Pd e cinquestelle in Puglia come cane e gatto, ma chi l'ha detto che non si può?

Michele Emiliano confida nei vertici del PD e del M5S, oltre che in Giuseppe Conte. Antonio Decaro intermediario e garante della trattativa in Puglia. Laricchia di andare con Emiliano non ne vuole sapere

Il premier Giuseppe Conte (C), il sindaco di Bari Enzo Decaro, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano durante la Fiera del Levante, Bari, 8 settembre 2018. ANSA/ANNAMARIA LOCONSOLE

"Cane e gatto, cane e gatto chi l'ha detto che non si può....", cantavano così le piccole Rosalba e Carla, nel 1988. Era la 31esima edizione dello Zecchino d'Oro. E vinsero. Era l'anno precedente al 1989, quello della caduta del muro di Berlino, il muro che per 28 lunghi anni aveva diviso una città, l'Europa, la Germania e il mondo. 

E divisi, da sempre, sono Pd e M5S in Puglia. Come cane e gatto, separati da una parete che nemmeno i tentativi straordinari del governatore della Regione di aprire più di un portone al movimento di Laricchia e Barone - colonne portanti del partito pentastellato nella regione delle sei province - sono riusciti ad abbattere. 

Era inevitabile che il casus belli giallorosso made in Puglia sarebbe finito a Roma, meno scontato che Emiliano avrebbe rivendicato pubblicamente un credito nei confronti dei segretari nazionali di PD e Cinquestelle e del premier Giuseppe Conte: "Io ho aiutato a formare il vostro governo". Ergo, "Ora tocca a voi".  

A distanza di due settimane dalle dichiarazioni dell'ex magistrato, ad eccezione delle parole di Vito Crimi - "non è una decisione che può essere presa a cuor leggero" - nulla o quasi è cambiato. In Puglia Laricchia non arretra di un millimetro, da Roma non si hanno notizie.

Eppure i silenzi, anche rispetto alle nostre domande poste a certi livelli, tuttora inevase, ci spingono a credere che non sia del tutto da escludere l'ipotesi che il 20 e 21 settembre prossimi, democratici e pentastellati possano presentarsi insieme con lo scopo unico di battere, non il centrodestra, ma il nemico Matteo Salvini.

E non sarebbe da escludere una spaccatura interna ai cinquestelle nel caso in cui le due forze di governo si assumessero la responsabilità di una decisione che andrebbe nella direzione opposta a quella di Laricchia, la leader dei pentastellati in Puglia che non ha mai smesso di contrastare Emiliano, contestandone fino a ieri, idee e scelte, rimarcando errori, distrazioni e promesse non mantenute dal leader della coalizione del centrosinistra allargato.

Per i più non vi sarebbe trattativa che tenga di fronte alle resistenze della riconfermatissima candidata presidente, che un giorno sì e l'altro pure, non perde occasione per punzecchiare e attaccare il suo principale avversario. Non ultima la nota con la quale la consigliera regionale annuncia iniziative per garantire "un voto trasparente e pulito". Perché solo "così la Puglia potrà davvero cambiare". Il riferimento è all'avviso di garanzia ricevuto dall'assessore Alfonso Pisicchio per presunta corruzione nell'inchiesta della Guardia di Finanza sulle assunzioni in cambio di voti alle prossime regionali.

Ciononostante i beninformati sostengono che i tentativi a Roma sono stati fatti tanto da Crimi quanto da Di Maio. E proseguiranno. Anche Giuseppe Conte avrebbe affrontato la questione Puglia con Zingaretti, senza che però le parti ne abbiano cavato un ragno dal buco. Almeno finora. 

Tra i punti discussi vi sarebbero stati un'ampia valutazione sui benefici in termini elettorali di ciascuna forza politica, sul responso finale e in ultimo sull'eventuale formazione dell'esecutivo.

Non da meno sarebbe stata l'analisi fatta su come verrebbe presa dagli elettori dei cinquestelle o dagli indecisi, la decisione di correre fianco a fianco; pur nella piena consapevolezza che necessariamente, nell'economia di un accordo che avrebbe in realtà meno del clamoroso di quanto si possa realmente pensare, qualcuno, volente o nolente, potrebbe voltare le spalle.

La maggior parte si turerebbe il naso, esattamente come fecero i cinquestelle all'epoca del governo gialloverde e quelli più intransigenti nell'estate 2019 quando nel giro di qualche lancetta di orologio, dovettero accettare l'idea di costituire un nuovo governo con i nemici storici del Pd e con Matteo Renzi. 

Quello dell'eventuale responso, alla pari delle resistenze grilline sui territori, è un elemento chiave, se è vero, come già è stato dimostrato, che in politica la somma dei voti non fa mai il totale. Ed è questa la preoccupazione principale emersa durante le chiacchierate romane. Tradotto, non è detto che uniti si vinca.

D'altronde, le ripercussioni, in caso di sconfitta, potrebbero persino pregiudicare il rapporto tra Pd e M5S a livello nazionale. Un tonfo da alleati contro il 'Capitano' è un rischio che qualcuno preferirebbe non correre.

Ed è per questo, forse, che più che su Michele Emiliano, i vertici di Partito Democratico e Movimento 5 Stelle confidano nella capacità di Antonio Decaro di tentare di costruire un rapporto che l'ufficialità di Raffaele Fitto, certi sondaggi e l'unità ritrovata del centrodestra, inevitabilmente richiedono se le due principali forze di governo non vorranno correre il rischio di affidare la Puglia alla Lega. 

Decaro sarebbe stato interpellato, quindi, per fare da intermediario tra le parti e da garante della coalizione allargata ai cinquestelle, sempre che i cinquestelle accettino.Nella peggiore delle ipotesi lavorerà per la riconferma di Emiliano.

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Cane e gatto insomma, to be continued. Ma chi l'ha detto che non si può?

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