Martedì, 16 Luglio 2024
Cronaca

'Codice Rosso' nel Foggiano, aumentano i casi ma anche le denunce. Lorenzon: "E' il momento di fidarsi e affidarsi"

Dopo l’impennata di casi (629) registrati nell’anno della pandemia, la situazione in Capitanata non è migliorata. Nei primi 9 mesi dell’anno in corso, infatti, si registrano già 620 ‘Codice Rosso’. Il punto del Comandante provinciale dei carabinieri di Foggia, col. Nicola Lorenzon

Gli uffici dei presidi dell’Arma presenti in Capitanata hanno tutti casi di ‘Codice Rosso’ da trattare in via prioritaria. Non c’è Comune escluso, dal Gargano ai Monti Dauni, passando per il Tavoliere. La violenza di genere continua ad essere agita nel Foggiano, dove si registrano, in media, due denunce al giorno.

La normativa, sul punto, impone ritmi serratissimi e tutele ferree: “Questo richiede un grandissimo impegno e ci impone di essere sempre in prima linea”, prova a sintetizzare il Comandante provinciale dei carabinieri di Foggia, col. Nicola Lorenzon. Gli scambi con la Procura sono frequentissimi.

Dopo l’impennata di casi (629) registrati nell’anno della pandemia, la situazione in Capitanata non è migliorata. Nei primi 9 mesi dell’anno in corso, infatti, si registrano già 620 ‘Codice Rosso’, e il dato sarà - verosimilmente - destinato ad aumentare entro la fine dell’anno.

Ma la chiave di lettura è duplice, spiega il colonnello: “Registriamo un aumento dei casi, è vero. Ma c’è anche un aumento delle denunce. E questo vuol dire che il disvalore morale, sociale e giuridico della violenza di genere è compreso. Mai come in questo periodo c’è una forte spinta, giuridica e sociale, di attenzione sul tema”. E questo è il fondamento su cui impostare il contrasto al fenomeno, a partire dai più giovani.

Colonnello Lorenzon, in chiusura di 2020 stigmatizzò come gli unici reati ad aumentare nell’anno della pandemia (il Covid aveva impattato positivamente sul resto) erano quelli da ‘Codice Rosso’. Come è andato il 2021, qual è il l’indirizzo di tendenza finora tracciato?

Avere una rete di presidi ramificata e capillare sul territorio ci dà la possibilità di leggerne con maggiore chiarezza le dinamiche, e capire quali sono i principali reati di cui le persone sono vittima. Posso dire che i reati di genere sono frequenti, la procedura di ‘Codice Rosso’ impegna tantissimo i nostri operatori e il fenomeno è rilevante. Tuttavia, questo aumento di casi da una parte ci dice che c’è ancora violenza, dall’altro indica anche che c’è una maggiore attenzione sociale al problema.

Ovvero?

L’aumento delle denunce è un dato positivo, vuol dire che la percezione del disvalore della violenza di genere sta diventando un fattore comune tra la gente. Il vicino che sente ripetutamente urlare due persone, non può più pensare che si tratti 'solo' un litigio. La donna che è vittima di violenza non è più sola con il suo problema, ma ha tutto un movimento - forze dell’ordine, realtà ospedaliere, associazioni - pronto a sostenerla.

A Foggia esiste una ‘stanza rosa’ dell’Arma, 'Una stanza tutta per sé', dedicata a questi casi. Quanto sta funzionando, qual è la percezione di questo luogo?

L’impiego è frequente, viene utilizzata soprattutto in fase di ascolto protetto della persona offesa, o dei minori eventualmente coinvolti. Sono luoghi che funzionano. In quel tipo di ambiente, organizzato dalla Soroptimist per lo scopo, le persone si sentono protette e riescono a dialogare in maniera più semplice. Ad oggi ne contiamo solo una presso la Stazione di Foggia 'San Lorenzo', ma pensiamo di attivarne altre in alcuni luoghi della provincia.

Benché il fenomeno sia presente ovunque, la cronaca evidenzia con particolare preoccupazione la sequenza di violenze, anche con esiti drammatici, in alcune aree del Foggiano, come i Cinque Reali Siti e l’area del basso Tavoliere. Perché, cosa manca in quei territori?

Il possibile incremento di ‘Stanze rosa’ in provincia è finalizzato proprio a coprire quelle zone in cui c’è bisogno di maggiore attenzione e sensibilità. Va però sottolineato che in quei territori ci sono realtà che si stanno organizzando per aprire e strutturare centri di ascolto e centri anti-violenza in grado di fornire, nell’immediato, posti letto e sostegno medico, psicologico e giuridico alle vittime. Stanno nascendo anche dei Cam, Centri di ascolto per uomini maltrattanti, che offrono percorsi su base volontaria.

