L'UniFg corre ai ripari contro il calo degli iscritti: "Investiamo sulla qualità". La scommessa del Rettore dopo il lockdown

L'orientamento di massima per la ripresa dei corsi: 'prevalentemente in presenza' per matricole e iscritti alle lauree magistrali; 'prevalentemente a distanza' per gli altri anni di corso. Prevista una celebrazione collettiva per tutti gli studenti laureatisi in pieno lockdown

Il rettore Pierpaolo Limone

L’università di Foggia è pronta a ripartire. Lo farà con corsi “prevalentemente in presenza” per le matricole, ma senza disperdere le opportunità offerte dalla didattica a distanza, modalità di erogazione ampiamente testata - facendo di necessità virtù, si direbbe - durante le settimane del lockdown e nei mesi di chiusura imposti dall’emergenza sanitaria.

“La drammatica esperienza del Coronavirus ha accelerato un processo di permeabilità di contenuti e saperi che in altri atenei è già attivo”, spiega il rettore UniFg, Pierpaolo Limone. “Il nostro ateneo ha superato la prova della didattica a distanza permettendo agli studenti di non perdere lezioni, esami, sedute di lauree nonostate l’emergenza sanitaria in atto. Ma ci sono numerose altre opportunità da cogliere e sfruttare per arricchire i percorsi di studio dei nostri iscritti, a corollario dell'esperienza universitaria di tipo tradizionale”.

Questa la strada che intende battere l’università di Foggia, questa la strategia con la quale contrastare, nell’immediato, il possibile calo di immatricolazioni e iscrizioni (il sistema universitario italiano teme un -20%), come conseguenza indiretta della pandemia. E mentre si studiano, su più livelli, le misure per correre ai ripari, il primo pensiero va ai laureati UniFg che si sono visti negare dalle circostanze il proprio ‘momento di passaggio’.

Rettore, molti atenei italiani si stanno organizzando per creare un momento di ‘celebrazione collettiva’ per i laureati che hanno acquisito il titolo in piena pandemia. Qual è l’indirizzo dell’UniFg?

E’ quello che intendiamo fare anche noi. Lo abbiamo promesso ai nostri laureati sin dalle sedute di marzo. Si tratta di un momento collettivo che deve essere svolto nella massima sicurezza, per questo stiamo cercando di capire quando ci saranno le condizioni epidemiologiche favorevoli per un evento di questa portata. L’obiettivo è quello di recuperare l’emozione della laurea, un vero e proprio ‘rito di passaggio’, che resta poi per tutta la vita. Sarà certamente una cerimonia all’aperto (per garantire il giusto distanziamento), spero già in autunno. Immagino una bella festa in un parco.

Per il prossimo anno accademico, l’intero sistema universitario teme un severo calo di immatricolazioni…

Lo temiamo tutti. Il ministro ha stimato un -10%, ma c’è chi teme fino ad un -20%. Sono percentuali importanti. Spero che la qualità della didattica e l’attenzione alle esigenze degli studenti ci protegga da un trend che potrebbe essere nazionale. Il rischio c’è, è concreto, ma ci sono anche adeguate contromisure messe in atto, sia a livello nazionale che locale, per contrastare questo fenomeno.

Del tipo?

Il ministro ha messo in campo misure per ampliare la base degli esentasse, alzando l’asticella della soglia Isee di riferimento (fino a 20mila), mentre fino a 30mila sono previste una serie di vantaggi. Inoltre, la Regione Puglia sta mettendo delle risorse importanti sul capitolo del ‘Diritto allo Studio’ bandendo borse di studio e tante altre iniziative. Tra queste, ad esempio, il finanziamento delle tasse per gli studenti che intendono rientrare in Puglia, dopo una esperienza formativa in altre università d’Italia.

Quali sono, invece, le misure intraprese dall’università?

