Quando la Befana portava via le feste ma anche i nostri cari….

Di Salvatore Aiezza. Il ricordo non può che andare ai treni in partenza la sera da Foggia, alle 20.38, alle 21.03 ed alle 22.12. Lacrime e sventolii di fazzoletti dai convogli e sui binari

Le partenze dalla Stazione di Foggia

La Befana, festa per grandi e piccini, in passato si celebrava solennemente: tra riti ed eventi che sono rimasti nei ricordi di tanti di noi e nella tradizione, è destinata a portar via tutte le feste. Per tantissimi  “italiani del Sud " però, non sempre la Befana rappresentava un giorno di festa e allegria; per molti di essi era, al contrario, uno dei giorni più tristi dell’anno. Per migliaia di concittadini emigrati nel Nord Italia  e nei paesi del Centro Europa, il 6 gennaio era infatti l’ultimo giorno che si trascorreva in famiglia dopo le festività natalizie. Poi sarebbe toccato ripartire  e restare lontani lunghi mesi: almeno sino all'estate, quando ad agosto le grandi fabbriche chiudevano i battenti.

Proprio al rientro degli emigranti, dopo le festività natalizie, sono legati momenti importanti della storia della nostra stazione ferroviaria e dei suoi collegamenti con il Nord Italia e l’Europa. Per tantissimi nostri conterranei, non solo foggiani, ma di tutta la provincia, il ricordo non può che andare  ai mitici ‘Lecce-Torino’ o ‘Lecce-Stoccarda-Monaco’ degli anni che vanno dal 1960 agli inizi del 90. Soprattutto ai tre convogli contrassegnati dai numeri 660, 662 e 512, in partenza la sera, da Foggia, rispettivamente alle 20.38, alle 21.03 ed alle 22.12. Ai quali, in previsione del rientro post natalizio, si affiancavano vari convogli speciali.

La destinazione più richiesta era Torino (dove giungevano tra le 9 .00 e le 10.00 del mattino seguente), ma c’erano, come detto, carrozze che proseguivano per Monaco, altre per Venezia o per La Spezia e Genova. Erano, in pratica, i treni più utilizzati dagli emigrati e militari, anche loro al termine delle ferie natalizie. La categoria dei treni allora in vigore, espresso o intercity, li rendeva molto popolari, per il costo contenuto rispetto a quelli di categoria superiore e comodi perché vi erano le famose cuccette per poter riposare durante la lunga notte di viaggio.

In realtà erano molto scomode anche perché ve ne erano 4/6 per scomparto e, tra bagagli e affollamento di persone si può immaginare cosa diventavano quegli scompartimenti dopo poche ore di viaggio. La memoria di quanti hanno superato gli “..anta” non può non andare alle scene che in questi giorni si presentavano ai nostri occhi. Sin dal primo pomeriggio le maestranze addette alla stazione preparavano le carrozze che sarebbero state aggiunte ai convogli che sopra ho ricordato.

Esse venivano posteggiate sui binari tronchi  verso il lato nord della banchina prospiciente il primo binario. Ad attendere che fosse possibile prendere posto, vi erano già numerosi viaggiatori che non volevano correre il rischio di restare senza posto e doversi fare il viaggio seduti o sdraiati nei corridoi. Ed infatti, al primo imbrunire, cominciavano ad arrivare dai paesi della provincia più distanti, le tante persone che avrebbero dovuto prendere posto su quei treni. Erano come detto, quanti avevano finito il loro periodo di ferie e dovevano rientrare in una delle tante fabbriche torinesi (la Fiat in primis), o del Nord Italia; ma anche tanti che andavano in Svizzera o Germania.

A volte c’erano interi nuclei familiari con tanti bambini al seguito che, poverini, avrebbero dovuto attendere ore e ore prima di partire per il lungo viaggio: immaginabili disagi, pianti e problemi vari. Più spesso erano solo gli uomini che partivano, ed in tal caso si assisteva a patetiche e comprensibili pianti e abbracci che seguivano il distacco: perché, il momento della partenza, con il treno, è diverso e più angosciante per chi resta e chi parte, rispetto a qualsiasi altro mezzo di trasporto; persino dell’aereo.

Nulla rendeva più difficile quel momento, quando la partenza e l’allontanarsi del treno: con la mano fuori dal finestrino che ti saluta, spesso sventolando un fazzoletto, e mogli, madri, con i figli più piccoli in braccio, che dal marciapiede ricambiavano quel saluto tra le lacrime, mentre spiegavano ai bambini più piccini che il loro papà andava via per lavorare e garantire loro un futuro più sereno. Quelli che più spesso giungevano all’ultimo momento rischiando il posto in piedi, erano i militari. Quanti giovani di leva, che allora era obbligatoria, dovevano raggiungere le caserme del nord: in particolare in Veneto e Piemonte. Aspettavano l’ultima ora per salire sul treno e sfruttare sino all’ultimo momento il tempo per stare insieme ai famigliari e alla fidanzata.  

Dal primo pomeriggio, dunque, le carrozze in sosta a Foggia, che attendevano di essere agganciate  ai treni della sera per il Nord, venivano occupate dai tanti viaggiatori con al seguito ingombranti valigie che venivano trascinate sul marciapiede. Erano piene di ogni ben di Dio. Chi poteva cercava di portar via quante più cose poteva della sua terra. Per giorni, prima della partenza, le madri e le mogli preparavano sughi, intingoli e quant’altro, che poi richiudevano in barattoli e contenitori. Almeno per qualche giorno i loro cari avrebbero potuto ancora gustare i sapori e i ricordi della loro casa. Ovviamente, la lunga attesa comportava anche il doversi equipaggiare per consumare qualcosa da mangiare.

La cosa si risolveva quasi sempre aprendo grossi involucri di carta, quella color marrone, che si usava nei negozi una volta, per incartare il pane e la pasta che veniva venduta anche sfusa, dai quali fuoriuscivano grosse fette di pane o grandi panini caserecci imbottiti all’inverosimile. Poi, una volta preso possesso dei posti negli scompartimenti, ciascuno cercava di “ritagliarsi” un proprio spazio. Si sistemavano i bagagli, quelli che ci andavano, il resto si cercava di metterli dove cera un po’ di spazio. Chi poteva si metteva “comodo”, allungando i piedi sul sedile di fronte. I bambini erano i più difficili da tenere fermi.

Finalmente arrivava l’orario e l’attesa aveva fine. Le carrozze venivano prelevate dai binari dove erano rimesse ed agganciate ai lunghi convogli provenienti da Lecce e Bari. Ora, si, era davvero giunto il tempo dell’arrivederci. “Papà torna presto? Telefona? Non stancarti? Scrivi subito?” Questi i messaggi che, con una nostalgia infinita, chi restava, lasciava a chi partiva.... La Befana, non solo portava via tutte le feste ma anche i nostri cari.

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