La triste fine dell'Ovile Nazionale di Foggia e il rogo devastante: una volta centro d'eccellenza, oggi luogo spettrale e fatiscente

Durante il sopralluogo effettuato dai volontari delle delegazioni foggiane di Co.N.Al.Pa. e LIPU, in compagnia della senatrice Gisella Naturale - membro della commissione agricoltura del Senato - si è potuto constatare come un patrimonio di svariati milioni di euro, in soli tre anni si sia trasformato in un luogo spettrale e fatiscente, in più parti anche lambito dalle fiamme.

Ovile Nazionale di Foggia oggi

L’Ovile Nazionale di Foggia, situato a poca distanza da Borgo Segezia, nasceva nel 1921 e si occupava dell’allevamento, del benessere, dell’alimentazione, della riproduzione delle razze ovine italiane, con attività prevalenti nei settori della ricerca scientifica, come testimoniato dalla grande mole di pubblicazioni effettuate da varie Università italiane.

L’Ovile si estendeva su una superficie di quasi 400 ettari destinati in massima parte al pascolo delle pecore, ed anche alla coltivazione di cereali, foraggio ed olive. Nei numerosi edifici che caratterizzavano la parte abitata, oltre alle abitazioni dei dipendenti e delle loro famiglie, che tra l’altro si autoproducevano tutto il cibo che occorreva loro attraverso orti, aie e frutteti, c’erano ovviamente le stalle, i laboratori, le aree destinate alla mungitura ed alla lavorazione del latte, il mulino, i capannoni, i silos, le aree di allevamento di polli, fagiani e molto altro. Alcune strutture, come ad esempio il caseificio e l’area di mungitura, erano state recentemente dotate delle migliori tecnologie per garantire i requisiti di salubrità e qualità delle produzioni.

Nonostante le vane promesse di molti politici locali, il governo decise di cessare le attività del centro di ricerche foggiano trasferendo, nell’agosto del 2016, tutte le 600 pecore presso la sede di Bella,a Potenza, e di trasferire tutto il personale presso il CREA di Foggia (Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria). Disperdendo così un patrimonio animale ed umano di inestimabile valore, probabilmente ufficializzando la definitiva perdita culturale della secolare transumanza delle pecore che interessava i nostri territori.

Gli anni seguenti, hanno visto l’abbandono di tutta l’area con la conseguente devastazione delle strutture ed il furto di tutte le attrezzature e di quanto potesse essere venduto a ferro vecchio dai ladri. Durante il sopralluogo effettuato dai volontari delle delegazioni foggiane di Co.N.Al.Pa. e LIPU, in compagnia della senatrice Gisella Naturale - membro della commissione agricoltura del Senato - si è potuto constatare come un patrimonio di svariati milioni di euro, in soli tre anni si sia trasformato in un luogo spettrale e fatiscente, in più parti anche lambito dalle fiamme.

Un quadro desolante che replica quanto già molte volte accaduto a Foggia con importanti istituzioni come il distretto militare, il teatro mediterraneo, la fiera di Foggia e che rischia di accadere anche per l’Istituto regionale di incremento ippico, con il trasferimento dei pregiati stalloni presso Martina Franca.

In questi giorni al danno della dismissione dell’ovile nazionale si è aggiunta la beffa degli oltre 50 ettari di pregiatissima macchia mediterranea, caratterizzata anche da alberi di notevoli dimensione, andati in fumo per effetto dell’incendio dello scorso 19 luglio. Un danno naturalisticamente inestimabile visto che si trattava di un’area che non aveva mai subito alcuna lavorazione agricola, se non il pascolo delle pecore, e quindi popolata di animali e piante selvatiche che trovano in quest’area un’isola naturale in mezzo a terreni intensamente coltivati.

Tutto ciò considerato l’Associazione C.N.Al.Pa. ha sporto segnalazione ai Carabinieri Forestali, con richiesta di intervento, per accertare le responsabilità, eventualmente dolose, in merito all’incendio, e di individuare le aree naturali percorse dal fuoco al fine di impedire, per i prossimi dieci anni, eventuali modifiche all’ambiente naturale, così come prescrive la Legge quadro n. 353 del 21 novembre 2000. Il rischio è particolarmente concreto considerato che il CRAE ha recentemente esperito un bando che prevede l’affitto a privati di tutta l’area dell’ovile, compreso quella naturale.

Secondo l’Associazione, dall’oggetto del bando, che prevede l’affitto di oltre 450 ettari, dovrebbe essere esclusa l’intera area naturale di 50 ettari, che il privato aggiudicatario dovrà quindi astenersi dal dissodare e coltivare. L’Associazione propone inoltre che 5/10 ettari di terreno coltivabile, più prossimi agli edifici, possano essere adibiti ad orti sociali, affidandoli ad una cooperativa o associazione, così come alcuni edifici ancora in buone condizioni, potrebbero essere affidati, insieme alle aree di pertinenza, a gruppi scout per l’organizzazione di campi scout; la LIPU potrebbe posizionarvi cassette nido, per facilitare la nidificazione dei Falchi grillai ed altre specie a rischio, e le associazioni di categoria potrebbero gestire una piccola area di terreno per realizzarvi un semenzaio di specie arboree, da poter piantare in città. Tutto ciò al fine di conservare un ambiente naturale importante e scongiurare l’ulteriore abbandono e degrado degli edifici.

Occorre però che la politica, nazionale e locale, si soffermi a riflettere su quale futuro stiamo riservando al nostro territorio, proprio alla luce di quanto male ha fatto alla comunità locale la dismissione di importanti istituzioni, come appunto l’Ovile Nazionale di Segezia.

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