Rispunta il caso Province: ipotesi commissariamento, Lega le rivuole ma i Cinquestelle sono per l'abolizione

Depositato un disegno di legge a firma dei senatori Lega per tornare alle province ante Legge Delrio. Di Maio nel 2017: "Le cancelleremo con tre righe". L'Upi: dare autorevolezza, subito incontro con Governo

Tra i primi dossier ai quali dovrà mettere mano nel volgere di brevissimo tempo il nuovo ministro degli Interni c’è sicuramente il tema delle Province e delle Città metropolitane. Ad ottobre 2018 (e, quindi, tra qualche mese) va a scadenza il mandato del presidente Francesco Miglio alla Provincia di Foggia. Lui assieme a tanti altri. Ed il caos regna sovrano.

Non solo perché alla scadenza del quadriennio Miglio non corrisponde la scadenza del consiglio provinciale, che invece conclude i suoi due anni (il mandato dell’assise è biennale) a gennaio 2019. Ma perché la riforma 56/14, cd. Legge Delrio, ha mostrato tutti i suoi limiti in termini di efficienza, semplificazione e rappresentanza, al punto tale da rendere gli enti, divenuti di secondo livello –e, nelle intenzioni del legislatore, di raccordo e coordinamento temporaneo, nelle more di una loro definitiva soppressione-, centri dormienti, confusi ed impossibilitati ad agire su qualsivoglia fronte residuo, non avendo quattrini in cassa.

Per non parlare dell’autorevolezza, persasi nelle nebbie della brutta riforma (basti pensare alla incapacità a Foggia, ad esempio, di farsi ente di impulso e coordinamento di quella fantomatica cabina di regia che dovrebbe gestire risorse e progettualità del Patto per la Puglia/Capitanata, rimasto al palo).

Tra l’altro il completamento della riforma è stato abortito quel famoso 4 dicembre 2016, quando gli italiani respinsero al mittente (il governo Renzi) la riforma costituzionale, la quale conteneva al suo interno la soppressione definitiva delle Province. Insomma, il processo è fallito. Ora stanno lì, nel limbo, semi-inutili, stanche e inefficienti. Il tema sarà molto dibattuto nelle prossime settimane e rischia di far registrare uno dei primi divari politici importanti tra Lega e Movimento 5 stelle: la prima, infatti, vuole un ritorno ante legge Delrio, il secondo l’abolizione. Ottobre intanto è alle porte e si vuol capire cosa accadrà.

Il documento UPI

L’ipotesi più probabile che filtra da piazza XX settembre è, nelle more di mettere mano definitivamente alla materia, la proroga di un anno dell’incarico ai soli presidenti (non anche ai consigli), a mo’ di commissari. Probabilmente fino ad ottobre 2019, il tempo necessario a consentire al nuovo governo in carica di legiferare nuovamente. E’ quanto è emerso nei giorni scorsi in assemblea nazionale UPI dove è stato deliberato, all’unanimità, un documento che, nel passare in rassegna tutti i limiti della riforma, impegna il direttivo a chiedere una audizione urgente al competente ministero, al quale verrà presentata una piattaforma di proposte: riflettere – scrive l’UPI- se sia più utile tornare all’elezione diretta degli enti o mantenere quelli di secondo grado ma con una nuova disciplina che restituisca autorevolezza e stabilità alle province con un mandato.

L’Unione Province Italiane evidenzia a tal proposito alcuni elementi imprescindibili: una durata di mandato di 5 anni e la rappresentatività del territorio provinciale; valorizzazione del ruolo delle assemblee dei sindaci; garantire la funzionalità del governo provinciale anche attraverso la previsione di un organo esecutivo collegiale (la vecchia giunta). Nel frattempo, tuttavia, è prioritario, anche per la disciplina transitoria, prevedere risorse in cassa. Senza quelle nessuno vuole proseguire a sedere sulla poltrona, pare, neanche temporaneamente. “A quattro anni dall’entrata in vigore della legge 7 aprile 2014 n.56 (Legge Delrio) – scrive l’Upi- il bilancio è negativo. La riforma ha scaricato sui sindaci le criticità di  carattere istituzionale, organizzativo (col trasferimento di circa 20mila dipendenti presso altre amministrazioni) e di bilancio. Di fatto sono state sottratte risorse per l’erogazione dei servizi essenziali ai cittadini, per la messa in sicurezza scuole e delle strade, mortificate le politiche ambientali e di salvaguardia dei territori.

L’esito del referendum, con la conferma delle Province quali istituzioni costitutive della Repubblica, impone di riconsiderare le scelte operate, intervenendo urgentemente sull’assetto di queste amministrazioni. Occorre prendere atto che il processo di cancellazione è fallito e che è necessario tornare a garantire la piena funzionalità di questi enti. Ripristinando anzitutto la capacità finanziaria degli enti. Quindi Governo e Parlamento devono concentrarsi su un intenso lavoro legislativo, escludendo ipotesi di nuove riforme costituzionali”.

Disegno di legge targato Lega

E che si possa tornare indietro, sancendo il fallimento della riforma, lo dice anche un disegno di legge a firma di tutti i senatori leghisti (ergo, dello stesso Salvini, ministro competente, sulla cui scrivania giace il dossier) in cui si va oltre l’UPI e si chiede addirittura un ritorno ante legge Delrio, con elezione diretta del presidente e del consiglio provinciale. Il testo si compone di 7 articoli,“Disposizioni volte a reintrodurre il sistema di elezione a suffragio universale delle province e delle città metropolitane e delega al governo in materia di riorganizzazione delle funzioni e competenze degli uffici periferici dello stato nonché delle Prefetture”.

La Lega richiama il principio di sovranità popolare nella formazione degli organi politici (elezione diretta), aggiungendo che queste considerazioni sono suffragate dalla presa di posizione degli elettori il 4 dicembre 2016, quando hanno bocciato la riforma costituzionale che prevedeva di giungere a soppressione delle province. Sarebbe evidente, dunque, oggi, il vuoto normativo che, “se non verrà sanato con un intervento del legislatore, sarà oggetto di un giudizio della Corte Costituzionale”.

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Come nel più grottesco dei giochi dell’oca all’italiana, dunque, si potrebbe tornare al punto di partenza. La strada, però, rischia di essere sbarrata dal Movimento 5 stelle. Pochi mesi fa Di Maio così sintetizzava la posizione dei pentastellati: “Con noi al Governo faremo tre righe di riforma costituzionale che abolisce la parola province dalla storia del nostro Paese”. Posizione, insomma, nettamente antitetica a quella della Lega. E’ ancora quella?

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