Gianni Colonna, il maestro di musica con l'anima da eterno studente che punta sui talenti: "Ce ne sono, venite pure"

Intervista a uno dei più autorevoli musicisti foggiani. Dalle prime lezioni con il maestro Gianni Cataleta all'esperienza di Sanremo, fino agli ultimi progetti. Con la Kuorenero ha prodotto un laboratorio di songwriting nel quale sono state realizzate 22 canzoni da portare ad Area Sanremo

Ogni talento, da più cristallini a quelli più acerbi, difficilmente potrebbe imporsi senza metodo, studio disciplina e una sapiente guida. Ma soprattutto sarebbero difficili da coltivare senza la passione. È un concetto che vale per tutte le discipline, forse ancora di più in ambito musicale. Gianni Colonna ne è la più plastica delle dimostrazioni. Tra i più autorevoli chitarristi foggiani e non solo, Colonna ha fatto della musica non un hobby, né una semplice professione, ma una ragione di vita. Anni di esperienze, di sperimentazioni, di nuovi sentieri perlustrati per arricchire il proprio bagaglio: "La mia carriera? Sono partito da ragazzino a fare quello che mi piaceva, poi ho iniziato a fare quello che mi piaceva di meno, ma che mi dava da vivere fino ad arrivare adesso a fare solo quello che mi interessa e mi stimola, chiudendo il cerchio. Il mio interesse alle varie sfaccettature della musica mi porta a essere sempre nel ruolo di studente e a sentirmi continuamente in progress".

Un eterno studente, malgrado siano tante le cose che può insegnare agli altri. E infatti, per Colonna la musica non è un semplice orticello da coltivare per sé, ma un immenso campo dove far germogliare nuovi talenti, soprattutto quelli che fanno più fatica a emergere. Ed è quello che ha fatto e sta facendo con la Kuorenero Studio Production, molto più che uno studio di registrazione. Più una sorta di palestra per giovani talenti. La Kuorenero ha ospitato un laboratorio di songwriting, al quale hanno partecipato diversi giovani artisti. Il risultato ottenuto nel giro di un anno è stato la realizzazione di ben 22 canzoni che verranno portate ad Area Sanremo. 

Ci racconti la genesi del progetto?

“Nasce da una serie di esperimenti che si snodano attraverso gli ultimi nove anni. A gennaio di quest’anno è partito ufficialmente ma c’erano già tanti giovani artisti che lo frequentavano attivamente e che hanno apportato significative modifiche rispetto all’idea iniziale. Si sono tenuti corsi individuali, laboratori collettivi, giornate di songwriting di gruppo e workshop con addetti ai lavori di livello nazionale. L’idea di base era che nulla rimanesse fine a se stesso e tutto doveva avere un obiettivo chiaro. Da qui la decisione di questo progetto nel quale tutti hanno lavorato a preparare degli inediti da presentare alla giuria di Area Sanremo. Inediti che poi sono stati cantati o dallo stesso autore o da interpreti appena entrati nel progetto. Progetto che include a vario titolo più di trenta artisti per lo più della zona di Bari con alcune unità di Foggia e del Gargano”.

Nel laboratorio ci sono state anche collaborazioni prestigiose. Che ruolo hanno ricoperto nella formazione dei giovani talenti?

"I professionisti del settore che sono stati da noi sono stati tanti: Riccardo Sinigallia, Stella Fabiani già produttrice di Marco Mengoni, Andrea Rodini già produttore di Mahmood che è supervisore fisso del progetto, Nicco Verrienti e Roberto Casalino autori di Giusy Ferreri e di Emma, La Maciste Dischi nella persona del suo fondatore Antonio Sarubbi, Marco Rinalduzzi già produttore di Giorgia e di Alex Baroni e tanti altri. Sono tutti diventati figure di riferimento che, arrivati portando il loro bagaglio di esperienza e la loro professionalità, hanno voluto in seguito rimanere costantemente in contatto con i giovani artisti per seguirne i progressi e dare una mano a superare le difficoltà sempre troppo insidiose di questi tempi ed in questo campo".

Facendo un passo indietro. Nella tua formazione un ruolo importante lo ha avuto Gianni Cataleta. Che ricordi hai di lui?

