Raffaele Piemontese candidato alla segreteria del PD di Capitanata: il programma

‘Ogni giorno qualcosa di nuovo’: mente aperta, bellezza, generosità e allegria di un impegno comune. Linee politico-programmatiche dell’avvocato e presidente del Consiglio di Foggia

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di FoggiaToday

Un progetto di servizio civile svolto con mente aperta e animato da bellezza, generosità e allegria. Sviluppato dentro la “fase nuova” che inquieta e sollecita tutte le generazioni, favorendo le condizioni perché siano liberate le energie che servono al progresso materiale e sociale delle comunità delle donne e degli uomini della provincia di Foggia. Ogni giorno provando a fabbricare qualcosa di nuovo e, così, a creare il futuro.

Il compito principale che deve svolgere l’Unione provinciale è determinare motivazioni nuove, rinnovate e generose per un impegno nel Partito Democratico.

Nuove perché interpellate dalla crisi della capacità attrattiva del PD in Capitanata, dove governiamo un numero di città inferiore rispetto a quattro anni fa.

Rinnovate perché consapevoli dell’aumentata distanza tra gli eletti e il corpo del partito. Generose perché si è ridotta ai minimi termini la solidarietà politica e, perché no, umana tra i dirigenti.

Sono le qualità che servono a superare ciò che pregiudica visione e ambizioni politiche e programmatiche per le quali, il 14 ottobre 2007, un partito è nato da una mobilitazione autenticamente popolare. Una mobilitazione che, nella provincia di Foggia, coinvolse cinquantamila persone, circa il doppio di quanti, appena un anno fa, hanno partecipato al ballottaggio per la designazione del candidato presidente del Consiglio dei Ministri della coalizione di centrosinistra “Italia. Bene comune”.

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Oggi dobbiamo trasformare le nostre parole in azioni radicalmente riconoscibili a partire da quelle più attinenti alla questione morale. Essere e farci percepire utili da quanti ci ritengono incapaci di prestare ascolto alle istanze civiche. Elaborare innovative politiche locali, promuovere interessi e protagonismi che contribuiscano ad alimentare le nostre comunità.

Il congresso territoriale, cittadino o provinciale che sia, è il luogo naturale della discussione e del confronto per individuare obiettivi condivisi e per scegliere le modalità migliori per raggiungerli. Perché le complessità della città capoluogo così come dei Monti Dauni, dei grandi centri come del Gargano sappiano riconoscersi ed elaborare una strategia comune.

Il Partito Democratico di Capitanata deve essere il terreno fertile in cui radicare le idee innovative elaborate negli ambienti più vitali della società, lo spazio accogliente in cui promuovere i meriti e le ambizioni delle donne e dei giovani, la fucina in cui affinare e valorizzare saperi e qualità espresse dalla nostra terra.

Ciò sarà tanto più possibile quanto più sarà chiaro che tra governo e azione politica esiste un legame indissolubile pur essendo, l’uno e l’altra, chiamati a esprimere qualità del tutto nuove, definite dalle parole chiave responsabilità e partecipazione.

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L'attuale crisi dei partiti è determinata anche dall'incapacità di svolgere in forme innovate la funzione di rappresentanza e di mediazione tra la società e il governo della stessa, una crisi che contamina tutti gli organismi sociali in cui diminuiscono gli iscritti, l’attività diventa sempre più rarefatta, la rappresentatività si restringe.

È un tema assai serio e che pone anche a noi, anche in Capitanata, la responsabilità di rinnovare la legittimazione reciproca tra società politica e società civile. È una consapevolezza che comporta, per il Partito Democratico come per ogni organismo sociale, un impegno non indifferente, un compito che sarà possibile affrontare meglio e al meglio se, assieme alle altre soggettività della società civile, ci dimostreremo pronti ad aprire una nuova stagione di impegno civico e politico, se accetteremo di contaminarci reciprocamente, se ricostruiremo la straordinaria funzione sociale della politica e se impegneremo in questa attività le nostre passioni, i nostri talenti, le nostre volontà. Se, insieme, saremo capaci di superare radicate diffidenze e promuovere innovativi processi democratici di coinvolgimento attivo e consapevole dei cittadini che sono soggetto politico ben distinto e distante dalla populistica ‘gente’.

Partecipare deve significare avere la possibilità reale di modificare il proprio destino, riformare processi sbagliati o iniqui, produrre trasformazioni di portata generale nei quartieri come nei luoghi di lavoro.

Lo dobbiamo fare a partire dai Comuni, stremati dall’incerta riorganizzazione del governo del territorio e dalle conseguenze del risanamento finanziario del Paese, e dai loro amministratori, chiamati ad esercitare un compito sempre più difficile da adempiere anche a causa dell’incrinarsi dell’indispensabile solidarietà tra istituzioni e cittadini come tra i diversi livelli istituzionali.

È compito precipuo del Partito Democratico impegnarsi nella ri-costruzione della funzione e delle modalità di governo del territorio partendo dall’archiviazione dello sterile e mortificante campanilismo. Non è il numero delle campane, dei Palazzi del potere, delle stazioni ferroviarie o delle agenzie statali, che definisce oggi l'identità di una comunità.

