Colpa di nessuno, colpa di tutti se la Puglia non è donna

Emiliano si assume la responsabilità politica di non essere riuscito a convincere la maggioranza. Fitto non si arrende all'evidenza e rilancia: "Si convochi immediatamente un altro Consiglio"

Colpa di nessuno, colpa di tutti. Provare a correggere la leggere elettorale in limine mortis del Consiglio regionale equivale a portarsi sulla coscienza la doppia preferenza mancata. L'unico vero mea culpa in aula è arrivato dal presidente del gruppo Pd Paolo Campo: "Avremmo dovuto corrispondere a quest’obbligo già nella passata legislatura. Questo era un impegno politico che questa maggioranza aveva assunto, che il mio partito aveva assunto, ed è vero che non siamo riusciti. Questa è una responsabilità di cui la maggioranza sul piano politico deve farsi carico. Avremmo dovuto provvedervi prima e non arrivare in scadenza di mandato".

Nel lontano 2012 il Consiglio regionale, con voto segreto, aveva affossato la proposta di legge di iniziativa popolare 50 e 50, supportata da 30mila firme. Bruciava ancora tra le ispiratrici della battaglia. La modifica della legge elettorale è stata oggetto di diverse proposte di legge presentate durante la decima legislatura, a partire da quella del consigliere Ernesto Abaterusso (Senso Civico), depositata il 3 agosto 2015. Quasi un anno dopo è arrivata quella di Anita Maurodinoia (Pd), che ha tentato in extremis anche di farla iscrivere all'ordine del giorno in via d'urgenza. Si sono ridotti all'ultimo momento.

Quella del 28 luglio era l'ultima chiamata per introdurre la doppia preferenza di genere in Puglia. E i quasi duemila emendamenti sono un falso problema, divenuti una merce di scambio. "Noi dobbiamo sancire un diritto: la possibilità che il soggetto, il cittadino possa esprimere due voti, uno che sia donna e uno che sia maschio. E va benissimo. L’approviamo in due secondi e io che sono firmatario di 1946 emendamenti li ritiro immediatamente", ha detto il consigliere regionale di Fratelli d'Italia Francesco Ventola. Il suo gruppo avrebbe voluto votare il disegno di legge così come venuto fuori dalla Commissione, dove era stato licenziato con parere favorevole (aveva votato sì anche il presidente Erio Congedo, contravvenendo alla prassi che prevede l’astensione), non altro. Il nodo cruciale è l'emendamento a firma della consigliera Cinquestelle Grazia Di Bari che prevedeva l'esclusione delle liste che non rispettassero la proporzione tra uomo e donna, l'unico davvero dibattuto in aula. Quello era considerato irricevibile da FdI, a venti giorni dalla presentazione delle liste, praticamente già chiuse. Ma era una condizione imprescindibile anche per il Pd e la maggioranza. La legge elettorale pugliese, sotto il profilo del rapporto tra candidati di sesso diverso, già stabilisce il rapporto massimo 60-40 nella composizione delle liste ma, in caso di inosservanza della disposizione, prevede una multa, sanzione pecuniaria che i partiti sono disposti pure a pagare.

Inconcepibile per Fratelli d'Italia che il disegno di legge sottoposto alla Commissione fosse privo di quella previsione per poi essere emendato in aula. Quando ha capito che la volontà era di affrontare la riforma della legge elettorale senza rinunciare all'esclusione delle liste che non rispettavano il requisito, e non di approvare la doppia preferenza sic et simpliciter, è partito l'ostruzionismo delle fotocopie e della scannerizzazione, come l'ha chiamato il presidente Michele Emiliano perdendo la calma. Ignazio Zullo prima e poi Ventola hanno insistito perché tutti i 1946 emendamenti fossero nelle disponibilità dei presenti, a tarda notte. Il governatore si scalda e non fa fatica ad ammetterlo, chiarendo un punto: "La norma che prevede la doppia preferenza, se voi non candidate le donne in una giusta proporzione, non ha nessun senso". 

