Landella pensa all'addio tra ricatti, veti e partiti ininfluenti: così muore la politica a Foggia

Settimana decisiva per la ricomposizione della maggioranza a Palazzo di Città, ma il muro contro muro continua tra fake news e disinteresse per i destini di Foggia. Landella medita la conferma delle dimissioni

Palazzo di Città

“La situazione politica è grave ma non è seria”. Utilizziamo una citazione di Ennio Flaiano per descrivere quanto sta accadendo in questi giorni al Comune di Foggia. “Grave” perché un sindaco si è dimesso e, da fonti interne, non avrebbe alcuna voglia di tornare indietro, la qual cosa si rifletterà sulla città; “non seria” perché la Politica (con la p volutamente maiuscola) a Palazzo di Città sembra essere scomparsa da tempo, ridotta a sottostare agli umori (e alle richieste) dei singoli consiglieri. “Stanco di sottostare ai ricatti politici” la motivazione, in sintesi, con cui Franco Landella lo scorso 26 marzo ha gettato la spugna, all'esito di una seduta di consiglio comunale che ha certificato il venir meno della sua tormentata maggioranza: 13 consiglieri, si smarcano Lega e il gruppo “misto” formato da Cataneo, Pertosa, Russo (quest'ultimo, in teoria, sarebbe un forzista, ma tant'è).

13 unità, dunque, buone per trascinarsi fino a fine mandato con continue seconde convocazioni (le opposizioni, non più le minoranze, potrebbero tranquillamente staccare la spina ma non lo farebbero mai probabilmente: chi va a casa?); ma sufficienti, parimenti, a sancire il fallimento politico della sua amministrazione. E del centrodestra, che invece vorrebbe ritrovare le ragioni dell'unità, sulla scia di quanto appena accaduto il 4 marzo, per giocarsi la partita anche nel 2019. Il tentativo esperito è quello di rimettere su la coalizione per intero, così come uscita dalle urne nel 2014 (e dunque rimettendo attorno allo stesso tavolo anche Fratelli d'Italia e fittiani).

Ma il prezzo sottoposto al sindaco è troppo alto ed ha un minimo comune denominatore: azzeramento della giunta e programma di fine mandato scritto a più mani. Poi, però, c'è la variante Fdi, alla quale va aggiunta un esecutivo a soli sei punte con revoca del piano salva-enti e dissesto guidato, e quella in salsa leghista ossia azzeramento con tutela, però, degli eletti (che potrebbero rientrare), difesa del salva-enti e costruzione del bilancio di previsione attorno a nuove priorità per la città, da concertare. Il sindaco, dal canto suo, non può azzerare senza correre il rischio di autobocciarsi quattro anni di governo, né può rinunciare ad alcuni assessori senza scoprirsi su altri fronti. La coperta quella è. Ha bisogno di almeno tre voti che allo stato non ci sono. Si potrebbe sondare il terreno Cataneo, Pertosa, Russo, ma, anche qui, l'operazione sarebbe meramente numerica, la politica resterebbe fuori dalla porta. “Se trova la quadra con loro, auguri” ironizza un leghista. Ha tempo per decidere fino a domenica 15 aprile, Landella.

Fonti a lui vicine sostengono che si stiano inscatolando già i segni del suo passaggio in corso Garibaldi e che sabato saluterà la città. La pensano diversamente dalle parti di Forza Italia e di Alternativa popolare, dove continua l'azione delle colombe (ieri hanno incontrato Landella, sparito dai radar per un po') e si continua a nutrire fiducia, anche in virtù di un ragionamento molto elementare: un “animale politico” come Landella potrebbe mai lasciare anzitempo, rischiando di mettere una pietra tombale anche sulla sua carriera politica (l'anno prossimo, oltre alle comunali, ci sono anche le elezioni europee)? E poi c'è il discorso che si tratta di una città capoluogo: Foggia non è l'ultima contrada alla periferia del mondo, il centrodestra nazionale, da poco resuscitato in coalizione, può permettersi una simile onta? (Per questo motivo sono stati interessati i livelli nazionali ma al momento nulla è dato sapere circa la loro attività di intermediazione, se sta avvenendo, tanto più che hanno i loro bei grattacapi a livello centrale).

E tuttavia i rapporti appaiono assai logori e neanche i partiti, lasciati per lungo tempo fuori la porta, sembrano potere alcunché. Difficile, d'altronde, dopo aver abituato i singoli consiglieri ad una interlocuzione diretta e personale col primo cittadino; difficile anche in virtù del fatto che mancano proprio gli interlocutori: la Lega è orfana di segretario provinciale, ad esempio, litiga sul cittadino e il  nuovo regionale, Andrea Caroppo, non è stato ancora investito ufficialmente da Salvini: con chi si parla? Neanche l'onorevole Agostinacchio, investito del ruolo di intermediatore per ammorbidire le posizioni più dure, è riuscito ad oggi a spuntarla. “Lo ha voluto lui” borbottano dal marciapiede antistante le commissioni consiliari, dove si riuniscono in mattinata un po' di volti. Si mettono sul piatto assessorati e postazioni di sottogoverno.

Ma la tensione è giunta ad un punto tale che nessuno può cedere senza rischiare una magrissima figura. “La nostra posizione è chiara – ribadisce a Foggiatoday Antonio Vigiano, portavoce del gruppo Lega-: se i partiti vogliono mettersi insieme per tracciare il perimetro della maggioranza, azzerare la giunta è l'unica cosa da fare. Le nuove nomine, che potranno ricomprendere anche gli uscenti, se eletti, dovranno prevedere una rotazione delle deleghe essere calibrate sulle esigenze del programma di fine mandato, sulla base del quale dovrà essere costruito anche il bilancio di previsione. Non ci interessano i singoli assessorati, il nostro è un discorso politico”.

Smentisce ricomposizioni in corso anche Lucio Tarquinio, sulle cui posizioni, dichiara, “è perfettamente allineato il consigliere Raimondo Ursitti” (dopo la parentesi elezioni nazionali che ha visto Ursitti lavorare accanto ai civici di Di Gioia, mollati evidentemente al loro destino dopo la batosta elettorale):  “Abbiamo ottimi rapporti con tutti i partiti della coalizione ma siamo fuori da questa amministrazione – spiega, tranchant-.

Assistiamo e basta. Non siamo masochisti, non intendiamo ripetere lo sbaglio due volte. Restiamo dove ci ha collocati Landella, all'opposizione. Ormai siamo proiettati al 2019”. E avvisa chi millanta oggi la pettorina di Noi con L'Italia: “Se si vuole parlare politicamente con noi, unico interlocutore legittimato è Mimmo Verile”. E mentre l'amministrazione cerca numeri col lanternino, sul bailamme politico si staglia, prepotente e minacciosa, la relazione della Corte dei Conti e le sue prescrizioni, attese in aula a giorni. Chi ci pensa?

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