Dall’antica civiltà contadina del Gargano ‘I falò di San Giuseppe’

Le 'Fanoje', tradizione che si ripete ogni 19 marzo in tutte le cittadine del Gargano, da Vico del Gargano a San Giovanni Rotondo

Immagine d'archivio

Il 19 marzo coincide con l’equinozio di primavera. Nell’era pagana si considerava questa data come confine tra l’addio all’inverno e il benvenuto alla nuova stagione. Per la nostra religione è anche il giorno in cui viene venerato San Giuseppe.  Nel paese di Vico del Gargano la confraternita della chiesa titolata a San Giuseppe mantiene viva l’antica tradizione del falò: rami di albero d’ulivo appena potati e rami di vitigni sono arsi nell’area antistante la chiesa. Un tempo, piatto tipico per l’occasione era rappresentato dalle orecchiette con le noci.

A San Nicandro Garganico è d’uso la scampagnata sulla collina dove una chiesetta, per la festa, viene adornata di fiori e di violette. Il luogo permette anche di ammirare un panorama incantevole: mare, isole, laghi e il paese intero. Dopo la funzione religiosa si raccoglie legna secca per il falò la cui brace torna utile per arrostire carne e salsiccia. Non mancano improvvisati cori e i profumi di frittate, del caciocavallo, dei lampascioni al forno, dei taralli e dei peperati si confondono con l’aria novella della Primavera.

Anche nel paese di San Giovanni Rotondo il rito si rinnova con le ‘Fanoje’, una vera competizione dove una giuria assegna i premi ai migliori falò per l’estro della fattezza. Tempo fa si allestivano i falò in ogni rione e il mulino di Massa metteva a disposizione una quantità di olio per friggere le pizzette “zeppole” che le massaie offrivano, dentro un cestello di vimini calato dall’alto con una cordicella, alla popolazione disposta sulle gradinate. I boscaioli scendevano nel paese con cavalli, muli e asinelli carichi di “cepponi” e di carbonella.

Allestire un falò era come costruire un castello. I giovani seguivano curiosi i gesti dei veterani, interessati ad apprendere i trucchi che garantivano il giusto posizionamento della legna per facilitarne l’ accensione e rendere la fiamma duratura. Il fuoco rappresentava l’auspicio dell’abbondanza e i giovani, per mostrare forza coraggio e abilità alle ragazze,  ci saltavano sopra.  

Antichi strumenti agricoli venivano esposti nei vari rioni. Inoltre ci si poteva cimentare in vere gare  come: tiro alla fune, corsa nei sacchi e il palo della cuccagna. Quest’ultima prova prevedeva un palo di circa cinque d’altezza, unto di grasso, conficcato nella terra, alla cui sommità si appendevano   formaggi, salumi, un fiasco di vino, un agnellino o un capretto vivo, che fungevano da premi. Ad ogni premio era attribuito un diverso stendardo. Il concorrente che toccava per primo uno degli stendardi, diventava vincitore del prodotto corrispondente.

I vincitori, spesso, erano ragazzi poco agiati che si spargevano il corpo con terra o con cenere per non scivolare e che, caparbi e tenaci, non desistevano dal parteciparvi soprattutto per  riscattarsi dall’ inverno poco clemente nei loro confronti. La serata si concludeva con i canti “strapolette” per prendere in giro bonariamente i partecipanti degli altri falò. I ragazzi si divertivano a lanciare pugnetti di sale grosso  provocando scoppiettii, scintille e qualche buco alle lunghe gonne delle donne presenti

Sotto le ceneri del falò venivano messi rotoli di salsicce incartate, cipollotti freschi, patate e lampascioni, conditi poi con sale e con olio nostrano. Tutta la popolazione si preparava alla nuova fase delle colture agricole, le ceneri del falò venivano sparse nei campi mentre la brace residua si portava nelle case per “bruciare” le forze malefiche. San Giuseppe è venerato tutt’ora dai tanti fedeli del Gargano. Essi partecipano alla Messa solenne. La statua del Santo viene esposta sugli Altari. Un invito, il Suo sguardo a respirare l’aria nuova di primavera, messaggera di fratellanza e di bontà.                                                                                           

Il falò di San Giuseppe | La sera di San Giuseppe si bruciano frasche e ceppi e tanti giovanotti senza più i cappotti saltano e fan faville sprigionando le scintille. Le fiamme verso il cielo sciolgono brina e gelo. La gente di ogni loco fa cerchio intorno al fuoco il calore della fiammata riscalda il vicinato i cuori e i visini  delle belle signorine. L’inverno è alla frontiera ben venga la Primavera (Antonio Monte da Milano).

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