Partita l'analisi degli emendamenti è arrivato il primo tasto dolente, quello presentato da Domenico Damascelli che prevedeva l'estensione dell'ineleggibilità (prevista per i sindaci) a coloro che sono stati nominati a qualunque titolo nelle task force della Regione Puglia che siano alle dirette dipendenze della stessa o che abbiano stipulato contratti di consulenza e collaborazione. Condizione che avrebbero potuto rimuovere con le dimissioni entro il termine di presentazione delle liste. Sull'emendamento è  stato chiesto il voto segreto ed è stato approvato con 28 voti favorevoli e 19 contrari. Il secondo emendamento a firma del consigliere Giannicola De Leonardis, aggiungeva la medesima previsione per gli amministratori delle Asp, delle fondazioni, i consiglieri di amministrazione dell’Aqp, i consiglieri di amministrazione di tutte le altre società partecipate, controllate e collegate alla Regione Puglia. L'emendamento è rimasto appeso.

È toccato a Paolo Campo preconizzare la resa e la rinuncia alle prerogative del Consiglio, demandando al Governo ogni decisione e motivando di fatto anche l'abbandono dell'aula che sarebbe cominciato alla spicciolata. "Abbiamo esperito ogni tentativo di mediazione, ma visto che questa è la volontà delle oppposizioni, preferiamo non dar corso a questa farsa e prendere atto, domani, dei provvedimenti che il Governo adotterà per adeguare la nostra legge regionale, come è necessario, doveroso, richiesto dalle norme, a quella nazionale". Feroce la replica di Zullo: "Se uno tiene alla doppia preferenza, sta qui fino alla morte.  Invece, si scappa. Guardate, non si scappa perché non si ha fiducia della minoranza, si scappa perché non si ha fiducia della tenuta della maggioranza, perché quell’emendamento Lopalco ha evidentemente determinato il pensiero che si vada sotto anche per altre questioni". 

Dello stesso avviso il consigliere regionale Leonardo Di Gioia: "Qui la maggioranza non esiste e i consiglieri di maggioranza non sono assolutamente allineati col Presidente. Se il voto segreto è lo strumento per fare emergere  questa verità, il problema non è né del Consiglio né dei regolamenti". Sarà lui a porre un'altra grande incognita: "Non so se è normale che non si capisce quale sarà la data di elezione, a questo punto, perché se lo strumento è quello del decreto, quando si dovrà convertire e come lo si dovrà fare lo dovremo apprendere probabilmente dai giornali"

L'ultimo tentativo di approvare in "90 secondi la legge regionale con la doppia preferenza e il 60 e 40 a pena di inammissibilità" è stato esperito dall'assessore e consigliere regionale Pd Raffaele Piemontese.

Nel parapiglia, passati direttamente all'emendamento successivo a firma dell'assessore Pisicchio (la non ineleggibilità per i sindaci fino a 5.000 abitanti) è mancato il numero legale. Ci penserà il governo, ça va sans dire. "Sono in corso ulteriori approfondimenti ma è intenzione del governo andare avanti per raggiungere la piena attuazione delle norme nazionali", si apprende di lì a poche ore da Palazzo Chigi. Dovrà scongiurare un eventuale ricorso alla Corte Costituzionale. La ricostruzione delle ultime sette ore della decima legislatura resterà agli atti, ma più probabilmente il finale inglorioso sarà travisato nella trasmissione orale. Il gioco delle parti è continuato anche all'indomani, a mezzo dichiarazioni stampa.

"Mi assumo la responsabilità politica di non essere riuscito a convincere la maggioranza in Consiglio ad approvare la doppia preferenza di genere che è un punto essenziale del nostro programma", ha detto il governatore uscente che ha dato al governo il suo "pieno consenso all’emissione di un provvedimento che introduca la doppia preferenza di genere". Il suo avversario Raffaele Fitto ("Chi non vuole la doppia preferenza è Emiliano") non si arrende all'evidenza e oggi rilancia: "Si convochi immediatamente un altro Consiglio e si approvi la doppia preferenza subito". Stessa sollecitazione arrivata dai parlamentari pugliesi di Forza Italia ("Emiliano faccia mettere in votazione il testo della proposta di legge licenziata dalla commissione competente e troverà i voti") che avvertono: "un decreto legge su una legge elettorale regionale sarebbe uno scandalo costituzionale senza precedenti".

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