Stiamo facendo investimenti importanti dal punto di vista della qualità della didattica su più livelli: dall’attrezzare meglio le aule al reclutare altri docenti per migliorare l’offerta formativa. Sono misure anticicliche, l’obiettivo è investire nel momento di crisi e cercare di rispondere con la qualità al possibile calo della quantità degli studenti. Vedremo a settembre, ma sono ottimista.

In che modo l’UniFg si sta organizzando per la ripresa?

Vorremmo ripartire con la didattica in presenza. Ma dobbiamo tenere in considerazione quello che ci verrà comunicato, come misure di sicurezza, per l’utilizzo delle aule. L’orientamento sembra essere (ma non c’è ancora nulla di scritto) quello di consentire - così come da richiesta della Crui - l’ingresso degli studenti per il 50% della capienza delle aule. Questo significa poter contare, come minimo, su metà della nostra capacità di accoglienza.

E per il restante 50%?

Dovremo fare delle scelte: o ‘dividere’ simbolicamente le aule in due (una parte in presenza, l’altra collegata in remoto), oppure - cosa che stiamo cercando di fare - scegliere dei corsi che saranno frequentati in presenza e altri a distanza.

Secondo quali criteri?

L’idea di massima è: primo anno delle triennali prevalentemente in presenza, mentre secondo e terzo prevalentemente a distanza. Cosa significa? Che i laboratori, i seminari e tutto ciò che viene fatto in piccoli gruppi può essere fatto anche in presenza, mentre tutto ciò che prevede la didattica tradizionale frontale, con numeri più importanti, sarà trasferita a distanza.

Perché questa speciale ‘tutela’ per gli studenti del primo anno?

Perché le matricole hanno bisogno di un orientamento, di una accoglienza, di sentirsi accompagnate in un processo del tutto nuovo. Partire con la didattica a distanza potrebbe essere per loro molto disorientante.

Cosa è previsto, invece, per i corsi di laurea magistrali?

L’orientamento di massima sarà quello della 'prevalenza in presenza', perché parliamo di corsi dai numeri e dai flussi più gestibili. Per ogni dipartimento, poi, ci saranno declinazioni specifiche in base alle necessità dei singoli corsi.

Per quanto riguarda l’esperienza della didattica a distanza, c’è qualcosa che si vorrà salvare, implementare e rendere endemico?

Assolutamente sì. Mi piacerebbe che l’UniFg - in un’ottica di avanguardia rispetto a quello che sta già accadendo in altri atenei, ma con il vantaggio di essere un po’ più piccoli e quindi più rapidi nei cambiamenti - riuscisse offrire una serie di esperienze formative che prevedano sia la presenza che la distanza, lasciando la facoltà allo studente di scegliere, in un range definito, quale modalità preferire. Penso poi alle opportunità di una ‘mobilità virtuale’.

Ovvero?

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Lo studente può scegliere di aderire al progetto Erasmus tradizionale (prendere la propria valigia e partire all’estero frequentando un’altra università per un dato periodo) oppure frequentare una mobilità virtuale. Il numero di studenti Erasmus è una piccola parte della popolazione universitaria. Succede in tutti gli atenei. La maggior parte degli universitari non vive l’esperienza Erasmus per svariati motivi (personali, economici, di lavoro, di famiglia…) però se si offrisse loro la mobilità virtuale questi numeri aumenterebbero perché, a quelli che partono ‘la valigia’ si aggiungerebbero quelli che, attraverso questa modalità, riuscirebbero a centrare l’obiettivo di arricchire il proprio curriculum universitario. L’università (pur ribadendo e difendendo il ruolo centrale della formazione tradizionale, in presenza) si sta trasformando in un’ottica di reciprocità: propone contenuti e ingloba nei propri corsi di studio quelli che si trovano nell’ecosistema digitale o che sono offerti da altri atenei. Sono opportunità straordinarie da cogliere e capitalizzare, e mi auguro che proprio questa peculiarità possa essere di grande attrattività per gli studenti.

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