Assenze, pochi voti e doppi incarichi: ecco perché stavolta il PD foggiano non sarà Clemente

PD lo inchioda per il mancato versamento al partito di una quota dell'indennità da consigliere regionale e una parziale e debole presenza da consigliere comunale durante il governo Mongelli e il doppio incarico

Sergio Clemente

A poche ore dalla presentazione dei nomi che comporranno la lista foggiana del Partito Democratico, le possibilità per Sergio Clemente di ottenere il pass per tentare nuovamente l’assalto a via Capruzzi (nella lista dei democratici), appaiono ridotte al lumicino. Minuto dopo minuto sembrano venire a galla i motivi che evidentemente hanno spinto i vertici del Partito Democratico - dalla segreteria regionale a quella cittadina - a respingere la candidatura dell’attuale consigliere regionale, nonostante disponga di un buon pacchetto di voti. Alle elezioni del 2010 fu il primo dei non eletti con 5728 preferenze.

Dicevamo: da una parte la convinzione all’interno del partito che Raffaele Piemontese rappresenti “la carta migliore” da spendere, dall’altra un impietoso verdetto “pronunciato” dalle statistiche della sua attività a Palazzo di Città durante il governo Mongelli, dal quale si evince una parziale e debole presenza del consigliere comunale, allora di maggioranza.

Qual è stato il contributo politico-istituzionale – al PD e alla città - dell’attuale consigliere regionale, dal 2009 al 2014? I dati – per lui – non sono affatto confortanti. Basti pensare che nel 2014, sono soltanto quattro i voti espressi dal fresco dimissionario capogruppo del PD, su 180 delibere approvate: vale a dire il 2,2%. Una percentuale bassissima che nonostante tutto non gli ha impedito la ricandidatura a Palazzo di Città e addirittura l’elezione a capogruppo, fino alle dimissioni del 3 marzo scorso.

Ma torniamo indietro di alcuni anni. Nel secondo semestre 2009, su 33 delibere approvate, Clemente ne vota appena tre, pari al 9,1%. La partecipazione all’assemblea consiliare migliora l’anno successivo salendo al 50%, frutto dei 46 voti su 92 atti approvati, per poi peggiorare nel 2011 con solo 35 voti su 152 delibere approvate. Lo score più elevato Clemente lo ottiene nel 2012, quando partecipa alla votazione di 88 delle 128 delibere esaminate e approvate: il 68.7%. L’anno successivo, l’ultimo pieno del governo Mongelli, il consigliere comunale torna a far mancare il suo apporto alla maggioranza e alla giunta, votando appena 33 delle 211 delibere, il 15,6%. Ma è nel 2014 che la sua attività istituzionale a Palazzo di Città perde completamente di peso e significato.

Probabilmente, ad incidere in maniera negativa sulla decisione del PD di non confermargli la fiducia, anche il numero esiguo di interventi in aula in cinque anni di consiliatura; anni in cui Clemente spesso si è distinto per non aver votato gran parte dei bilanci e degli atti finanziari prodotti dall’amministrazione comunale guidata da Mongelli, impegnata invece a scongiurare più volte il dissesto finanziario.

In occasione delle Comunali 2014, il PD cittadino perdonò le assenze e la gestione della sua attività da consigliere, ricandidandolo al Consiglio comunale ed eleggendolo a capogruppo del PD nella nuova assemblea cittadina. Incarico dal quale si è dimesso, forse, nel tentativo di allentare la tensione cresciuta attorno a lui a causa del doppio incarico che riveste, in Regione e in Comune, che lo rende incandidabile.

Una prassi contraria allo Statuto del PD. A questo si aggiunge la sussistenza – per la commissione cittadina di Garanzia - della violazione dell’art. 22 comma 2 del regolamento PD, secondo il quale gli eletti “hanno il dovere di contribuire al finanziamento del partito versando alla tesoreria una quota dell'indennità e degli emolumenti derivanti dalla carica ricoperta. Il mancato o incompleto versamento del contributo previsto dal Regolamento di cui all'articolo 36, comma 2, è causa di incandidabilità a qualsiasi altra carica istituzionale da parte del Partito Democratico, nonché dei provvedimenti disciplinari di cui il Regolamento previsto all'art. 39 e 40 del presente Statuto”. Tradotto, Sergio Clemente non avrebbe mai versato i contributi al partito derivanti dall’indennità di consigliere regionale, così come invece previsto dal Regolamento del PD.

Insomma, il discusso esponente dei democratici è stato già perdonato lo scorso anno, mentre oggi nessuno sembra disposto a dargli la possibilità di ricandidarsi. Troppo debole il suo apporto per convincere il Partito Democratico – regionale e cittadino – a puntare su una sua riconferma. Troppo poco per insidiare la figura dell’ex presidente del Consiglio comunale, Raffaele Piemontese, che gode invece dell’appoggio di entrambe le segreterie e da ieri del nuovo Laboratorio Democratico di Gianni Pittella, inaugurato da Augusto Marasco.

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