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Luca Gaudiano

Luca Gaudiano

Obiettivo Sanremo per Luca Gaudiano, ma il cuore è a Foggia: "E' dove torno quando devo 'accordarmi' col mondo"

Il cantautore foggiano, classe 1991, si esibirà sul palco dell'Ariston tra le 'nuove proposte' dell'edizione 2021 del Festival di Sanremo, con il brano 'Polvere da sparo'

Il conto alla rovescia è iniziato. L’ansia da Festival viene calmierata solo dai tanti progetti in cantiere (tra cui un album di prossima uscita per l’etichetta 'Adom', distribuzione Sony) che stanno assorbendo gran parte delle energie di Luca Gaudiano, cantautore foggiano, classe 1991, che tra qualche giorno approderà sul palco dell’Ariston nella schiera dei ‘Giovani’ con il brano ‘Polvere da sparo’.

Non si tratta solo di un brano, di un progetto musicale fine a sé stesso: Luca porterà sul palcoscenico - voce e orchestra - un pezzo della sua vita e una parte del suo cuore. Il brano, scritto d’istinto nello spazio di un viaggio in treno Foggia - Milano, racconta per immagini il dolore e lo straniamento causati dalla malattia e dalla morte del padre. Un lutto che il 29enne sta cercando di rielaborare anche attraverso la musica. 

Luca,

manca una manciata di giorni al debutto sul palco dell’Ariston. Come stai vivendo questa attesa?

In maniera molto tranquilla e rilassata. Sono molto preso e concentrato su quello che mi aspetterà dopo il Festival: mi sono buttato a capofitto nel lavoro sui brani che comporranno il mio album e questo mi tiene impegnato tenendo a freno l’ansia. Non vedo l’ora che arrivi la serata dedicata ai ‘Giovani’ così da potermi esibire. Che poi è ciò che mi interessa davvero.

Il Festival è tra le kermesse più ambite per chi vuole affermarsi nel settore della musica. Cosa rappresenta questo traguardo?

E’ una piccola-grande gratificazione di un lavoro iniziato da poco, da quasi anno. Un progetto giovanissimo che, però, sta già raccogliendo già frutti importanti. E questo vuol dire solo una cosa: che stiamo lavorando bene, e che con il team creativo che segue il mio progetto discografico stiamo facendo tutte le mosse giuste. E’ importantissimo per un artista avere la possibilità di essere lanciato e apprezzato su un palco importante come quello dell’Ariston, ma nell’ottica totale delle cose, questo deve rappresentare solo uno step di una carriera più ampia. La vivo come un gradevolissimo appuntamento al quale non bisogna mancare, ma una carriera musicale deve prescindere da questo.

Una gratificazione, permettimi di dire, a metà: calcherai sì un palco importante ma sarà orfano della sua componente essenziale, ovvero il pubblico.

L’assenza del pubblico è sfavorevole, ma in maniera trasversale a tutto ciò che riguarda lo spettacolo in questo periodo. Credo che l’astinenza da pubblico si sia protratta fin troppo e questa assenza a  Sanremo deve testimoniare il fatto che di pubblico, in Italia, ce n’è bisogno.

Ovvero?

C’è bisogno di tornare a teatro, nei cinema, a popolare gli eventi in maniera sicura. Le strutture devono adeguarsi agli standard di sicurezza ma il settore non si può fermare. Credo che la scelta di vivere quest’edizione del Festival senza pubblico sia rispettosa nei confronti del periodo che stiamo.

Quanto questa mancanza inciderà, invece, sull’esibizione?

Credo potrà metterci in difficoltà soprattutto sotto il punto di vista emotivo, perché ci lascerà senza quel feedback necessario per comunicare pienamente le emozioni e le intenzioni di un brano, ma bisogna sapersi adattare alle varie situazioni. La comunicazione sta cambiando, la  vita potrebbe portarci anche a fare concerti in maniera totalmente virtuale, quindi bisogna affrontare di petto questo periodo di transizione e non abbattersi: il pubblico non c’è, sarà più difficile arrivare, ma questo significherà alzare maggiormente l’asticella e fare in modo che le nostre emozioni giungano in maniera più fluida, forte, quintuplicata.

Prima di Sanremo, nel tuo curriculum ci sono stati tanti palchi e soprattutto tanti musical. Da ‘operaio dello spettacolo’ a tutto tondo, come hai vissuto le polemiche legate all’apertura del Teatro Ariston da parte degli operatori dello spettacolo costretti alla chiusura ormai da quasi un anno?

Sono fermamente convinto di essere un privilegiato nel poter vivere una esperienza così importante in un momento tanto amaro per il settore. Credo però che Sanremo sia un indotto importante di lavoro, che fa parte di un servizio pubblico e mi sembra singolare l’equazione generale se nessuno può lavorare non devono neanche loro. Dietro al Festival c’è una produzione importante, che può permettersi di mettere in sicurezza artisti in gara, musicisti e maestranze: noi siamo ingabbiati nelle nostre camere, tamponati ogni 72 ore, e strutture completamente ripensate nell’ottica della sicurezza. Mi domando: quante altre produzioni, pubbliche o private, in Italia possono garantire altrettanto?

