Iaia Calvio shock, la donna simbolo della Legalità delusa dal Pd di Matteo Renzi: "Non più nel mio nome"

A pochi giorni dalle primarie, esplodono i mal di pancia sulla composizione delle liste. L'avvocato ortese contro il podio di marca gentiliana. "Dinosauri della politica e vecchie logiche. A Matteo è mancato il coraggio"

Iaia Calvio

Lo strappo è di quelli che fanno rumore, non fosse altro perché Iaia Calvio - avvocato, già primo sindaco donna di Orta Nova - era diventata la donna simbolo della legalità, della lotta alle opacità della pubblica amministratore e ai giochi di potere, guadagnandosi la fama non indifferente di eroina degli amministratori del Sud, di quelli che denunciano e non si piegano, giungendo ad ottenere il premio Nenni per la Buona politica e accarezzando da molto vicino la poltrona di segretario regionale del Pd.

IAIA CALVIO: "PORTO IN PROCURA MESI DI PRESSIONI E RICATTI"

Era il 2014 e, a distanza di tre anni, di acqua ne deve essere passata sotto i ponti se oggi, alla vigilia delle primarie dem, l'avvocato ortese è con un piede fuori dal partito. #notinmyname, "non nel mio nome" l'hashatag che accompagna la durissima invettiva contro il Pd affidata ieri sera ai social. Il destinatario è Matteo Renzi, colui sul quale Calvio aveva scommesso dopo la "delusione" Emiliano, ma rivelatosi anch'egli, a quanto pare, incapace di gestire con rinnovato vigore e rigore i territori, le periferie, come rivelerebbero plasticamente le liste collegate ai candidati per l'assemblea nazionale.

Il nome di Iaia non c'è. C'è invece quello della sua acerrima nemica, Elena Gentile, collocatasi capolista; si rivede Italo Pontone, e Mariella Romano: insomma, il cerchio magico dell'eurodeputata cerignolana che appoggia la mozione Renzi/Martina. Solo al quarto posto (in una lista che dovrebbe eleggere i primi tre) lo scalfarottiano Lorenzo Frattarolo. Fa un passo indietro al fotofinish e per lo stesso mal di pancia odierno, immaginiamo, della Calvio, il viestano Aldo Ragni. Ed oggi, alla vigilia delle primarie, arriva lo strappo. 

PRIMARIE PD, LA CARICA DEI 45: I NOMI E LE LISTE

"#notinmyname  - Non sarà più nel mio nome. Ho aspettato alcuni giorni: volevo che la mia decisione fosse ponderata, ma non per questo meno dolorosa e amara. So benissimo che la speranza riformatrice e il rinnovamento hanno bisogno di tempo, fatica e perseveranza per trasformarsi in pratica quotidiana, soprattutto al Sud. All’inizio sono stata scettica nei confronti di Matteo Renzi.  

Ciò nondimeno questa volta avevo deciso di sostenerlo perché credo che, nonostante alcuni errori, lui sia stato – e possa ancora essere - l’unico che negli ultimi venti anni ha avuto il coraggio e la capacità di imprimere un moto positivo a questo Paese, intrappolato da un tempo insopportabilmente lungo in un immobilismo scandaloso. Insomma, dopo i suoi mille giorni di governo, dopo aver visto che a livello centrale stava cambiando qualcosa, ho pensato che il “miracolo” del rinnovamento potesse verificarsi pure nelle periferie geografiche e politiche.

Il congresso mi era sembrata l’occasione giusta per dare prova concreta della volontà di Matteo Renzi, la sua più di ogni altro, di rompere la filiera del mero cambio di giacchetta, funzionale alla necessità di alcuni di stare sempre a galla.  Avevo creduto fosse finalmente arrivato il momento di dimostrare che questo partito non vuole più essere prigioniero di logiche “feudali”; che vuole essere il luogo delle idee e non del conflitto; il luogo del confronto e non quello dell’attribuzione a questa o a quella corrente di quel tanto che basta per usarlo come una clava contro il segretario eletto; il luogo di un rinnovamento che diventa pratica dell’azione politica.

Era questo il momento per cominciare a rompere certi schemi e invertire la rotta.  Era questo il momento per colmare il gap tra il gradimento politico che a livello nazionale ancora riscuote il progetto di Matteo Renzi e lo svuotamento dei circoli, la disaffezione e la stanchezza degli iscritti. Ecco, era questo il momento di mettere mano ai guasti dopo averli denunciati, soprattutto in vista delle prossime elezioni politiche, quando si tratterà di proporsi al Paese con un progetto di governo e con candidati credibili".

Nulla di tutto questo. Calvio continua: "Mi sarei aspettata un po’di coraggio, a partire da Matteo Renzi, che evidentemente non ha ben compreso che una delle cause più importanti delle sue difficoltà è stata l’aver lasciato i territori ancora in ostaggio di quelli che lui stesso ha definito “dinosauri”. Mi sarei aspettata maggiore coerenza quando si sono fatte le liste a sostegno della sua mozione.  Ma così non è stato e io non ne posso più. 

