paziente Covid non sarà guarito in Puglia, le zone grigie resteranno il baluardo di maggiore sicurezza. Quindi saranno gli ultimi reparti a chiudere.

Quando tutto sarà finito, cosa avremo imparato da questa esperienza?

A me spetta parlare solo per l’ambito universitario-ospedaliero. Oggi i luoghi-chiave dell'emergenza sono tutti reparti a direzione universitaria. L’Università ha fatto e farà la differenza. Sicuramente avremo fatto tutti un’esperienza importante nella gestione delle malattie infettive. Gli ospedali si riorganizzeranno. Saranno dati più spazi ad alcune tipologie di discipline, gli ospedali saranno ristrutturati per stanze singole o al massimo doppie. Credo inizierà una nuova era ospedaliera perché si comincerà a parlare molto più di sviluppo di assistenza sul territorio e meno di assistenza ‘ospedale-centrica’.

Si spieghi meglio…

Immagino la casa di un anziano nei prossimi 10 anni: probabilmente avrà un saturimetro e l’ossigeno di posizione. Quanti pazienti avremmo potuito seguire a domicilio se il territorio fosse in grado di assorbire una tipologia di pazienti più numerosa? Va ripensato il modello ospedaliero. Certo, l’assistenza sanitaria sarà strategica, ma sarà importante svilupparla ad un livello nuovo. Non ci saranno più ospedali d’eccellenza senza territori integrati.

Quindi la sua è una visione positiva…

Senza dubbio dalle esperienze negative e difficili si impara moltissimo. Abbiamo imparato a darci da fare, collaborare, distanziare… probabilmente negli ospedali si lavorerà per anni con le mascherine, ma questo non sarà un limite, sarà educazione (basti vedere come si comportano in alcuni paesi orientali). Non è impossibile vivere così se l’obiettivo è difendere gli altri. Nessuno si può salvare perché più ricco, più giovane o più forte. Questa è una malattia terribilmente democratica e l’unica vera strategia sarà difenda ognuno il prossimo.

Che tipo di precauzioni ha deciso di adottare per proteggere sé stesso e i suoi familiari?

Non vedo i miei genitori e i miei familiari dall’inizio dell’emergenza. Mia moglie, invece, è specialista di medicina interna come me. Ultimamente la mia vita si risolve nel solo percorso ospedale - casa / casa - ospedale. I primi tempi sono stati i più duri, c’era più ignoto, più tristezze, partivamo tutti sconfitti. Adesso le cose stanno cambiando, iniziamo a vedere ciò che rende la professione medica meravigliosa: iniziamo a vedere pazienti guariti, i primi dimessi, raccogliamo i loro sorrisi e i loro ringraziamenti. E’ impagabile.

In queste settimane si è tanto lodato il lavoro di medici e operatori sanitari, in prima linea contro il virus. Come è cambiato in questi mesi il lavoro, dal punto di vista strettamente operativo e umano?

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I sanitari hanno sempre saputo fare squadra per cui c’è grande collaborazione e supporto. Indubbiamente è stato bello vedere come la cittadinanza si è stretta attorno ai propri medici. Quello che voglio augurarmi è che le giovani leve, che hanno ottenuto contratti a tempo determinato per l’emergenza Covid, possano rientrare in una strategia di stabilizzazione. Sarebbe un delitto lasciare fuori quei giovani che si sono spesi, hanno rischiato e hanno di fatto salvato la Puglia.

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