San Marco in Lamis, al Teatro Giannone va in scena "Chiovene criature!"

L'ultima opera dialettale del commediografo Mario Ciro Ciavarella, portata in scena da "Li Voce de Jinte", giovane compagnia teatrale del posto

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di FoggiaToday

E' in scena in questi giorni al Teatro Giannone "Chiovene Criature": l'ultima opera dialettale del commediografo sammarchese Mario Ciro Ciavarella, nonché la più "impegnata", come lo stesso autore sottolinea.
La commedia è interpretata da Li Voce de Jinte, compagnia teatrale giovane ma che senza dubbio sa come comportarsi sul palco: la capacità espressiva e di linguaggio degli attori anzi sembra essere il punto qualitativo più affascinante della rappresentazione, e chi ha assistito alla commedia ha avuto modo di apprezzare gli esilaranti Mario Iannacone e Marco Nardella, ma anche la teatralità innata di Antonietta Siciliano, Angelo Ciavarella e Stefania Lombardi, la bravura del giovane Marcello Sabatino, di Fabio Ceddia, di Angela Tolfa, e ovviamente di tutti gli altri; al di là della principalità o meno della parte recitata sono piaciuti tutti: Michela, Nazario, Graziano e anche il più piccolo del gruppo, Jacopo, lui sì che va sul palco sin da "criature" (nella parte di Gesù durante il suo "secondo avvento").

La trama, in verità, non è particolarmente complessa: succede fondamentalmente che, come suggerisce il titolo, "chiovene criature" a San Marco in Lamis. Sotto gli occhi scioccati dei medici Mario Accoppaponte e Angelo Scjelegne sta accadendo un boom di nascite incontrollato che coinvolge tutte le donne del paese – compresa la suora (Linarita Leggieri, in crescita sotto il profilo della recitazione): questo fenomeno innesca la serie di equivoci divertenti, sottili – mai volgari - che sostengono la narrazione fino all'epilogo. Perché nascono tutti questi bambini? Perché proprio in questo paese? Com'è successo? Se non sono stati i mariti, e non è stato il prete nè il sindaco, ma allora chi è stato "l'inseminatore"?

E insomma sembra che l'autore voglia condurre lo spettatore a riflettere sull'enigma antichissimo del perchè e come nasciamo: perché la vita? Il motivo della semplicità della commedia, in altre parole, sembra spiegato dal fatto che non c'è molto da spiegare sul "perché" della vita... Il senso per cui, come si vede, c'è, ed è anche profondo - tant'è che talvolta perfino il filo narrativo sembra risentire di questa inafferrabilità delle risposte a queste domande. Ovviamente nella commedia c'è pure il richiamo a note vicende sammarchesi (come la dismessa di reparti dell'ospedale Umberto I, ma anche la crisi attuale delle casse comunali) nè manca – benché un pò velato – il momento in cui vengono messe alla berlina le istituzioni: non è affare della chiesa e del comune prendersi cura dei nuovi futuri giovani sammarchesi. E quindi chi ci pensa a loro?

Chi ci pensa lo rivela il finale, che rimette nelle mani di San Giuseppe e la Madonna (interpretati dai bravi Michele Nota e Angela Tolfa) questa carrellata di "criature" che affollano lo sciagurato reparto d'ospedale vittima del "Big Bang umano". Forse ciò che più diverte della commedia è che la "vita" sul palco richiama continuamente la vita quotidiana di paese: le scene si avvicendano e le figure più in vista di San Marco sono chiamate in causa e caricaturizzate - dall'immancabile sindaco al salumiere, dal gioielliere al maresciallo dei carabinieri – come pure fitto è il riferimento ai luoghi ("San Giuanne", "Lu V'llagge", e perfino quel luogo virtuale che è sanmarcoinlamis.eu). Persone e luoghi che tutti conoscono: una trovata teatrale che ha l'effetto di trascinare lo spettatore in un vortice di finzione-realtà che piace, diverte, coinvolge.

Insomma, forse proprio per via di questa semplicità di fondo, la commedia a un certo punto sembra esser libera da schemi fissi: teatro e vita vissuta, palco e platea entrano in contatto, spesso si fondono (come quando sono distribuiti alle donne della prima fila i volantini con l'identikit del presunto "inseminatore", o quando il sindaco - Marco Nardella, forse il più applaudito - si rivolge direttamente alla gente in sala), e danno vita a una sintesi rappresentativa piacevole e divertente - poco importa se poi non è ben chiara a molti la piega "religiosa" che prende la trama nella seconda parte.

Il pubblico dal canto suo coglie gli ammiccamenti, sorride alle allusioni e di frequente ride di gusto: ride per gli equivoci che vengono ingenerati dallo strano caso delle donne "prene" e dalla curiosa faccenda delle "incontrollabili nascite", ride per le continue battute del dottor Accoppaponte e per le uscite del sindaco/Nardella, ma ride anche perché divertita dalla messa in scena degli "affari urbani" da parte degli improvvis-attori. Durante la recita viene più volte abbattuta la "quarta parete" – quel muro immaginario che separa la finzione/palco/attori dalla realtà/platea/pubblico – e ognuno di noi scopre nuove chiavi di lettura più interattive, e quindi gode segretamente all'idea di poter infine venire risucchiato da un momento all'altro all'interno della rappresentazione - fosse pure semplicemente perché è a conoscenza dei fatti e dei personaggi che vengono chiamati in causa di volta in volta.

Insomma, quando il sipario si chiude e si accendono le luci, tutti escono dal teatro con un sorriso, e si capisce subito che la commedia è alla fine riuscita e forse avrebbe fatto il pieno di pubblico anche se le date fossero state ben più delle cinque prefissate. Anche per questo, nonostante qualche scusabile pecca strutturale, "Chiovene Criature" va a elevare ulteriormente il tasso qualitativo non solo - o non tanto - dell'abilità dell'autore, ma soprattutto di questo momento aureo del teatro e della cultura sammarchese.
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