Di nuovo in Campo per la Daunia, non molla la bandiera rossa: "Anche questa volta la tengo orgogliosamente io"

Preoccupa un prevedibile riflesso delle vicende manfredoniane e del locale Pd sulle prossime elezioni. Investimenti e occupazione sono al primo posto nell'agenda politica del consigliere regionale uscente

Paolo Campo

"Per me è una questione di pelle. Anche in questa campagna elettorale la bandiera rossa la tengo orgogliosamente io".  È così, la custodisce gelosamente, cimelio di famiglia, falce e martello. Sui social Paolo Campo sventola la coerenza, orgogliosamente compagno da una vita. Avvocato, il suo quartier generale è Manfredonia, città che ha amministrato dal 2000 quando è stato eletto sindaco, per poi essere riconfermato cinque anni dopo. Non è più quella di allora. Il Comune è stato sciolto per mafia e commissariato. Oggi Paolo Campo è presidente del Gruppo del Partito Democratico in Consiglio regionale, eletto nel 2015 con la bellezza di 9363 voti. Ha vissuto e guidato l'evoluzione dalla Quercia al PD.

È stranito come tanti da un'inedita campagna elettorale balneare, durante la pandemia. "È molto condizionata dalle modalità con cui la dobbiamo esercitare. Rispetto al passato, specialmente per chi come me milita in una forza politica in cui le assemblee e il contatto umano sono la prima leva, è sicuramente un limite. Poi, mi sembra un po' povera di contenuti in questo momento". Lui sta provando a introdurre temi e proposte. Guarda al territorio in un'ottica di sistema. "Il Gargano, i Monti Dauni, le molteplici specificità che compongono questa provincia sono tanti singoli punti di forza, ma la sfida è quella di avere un progetto che li metta assieme e li integri. La Daunia, perché a me piace chiamarla così, ce la farà e ha un futuro se riesce a fare più squadra di quanto non abbia fatto in passato".

Pensa di riuscire a bissare la performance di 5 anni fa?

Me lo auguro. Con il territorio e con il mio elettorato ho sempre mantenuto un buon rapporto. Certo, è indubbio - e questo non lo nego, sarei uno sciocco se lo facessi - che le vicende che hanno riguardato la mia città e hanno provocato anche all'interno del Pd un sommovimento rischiano di essere condizionanti. L'auspicio è che la gente si ricordi di quel che ho fatto per questa città. È chiaro che un riflesso sia prevedibile, però ho fiducia che il tempo che abbiamo a disposizione possa servirci a spiegare e soprattutto a far comprendere alla gente che non si vota per il rinnovo del Consiglio comunale a Manfredonia ma per eleggere il nuovo presidente della Giunta regionale e il Consiglio regionale.

Il PD a Manfredonia esiste ancora?

Il Pd a Manfredonia è vivo e vegeto. Abbiamo celebrato l'assemblea congressuale straordinaria nell'inverno scorso, ci sono organismi dirigenti in parte nuovi. Ho fiducia che il partito a Manfredonia possa costituire ancora un punto di riferimento certo per la città anche perché non siamo una lista civica improvvisata, siamo un partito nazionale che ambisce in questa competizione regionale, con legittime aspettative, a concorrere per essere il primo partito in Italia.

L'insidia del suo ex amico Angelo Riccardi la preoccupa?

È una questione che preferisco non trattare.

Lui, però, la provoca.

È una cosa che non mi interessa.

Quali sono i temi principali che desidera introdurre nel dibattito?

Sicuramente il primo punto nell'agenda dev'essere il lavoro e le condizioni che facilitano nuovi investimenti e occupazione, perché questa è una terra che ha vissuto e vive una grande difficoltà: ha enorme potenzialità ma poi non riesce a convertire il valore aggiunto anche delle sue produzioni in termini occupazionali. C'è una sfida grande che riguarda la modernizzazione dei processi produttivi, la capacità anche dell'impresa turistica nel suo complesso di fare un passo avanti, un deficit di infrastrutturazione che va colmato, specialmente quella digitale. C'è molto lavoro da fare, e credo che la possibilità di trattenere i nostri giovani, le nostri migliori menti qui in Capitanata sia la sfida che tutti dobbiamo provare a cogliere.

Quali sono gli avversari da temere davvero?

Fitto.

Quanto fa paura?

Non è una questione di paura. Quando ci si candida a governare una regione bisogna avere rispetto degli avversari e dell'opinione altrui, e dobbiamo noi avere la capacità di spiegare fino in fondo ai pugliesi quanto abbiamo lavorato in questi anni. Secondo me, da quando le forze politiche, i partiti organizzati tradizionali, hanno perso smalto, o hanno ridotto la capacità di organizzare la discussione, di influenzare il consenso, si è vissuto molto di luoghi comuni. Ecco ci sono alcuni luoghi comuni che dobbiamo sfatare. Questa è una regione in cui sono stati stabilizzati migliaia di lavoratori che vivevano nel precariato, e non se ne parla. Ci si è fatto carico dell'onere di quelle che potevano diventare vere e proprie  tragedie occupazionali, penso ai Consorzi di Bonifica alle Ferrovie del Sud Est, all'Arif. Abbiamo garantito il posto di lavoro a migliaia di persone. C'è un lavoro quotidiano fatto di fatica, sacrificio, e poi anche di scelte politiche decise al fianco dei lavoratori che forse non sempre emerge. Questa è stata una stagione in cui la Puglia ha fatto passi avanti da questo punto di vista e la Giunta Emiliano ha guardato alla stabilizzazione e quindi alla lotta del precariato nel lavoro in maniera significativa.

Quindi la Puglia è sulla buona strada, come recita il suo slogan?

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Assolutamente sì, e io proverò a percorrerla fino in fondo.

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