"Lavorare così non conviene". I pasticcieri foggiani hanno bisogno di soldi. Pace coi fornai dopo lo 'zeppolagate'

La fase take away è un rebus. La categoria, in provincia di Foggia, è alle prese con gli stessi problemi di liquidità degli altri settori, costi vivi da coprire e dipendenti ancora in attesa della cassa integrazione

Il presidente Fipe settore pasticceria Vincenzo Catalano

"Stiamo provando a vedere se riusciamo a riprendere il volo, l'ottimismo da parte nostra c'è, la volontà di uscire da questo tunnel anche, adesso dobbiamo capire che cosa succederà nel giro di una settimana, quindici giorni". I pasticcieri sperimentano la formula take away. È un comparto intrecciato, spesso, a doppio filo con quello dei bar e correlato all'industria delle cerimonie. Massimo Catalano, presidente provinciale Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) settore pasticceria Confcommercio Foggia, cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno, nonostante l'ammanco, nel suo mondo fatto di dolci. "Questa era l'ultima coda del periodo invernale che dava la possibilità a noi piccoli artigiani di avere la potenzialità durante il periodo estivo di sopportare meglio il calo di vendita commerciale che arriva anche al 50-60%. Adesso andremo in discesa ma è normale: non ci saranno comunioni, battesimi, matrimoni, è tutto bloccato, automaticamente avremo un incasso inferiore e questo porterà altri problemi".

L'entusiasmo della ripresa si scontra con il dilemma dell'asporto che è un grande punto interrogativo. Gli esercenti si domandano se funzionerà senza passeggio. "È pazzesco aprire a singhiozzo, con le varie direttive a livello regionale e comunale. Lavorare così, in questa maniera, credo che sia più un danno che un bene - è l'amara constatazione di Massimo Catalano - Se non c'è gente che cammina e fa una passeggiata, a chi bisogna vendere questo prodotto?". La babele delle ordinanze e dei decreti ha mandato in confusione anche i pasticcieri. Il presidente provinciale Massimo Catalano è convinto che sarebbe stato opportuno sin da subito lasciare in capo al sindaco il potere decisionale, perché "conosce il tessuto sociale". L'urgenza, come per tante categorie, è rappresentata dalla liquidità immediata: "Il Governo aveva promesso iniezioni di aiuti a dismisura per le aziende, le piccole e medie imprese e gli artigiani. Ma la cassa integrazione non è stata ancora liquidata nei confronti degli operatori del settore, per quanto riguarda i nostri collaboratori. Non tutti hanno ricevuto la piccola povertà dei 600 euro, abbiamo bisogno di soldi a fondo perduto come avevano promesso. Non vogliamo mari e monti ma un contributo per coprire almeno le spese gestionali, i costi vivi e poi una detassazione a livello comunale per quanto riguarda Tari e occupazione di suolo pubblico. Questa è una situazione drammatica".

È pace fatta con i fornai, dopo lo 'zeppolagate' e il caso dei dolci pasquali che ha agitato tanti pasticcieri. In fondo, sono tutti sulla stessa barca. "Io non posso condannare l'attività del fornaio, perché il decreto era generico, la lingua italiana è fatta in modo tale che la si possa interpretare in maniera diversa. È stato interpretato male, perché il pane è un bene di prima necessità e punto. Gli altri beni che non sono di prima necessità, biscotti, gelato, non si potevano vendere, ma noi non dobbiamo litigare, tra pasticceri e panettieri. A me dispiace perché sono artigiani come noi". Per la verità, è stato subissato dalle telefonate dei colleghi che segnalavano, indignati, casi di inosservanza delle regole. "I sindaci dovevano intervenire, insieme ai governatori di Regione avevano sotto controllo la situazione e dovevano vigilare, senza queste defaillance". A Foggia l'assessore alle Attività Economiche Sonia Ruscillo si era affrettata a precisare, quando erano divampate le prime polemiche (era il 20 marzo), che i forni avrebbero dovuto limitarsi alla sola vendita di prodotti della panificazione.

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I 'dissapori' sono archiviati, e la fase due è già qui. Fosse per il presidente Massimo Catalano, avrebbe voluto tamponi per tutti i lavoratori alla ripresa. E continua a pensare più alla salute che agli affari: "Meglio la vita che non dieci lire di più in tasca".

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