Piuttosto è la qualità delle programmazioni sistemiche rispetto all’efficienza e all’efficacia dei servizi richiesti dai cittadini; è l’ampiezza delle relazioni istituzionali e territoriali che si costruiscono per migliorare la sostenibilità finanziaria delle opere pubbliche; è la concretezza delle innovazioni organizzative e operative indirizzate a prosciugare la spesa improduttiva e parassitaria. È la rigorosa applicazione del principio di legalità per ottenere l’incremento della responsabilità dei politici e dei tecnici, l’azzeramento dei costi della corruzione, la riattivazione dei meccanismi premiali del merito e della competenza, l’attrattività dell’intrapresa privata.

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Sono tutte spinte che orientano a un diverso modo di vedere le cose. La cosiddetta generazione dell’Ulivo ha compiuto 36 anni. È l’età media delle ragazze e dei ragazzi che avevano 18 anni quando nel 1995 fu fondato l’Ulivo, la cui traccia è incastonata nelle radici del simbolo del PD.

E nel 1996, quando l’Ulivo si affermò con Romano Prodi, erano nati o appena nati i diciottenni che hanno votato per la prima volta per la Camera dei Deputati, il 24 il 25 febbraio 2013.

Non solo mai hanno votato Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano. Sono le generazioni che il cambiamento lo hanno vissuto e lo vivono in ogni aspetto della vita quotidiana: danno per scontato di non dover esibire il passaporto se prendono un aereo per Londra, sanno che non dovranno passare dal cambia valuta per fare il biglietto della metropolitana che li porta al Tempodrom di Berlino, girano le università europee con l’Erasmus. Vivono i troppi rischi e gli ancora scarsi benefici del nuovo mercato del lavoro che spinge ai margini il 40 per cento dei giovani in Italia, il 44 per cento in questa provincia. Usano lo smartphone e le nuove tecnologie non solo come oggetti di consumo ma come strumenti per trasformare le cose, per creare e condividere, per partecipare alla vita pubblica della loro città e dell’Italia. Non è la generazione perduta!

Siamo dentro il cambiamento e abbiamo addosso già le cicatrici del difficile cammino che il cambiamento ha imposto. Per questo siamo ormai attrezzati per alzare il cantiere del futuro. Esattamente come sanno fare e hanno saputo fare le generazioni che hanno costruito l’Italia democratica e repubblicana nel dopoguerra.

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La sfida che viviamo ci impone un percorso non ortodosso. Vi è la necessità che si riprenda un dialogo con i circoli e i territori, a partire dai circoli e dai territori non viceversa.  Ripensare il modulo organizzativo tenendo presente che il “servizio civile” può essere prestato in modi e intensità diverse in ragione della conciliazione con i tempi di vita.

Perciò il percorso non ortodosso deve essere imboccato da una classe dirigente diffusa, che possa contare sulla generosità, sul sostegno politico ed etico e la collaborazione attiva di chi nel tempo ha costruito un rapporto di autorevolezza e di servizio con i territori. Non di vassallaggio, né di clientele ma di servizio.

Occorre costruire una guida variabile, plurale e capace di confronto con una comunità reale. Variabile perché tutti devono sentirsi interpellati attivamente su progetti e obiettivi specifici, giocatori della stessa squadra. Plurale perché la condivisione dell’obiettivo e della fatica per coglierlo necessita di competenze, attitudini e sensibilità diverse.

Il confronto deve tornare ad avere come baricentro le idee e gli strumenti necessari ad attuarle e non l’affermazione delle ambizioni personali o la tutela delle rendite di posizione. Le correnti, gli eletti, gli ex Ds, gli ex Margherita sono categorie che non colgono il senso stesso del progetto politico comune.

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Questo è il tempo della coerenza politica e organizzativa. L’interpretazione delle norme statutarie deve essere svincolata dall’utilitarismo di parte e dalle ipocrisie correntizie, così come il codice etico deve finalmente diventare la bussola dell’esercizio responsabile della rappresentanza istituzionale e politica.

L’imminente rimodulazione del finanziamento pubblico ai partiti impone di sperimentare le nuove forme di raccolta delle risorse e di acquisirne le competenze necessarie. Così come impone chiarezza e rigore nell’attuazione dei meccanismi di contribuzione degli eletti e delle relazioni finanziarie tra Unione provinciale e Circoli: una dinamica imprescindibile per una comunità che deve operare concretamente nel contesto territoriale.

Consapevoli che chiarezza e trasparenza rafforzeranno l’autonomia politica dei Circoli e produrranno lo smantellamento del modello “feudale” costruito e radicato da taluni tra gli eletti al solo scopo di avvantaggiarsene nella competizione interna ed esterna.

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Proprio a partire dai Circoli saranno definiti gli indirizzi programmatici necessari a:

- comporre il profilo programmatico della proposta del Partito Democratico alle Amministrative 2014;

- situare tale profilo nella cornice delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo;

- aggiornare, con la comunità degli interessi diffusi sociali ed economici, l’agenda per lo sviluppo e per la sfida 2014-2020 per città e territori intelligenti, condizionando fin da ora la discussione sulla proposta del PD per le Regionali 2015;

- definire il modello organizzativo più adeguato rispetto alle necessità emerse e che emergeranno in questa nuova fase politica.

L’idea tracciata è quella di un partito moderno, radicato nel territorio e nella storia, che percepisca la ricchezza delle inflessioni dialettali e sappia esprimersi in inglese. Questo è il Partito Democratico che sarà utile alle donne e agli uomini di Capitanata.

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