Non ne posso più di fare ricorso a una finta saggezza, a una prudenza di plastica che inducono a dire “vedrai che cambierà, ma non è questo il momento di sollevare questioni”. Non ne posso più, per la semplice ragione che non voglio più essere funzionale a certe pratiche, a una rigenerazione che, visti certi candidati, non è di sostanza – e in alcuni casi neanche di facciata - ma è fatta in vitro in laboratorio, dove a maneggiare vetrini e provette sono sempre i soliti signori del Risiko. Non ne posso più di dinamiche che hanno sempre i tratti di una conta interna, l’ennesima, fatta sulla pelle dei circoli, puntualmente estromessi dalle decisioni più importanti e tuttavia altrettanto puntualmente sollecitati solo quando si tratta di portare le persone a votare. 

Non ne posso più di bizantinismi di schieramento, di primarie usate come “armi improprie” per impallinare questo o quello, o adoperate per il riposizionamento di certuni. Non ne posso più delle processioni verso Roma con alcuni che, come i Magi, porteranno al neo eletto segretario non oro incenso e mirra, ma la “propria urna” con dentro i voti del 30 aprile come fossero il loro personale titolo per maturare un credito. Lo so che ci sarà chi derubricherà tutto questo sotto la voce “ma mo’ questa che vuole?”.  Stiano sereni, non voglio niente di ciò che pensano. 

Voglio semplicemente aprire le finestre e tornare a respirare. Voglio sentirmi libera di non portare le persone a votare, perché non so come spiegare loro il significato di certe scelte nelle liste dei candidati all’Assemblea nazionale e voglio sentirmi libera di dirlo apertamente, senza mezzi termini, facendo seguire la coerenza e la chiarezza dei comportamenti alla radicalità di questa scelta. Perché le idee camminano sulle gambe delle donne e degli uomini e non si può prescindere dalla necessità di allineare i dati, altrimenti a pagare il prezzo più alto saranno le idee.

Non voglio più che il mio voto serva a coloro che sono stati e sono tra i maggiori artefici dell’atrofizzazione e dell’imbarbarimento del Partito da queste parti, per continuare ad esercitare la loro nefasta influenza su questo territorio, la Capitanata, così assurdamente confermandoli nella convinzione autoreferenziale del “se così si vince, vuol dire che così com’è funziona”. Perché se il Sud è arrabbiato con Matteo Renzi, con lui più di ogni altro, è perché proprio da lui  - che aveva fatto del rinnovamento anche radicale il tratto principale del suo messaggio politico - si aspettava il coraggio di spezzare quelle catene che stanno mortificando uno straordinario capitale umano e politico, stufo di essere servente all’ingordigia di potere di alcuni, dei soliti, degli stessi. 

E invece quel coraggio è venuto a mancare, almeno finora.  Ecco perché questa volta non parteciperò.  A partire da adesso non mi presterò più, non sarò più corriva, non sarà più con me e anche attraverso me, non contribuirò più a far perdere al Partito Democratico l’ennesima occasione, almeno da queste parti. Non contribuirò più a mantenerlo ancora sospeso tra quello che voleva essere quando è nato e quello che ancora non è. Tutto questo non lo accetterò più. Non sarà più nel mio nome".

Era il gennaio 2014 quando, sfiduciata da primi cittadino, Iaia Calvio prese a denunciare tangenti, favori piccoli e grandi, a raccontare fatti e nomi dei suoi compagni di coalizione, su un palchetto montato nella piazza della sua città. Da lì a su e giù per l'Italia il passo fu breve. Un'occasione che il Partito Democratico pensò bene, e a giusta ragione, di capitalizzare offrendole, poco tempo dopo, la poltrona di vicesegretario provinciale del Pd (ruolo più simbolico che operativo) e alcuni incarichi commissariali in realtà bisognose di ricostruirsi una verginità politica.

VIDEO | IL COMIZIO "CORAGGIOSO" DI IAIA CALVIO

Con al fianco Michele Emiliano, non ancora governatore, e potendo contare anche sul placet di Matteo Renzi, Calvio immaginò anche la corsa alla segretaria regionale del Pd. Una candidatura osteggiata soprattutto qui in Capitanata e, pare, soprattutto dalle stesse donne del Pd. Calvio lascia il Pd? Dopo una lettera aperta così dura parrebbe di sì. Ma no, non ancora. C'è ancora un lumino di speranza acceso dentro di lei. Se questo costituirà uno shock positivo per un Pd che a livello provinciale non si è mai fermato, neanche quando ha inanellato sconfitte brucianti che hanno profondamente ridimensionato la sua presenza nei comuni di Capitanata, non è dato sapere.

Lei ironizza, puntando il dito contro il possibile inquinamento del voto: "Stanno per aumentare i Comuni governati dal Pd... uno di questi è Orta Nova visto che almeno un comitato pro EMILIANO e forse anche due sono "animati" da persone legate all'amministrazione Tarantino (centrodestra, ndr) e da pezzi di quell'amministrazione. Ne vedremo delle belle il 30 aprile, quando verranno a votare tutti insieme appassionatamente. E ne vedremo delle belle anche in consiglio comunale a Orta Nova, con il PD all'opposizione e il PD in maggioranza", dichiara, spostando il cerino nelle mani del segretario provinciale uscente, Raffaele Piemontese, e del regionale, Marco Lacarra.

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