“Gianni è stato il mio maestro di chitarra e la persona che mi ha insegnato la disciplina e la strada per arrivare ai livelli più alti della conoscenza della musica. I ricordi sono tantissimi e non sono mancate le divergenze anche se per un quindicenne, com’ero io all’epoca dei primi studi con lui, il suo apporto è stato prezioso ed ineguagliabile”.

A maggio hai annunciato il ritorno dei Superzoo. Nel 2003 vi presentaste a Sanremo con una canzone che generò pareri piuttosto contrastanti…

“Tutto quello che fai senza pensare agli altri crea pareri contrastanti, anche vivere secondo le proprie opinioni oggi crea disorientamento. La filastrocca elettro indiana con accordoni metal a Sanremo sedici anni fa fu un totale atto di incoscienza che però rifarei. Ci siamo riformati mettendo su la prima formazione perché negli anni siamo diventati ognuno faro della propria piccola comunità di artisti e ci sentiamo in dovere di continuare a fare musica proprio per essere di esempio a loro in un contesto artistico inesistente che è stato troppo spesso danneggiato dalle ingerenze politiche e dalla sfrenata pratica di classismo nei pochi spazi artistici a disposizione. I Superzoo sono tornati live a luglio per una serie di date e tra poco iniziamo a lavorare al nuovo disco senza nessuna pretesa di classifica o di successo o di introiti economici. Dobbiamo solo fare quello che sentiamo e che ci piace, ma questa volta abbiamo deciso di provare a rivolgerci ad un pubblico più attento ma più lontano”.

Che esperienza è stata quella di Sanremo? La rifareste?

“È stata un’esperienza durissima, strana e per molti versi decisiva. Non mi è piaciuta personalmente per mille motivi, ma l’influenza positiva che ha avuto nel seguito della mia vita professionale è innegabile. Con tutti i suoi dogmi e tutte le sue stridenti contraddizioni rimane il palco più prestigioso d’Italia e anche se non è nei nostri piani nessuno di noi disdegnerebbe di tornarci. Lo so per certo. Però è anche giusto cambiare e magari lasciare spazio a chi inizia adesso a volersi far sentire”.

A proposito di giovani, ci sono i presupposti per sfondare nel mondo della musica?

“Fino a quando non inizieremo a considerare i ragazzi degli artisti che raccontano il loro tempo con occhi diversi da quelli che li hanno preceduti per loro sarà tutto difficile. Oggi come ieri chi ha qualcosa da dire in un modo o nell’altro viene fuori. Ma solo se è onesto, sincero, puro ed incontaminato dai mille vizi che oggi è facilissimo l’ambiente avvicini a questi ragazzi”.

Che cosa ne pensi dei talent? Servono in qualche modo, o la migliore strada resta quella della gavetta?

“Fino a che il talent sarà visto come una scorciatoia sarà inutile, le scorciatoie non esistono e nulla che non passi attraverso studio, lavoro, progettualità, chilometri e riflessioni dure e spassionate può avere una sua riuscita formale e condivisa. Siamo troppo abituati alle carriere lampo, e vivendo a Foggia questa percezione è ancora più amplificata. Rimango quindi del parere che solo sporcandosi le mani con il lavoro si possa raccogliere effettivamente qualche frutto”.

Ci sono realtà interessanti in Capitanata, talenti da tenere sotto osservazione?

“Certo che ce ne sono, ma nascosti, derisi, osteggiati e lontanissimi dalle realtà che dicono di occuparsene. Colgo l’occasione per far presente che la nostra realtà Kuorenero è aperta proprio a loro, ai “perdenti”, a quelli che non hanno genitori in vista, parenti politicanti e non sono inseriti nel tessuto sociale per grazie ricevuta. Quelli che non avranno mai un palco a disposizione e che non vogliono diventare manovalanza di strutture politiche o parapolitiche. Noi da sempre supportiamo questo tipo di personalità e non altre”.

Progetti per il futuro (sia per la Kuorenero che per i Superzoo)?

“Per entrambi dare libero spazio alla nostra espressione e a quella delle persone con cui abbiamo scelto di condividere il campo. Alzando la qualità di quello che facciamo anche correndo il rischio di diventare di nicchia, studiando e progettando idee”.

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