Crolla il fattore 'M', Manfredonia in ginocchio. Campo si smarca e accusa: "Governo bussola impazzita, lo avevo detto"

Durissime le dichiarazioni del già sindaco di Manfredonia dopo la decisione del Cdm di sciogliere il Comune del Golfo per infiltrazioni mafiose. Alto rappresentate del PD, Campo accusa i suoi successori, rei di una "discontinuità non positiva"

Da un lato l'ex sindaco Angelo Riccardi, che respinge qualsiasi ricostruizione tesa a tirarlo in ballo rispetto alle infiltrazioni mafiose al Comune di Manfredonia sancite dal Cdm nella serata di ieri. Dall'alto il già sindaco del Golfo e attuale presidente del gruppo consiliare del Pd in Regione, Paolo Campo, che punta il dito proprio contro la discontinuità ("non positiva") attuata, evidentemente dopo di lui, dagli organi comunali. Nel mezzo due esponenti del Partito Democratico un tempo vicinissimi e che non sono mai apparsi lontani come oggi, ed una città, Manfredonia, in ginocchio, dove gli ultimi anni non hanno fatto altro che sancire, atto dopo atto, colpo dopo colpo, il fallimento di un'intera classe politico-economica a trazione PD: il cosiddetto fattore M.

Campo non risparmia accuse ai suoi successori, parla di errori e invita a guardare "il provvedimento con cui si è proceduto allo scioglimento del Consiglio Comunale di Manfredonia paventando il rischio d’infiltrazione mafiosa nell’attività amministrativa come ad un monito severo alla città e alla sua classe politica".

Ecco la nota: "Aldilà delle responsabilità dei singoli e degli elementi su cui esso si fonda - che valuteremo quando conosceremo gli atti - non v’è dubbio che si debba fare i conti col fallimento di un’esperienza amministrativa che sin dall’avvio aveva mostrato un profilo di netta e non positiva discontinuità rispetto al recente passato.

L’idea che i partiti politici fossero un’associazione di nostalgici piuttosto che una palestra di democrazia, l’esaltazione ossessiva e acritica del “nuovo” alimentato da liste civiche prive di cifra politica ma unicamente funzionali alla ricerca del consenso, l’esasperazione del protagonismo mediatico che ha soverchiato la discussione pubblica informata, il dietrofront ostinato rispetto a scelte strategiche che avevano caratterizzato i precedenti governi, restituivano immediatamente la sensazione di una bussola impazzita orientata evidentemente su un disegno politico rischioso, per le conseguenze che esso ha prodotto.
 

Portare al governo tutto e il contrario di tutto ha fatto sì che si smarrisse, tra l’altro, la comune identità d’intenti che in questi anni ci aveva consentito di arginare il prevedibile tentativo di condizionamento amministrativo che il progredire di una dinamica criminale inevitabilmente reca con se.

Da anni denuncio il rischio che di pari passo al diffondersi di certi “fenomeni”, v’è la mala piaga del manifestarsi opportunistico di una graduale accettazione sociale degli stessi, che fa il paio con l’arrendevolezza crescente di pezzi significativi del mondo imprenditoriale, delle professioni e dell’associazionismo locale. Vi è la responsabilità politica di aver tratto in ritardo le conseguenze di una analisi che pure andavamo conducendo per tempo e di non aver impedito tempestivamente e con determinazione che in pochi anni si gettasse a mare il lavoro di una vita.

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Avverto anch'io, pur non avendo avuto responsabilità amministrative da oltre nove anni, il peso politico per quanto avvenuto; ma al tempo stesso non me ne starò in disparte a guardare il bambino che vola via con l’acqua sporca, né ho intenzione di sorbirmi l’insano moralismo di masanielli improvvisati e di opportunisti d’antan. Si tratta di lavorare per riportare la politica ai suoi “luoghi”, per sollecitare nuovi protagonismi sociali che si riconoscano in un progetto politico condiviso piuttosto che nel servizio ad un destino personale. Il Partito Democratico serve a questo; se vogliamo prendere sul serio il monito di chi ci ha invitato a rialzarci abbiamo una sola cosa da fare. Rialzarci".

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