Il fenomeno è esploso durante i mesi del lockdown, a causa della convivenza forzata. Ed è proseguito poi, acuito spesso dalla crisi economia provocata dalla pandemia. In questo periodo, avete avuto modo di capire quali sono i canali di aiuto - tra numero nazionale antiviolenza 1522, 112, accessi nei centri-antiviolenza - che funzionano di più, che le vittime sentono più vicine?

Per quella che è la nostra esperienza, si continua a privilegiare l’accesso in caserma. Ogni presidio ha personale preparato ad intercettare il problema, spesso celato tra parole non dette, e quindi ad indirizzare la donna verso il percorso più indicato. C’è ancora il bisogno di avere un interlocutore fisico, oltre ai numeri che sono opzioni validissime e a disposizione di tutti. Diverso è, ovviamente, il caso di un intervento in emergenza: in quel caso si ricorre al 112 o al 113.

Quante volte, in questi mesi, avete avuto la netta sensazione di aver evitato esiti più gravi?

Tantissime volte. I casi che vanno in cronaca, a volte anche nazionale, sono quelli che hanno, purtroppo, epilogo negativo. Ci sono, ed è inutile negarlo. Ma ci sono anche episodi con esiti positivi, sono tanti e spesso restano nel segreto delle stanze dei carabinieri e della procura. Dei 620 casi presi in carico dall’inizio dell’anno, non ci sono stati episodi degenerati in femminicidio. Le procedure del ‘Codice Rosso’ sono ferree e precise, sia dal punto di vista procedurale ma anche della prevenzione di pubblica sicurezza.

Parliamo di un fenomeno trasversale, che abbraccia età, ceti sociali e dinamiche tra le più disparate. Tra le prime barriere da abbattere ci sono certamente quelle del pregiudizio sociale e della vergogna. Poi subentra la paura: “Io denuncio, ma poi chi mi aiuta?”. Chiariamo: cosa avviene dopo una denuncia, qual è l’iter che ne segue?

Dice bene: il momento più difficile è il primo accesso, per il quale bisogna lavarsi della vergogna e, spesso, del senso di colpa. Da lì in poi è tutto in discesa. La denuncia viene presa nell’immediatezza, secondo determinati canoni e requisiti, e viene inviata immediatamente al pm di turno che, a sua volta, deve diramare una delega apposita per risentire la vittima e raccogliere fonti di prova - il vicino, il parente, il bambino (in forma protetta) che è sempre vittima - per corroborare questa denuncia. A quel punto, la Procura ha obblighi specifici. La legge impone velocità nella trattazione di questi casi, che hanno la priorità su tutto. E ci sono misure cautelari specifiche - dai divieti di avvicinamento fino all’arresto in carcere - per impedire che il reato venga portato ad altri livelli.

In questo percorso, quali sono le misure tutorie prese a favore della donna?

Sono misure che non rientrano nella competenza del giudice, ma che sono nella sfera della prevenzione. Ci sono misure tutorie che il Comitato provinciale per ordine e la sicurezza pubblica può decidere di adottare a seconda dei casi. Mi riferisco al frequente passaggio di una pattuglia nei pressi dell’abitazione della vittima o del luogo di lavoro, all’attivazione di un numero dedicato in caso di bisogno o spostamenti. C’è, inoltre, un progetto ministeriale, attivo da un anno anche a Foggia, che prevede la registrazione dei numeri di telefono delle vittime di violenza, con una breve descrizione. In questo modo, all’atto di una eventuale chiamata, l’operatore avrà già un primo alert: “Nome, vittima di violenza”.

Di queste possibilità le donne vengono sempre informate all’atto della denuncia?

Assolutamente sì.

Come sono i rapporti tra forze di polizia, associazioni di volontariato e Cav territoriali?

I rapporti sono proficui e, ahimè, frequenti. E’ una collaborazione continua.

Con il ‘Codice Rosso’ era stata introdotta la possibilità di una denuncia trasversale (il vicino, parente, collega di lavoro può denunciare una situazione di violenza agita di cui è conoscenza). Quanto viene utilizzato questo strumento?

Moltissimo. Ovviamente non basta questo tipo di segnalazione per avviare un percorso cautelare/penale. Ma è un passo sufficiente per noi, per cominciare a trattare il caso.

Qual è, quindi, l’appello a tutte quelle donne che ancora non riescono ad affrancarsi dalla spirale di violenza?

Bisogna vincere la paura e il senso del pudore. La denuncia è il primo passo per risolvere il problema. In questo momento c’è una forte spinta giuridica e sociale di attenzione sul fenomeno. Le possibilità di uscire dall’incubo sono maggiori rispetto al passato: la procedura è più veloce, la tutela è sempre maggiore e le forze dell’ordine hanno capacità operative maggiori. Inoltre, c’è tutto un movimento che lavora e si muove attorno al fenomeno. E’ tempo, quindi, di fidarsi e affidarsi.

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