Torniamo alla gara. A Sanremo porterai brano che racconta della malattia e della perdita di tuo padre. Com’è nato il brano?

La genesi del brano è racchiusa nelle prime due righe: “Ho dormito un tot, non sto ancora meglio”. Su quel treno verso Milano ho vissuto una sorta di risveglio da un lungo sonno, figlio dello sfinimento delle situazioni difficili vissute nei giorni precedenti: dalle difficoltà di vivere la malattia di un familiare, mio padre, ala sua morte. E' stato tutto molto faticoso, fisicamente e moralmente. La canzone è nata di getto, le parole sono affiorate da sole, attingendo ad immagini che porterò per sempre con me. Ho iniziato a scriverla poco dopo Foggia e alla stazione di Milano Centrale era finita. Il tempo di un viaggio, insomma: tanto è bastato per mettere in ordine pensieri ed emozioni.

Quanto mettere nero su bianco prima, e in musica poi, ti ha aiutato a rielaborare questo vissuto così doloroso?

E’ stato un modo per esorcizzare questo dolore che mi porterò per sempre. Questo tipo di ferita non si può guarire. Ma ‘cantare’ questo dolore aiuta ogni volta. L’atto catartico del buttare fuori aiuta tantissimo: sono sempre agganciato a quel vissuto e l’interpretazione è sempre molto contaminata dalle emozioni. Il valore salvifico della musica però può mettere dei cerotti, ma nulla può guarire questa ferita, né il tempo né altro.

In cosa quindi questo percorso ti ha aiutato?

La musica mi ha aiutato – e in questo sento di dire che sono un sopravvissuto - nell’acquisire una nuova consapevolezza di vita, che non è più quella del contatto fisico, della presenza, ma quella della sensazione della presenza. Come sentire che le persone che amiamo ci sono a prescindere da quello che succede.

Portare un brano così personale che valore aggiunto offre? Il rischio di mettersi a nudo e sentirsi totalmente esposti, oppure una sorta di protezione, come una coperta di Linus?

Io mi sento protetto. Forse anche la mia serenità di questi giorni è dettata da questa sensazione. Sento che qualcuno mi sta accompagnando sulla mia strada. Mi sento sicuro, credo molto nella forza della mia canzone e credo che il valore aggiunto sia insito nella storia che porto, che non è soltanto la mia, ma appartiene a tantissime persone, che in queste settimane mi hanno scritto e si sono rivisti nelle mie parole. Hanno empatizzato con me.

Questa ‘protezione’, come la chiami tu, mi fa pensare a un primo cerchio che si chiude. Centri un obiettivo importante con un brano che parla di tuo padre, che poi è stato il primo a sostenerti in questa scelta. Fu lui a regalarti la prima chitarra…

Si, lui mi ha sempre sostenuto. Non mi ha avviato alla musica, ma si è sempre assicurato di darmi i mezzi necessari affinché io potessi scegliere cosa fare, e non ha mai ostacolato le mie scelte.

E questa è una gran cosa. Non tutti hanno questa fortuna…

Assolutamente. Ho avuto una famiglia che mi ha sempre sostenuto. Che non si è mai interposta tra me e la musica. Penso a quanti artisti sono bloccati in situazioni familiari che non li fanno sbocciare. Ed è un vero peccato. Io sono stato molto fortunato. Mio padre ha assecondato la mia passione, a 15 anni mi ha regalato una chitarra ed è diventato il mio primo fan.

Oggi che rapporto hai con Foggia?

Foggia è la mia vita. Tutto ciò che sono a livello genetico è rappresentato dalle mie origini e dalla mia terra. E’ un tatuaggio che io mi porterò per sempre. E’ il luogo in cui appena posso torno per riabbracciare gli affetti più cari, quelli per i quali sei trasparente, sei un libro aperto. E’ il luogo in preferisco tornare quando ho bisogno di ‘accordarmi’ di nuovo col mondo, come faccio io con la mia chitarra. Certo è anche una città molto difficile da tanti punti di vista. Un luogo in cui si fa fatica. Vedo che ci sono molte persone che si stanno impegnando affinché la cultura non muoia. Ma è come se ci fosse un cancro che non vuole che Foggia cresca dal punto di vista culturale. Io, nel mio piccolo, spero di fare del mio meglio per portare il nome della mia città in alto, sul un palco come quello di Sanremo.

In questo percorso ti sei sentito sostenuto dalla tua città?

Sì, assolutamente. Sono felice di come la mia città si sta raccogliendo attorno a questa mia avventura. So già di alcuni gruppi d’ascolto programmati in vista del Festival. Anche per la finale di ‘Sanremo Giovani’ sono stato abbracciato da un mare di foggiani e pugliesi che mi ha sostenuto fino alla vittoria. La mia terra sta rispondendo bene e non era un atto dovuto: quello che deve colpire, alla fine, è la forza della storia e del brano. Se questo funziona e piace ne sono felice: vuole dire che sto facendo bene.

Nella foto in basso: Luca Gaudiano, ph. Claudia Pajewski

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