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VIDEO | La mafia foggiana: il salto di qualità e l'uscita di scena della 'vecchia guardia'

 

Nell'ambito del terzo incontro di 'Terra, solchi di verità e giustizia100 passi verso il 21 marzo', organizzato dall'Università di Foggia, venerdì 9 marzo Antonio Laronga, procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Foggia, ha raccontato le genesi della mafia pugliese e foggiana nel corso del suo intervento 'Origine ed evoluzione della criminalità organizzata operante nella provincia di Foggia'.

Prima parte: dal vertice di Cutolo al clan Agnelli-Carella

Seconda parte: dalla strage del ‘Bacardi’ alla guerra tra clan

Fine della guerra tra i clan: i nuovi obiettivi della ‘Società’

Siamo alla fine del 2003, anno in cui termina il secondo duro scontro tra i clan mafiosi. A Foggia i nuovi equilibri interni sfociano in un accordo tra le diverse per il controllo e la gestione delle estorsioni nel settore delle onoranze funebri.

Il clima di conflittualità tra i clan resta, ma la ‘Società’ conosce una nuova evoluzione. Si pone un freno alle guerre tra clan con in palio la leadership nella gestione delle attività illecite, e si mira all’infiltrazione pervasiva nel tessuto socio-economico cittadino. Come spiega Laronga, la mafia foggiana non è più un semplice corpo estraneo, “ma si trasforma in una componente della società civile, una lobby economico-imprenditoriale, elettorale, capace di condizionare le scelte di soggetti pubblici e privati con i quali entra in contatto”.

E’ un cambiamento epocale, che non a caso coincide con una sorta di repulisti dell’organizzazione. Tra il giugno del 2007 e il gennaio del 2012, infatti, vengono assassinate alcune figure storiche della ‘Società’ come Franco Spiritoso, Antonio Bernardo, Michele Mansueto e Giosuè Rizzi, quest’ultimo senza dubbio la figura più carismatica della mafia foggiana. Insomma, la ‘vecchia guardia’ della Società esce di scena, lasciando il campo a una nuova generazione con nuovi obiettivi e modus operandi.

Dai rifiuti all’agricoltura: le infiltrazioni mafiose

Dal 2010 i clan foggiani estendono i propri orizzonti: non più solo droga ed estorsioni, ma infiltrazioni nei circuiti produttivi, mediante alleanze con altre organizzazioni criminali o con soggetti pubblici. L’operazione ‘Filigrana’ rivelò l’alleanza tra foggiani e casalesi nella contraffazione delle banconote. Altre inchieste palesarono la capacità tentacolare della ‘Società’ di insediarsi anche Pubblica Amministrazione, come nel caso dell’Operazione ‘Piazza Pulita’ nella quale venne fuori l’infiltrazione del clan Trisciuoglio nell’Amica Spa, azienda che all’epoca si occupava del servizio della raccolta dei rifiuti. L’operazione ‘Baccus’, invece, rivelò la capacità della mafia di riciclare capitali illeciti nel settore vitivinicolo mediante i rapporti con un’azienda ravennate; infine altre infiltrazioni emersero nell’ambito della trasformazione del grano e del pomodoro (operazioni ‘Rodolfo’ e ‘Saturno’).

Non solo la ‘Società’

Mafia foggiana e non solo. Perché la criminalità organizzata opera anche al di fuori del capoluogo di provincia, con organizzazioni a sé stanti, gruppi autonomi ben strutturati. Ecco perché il termine mafia foggiana, come spiega Laronga “non significa niente” se riferito a tutta la Capitanata. Sono infatti tre le aree di influenza della mafia: la Società foggiana, attiva nei territori di Foggia e San Severo, la cui natura mafiosa è stata riconosciuta con l’Operazione ‘Panunzio’ nel 1999. Tre le batterie operanti, ma non risulta un Cupola come nel caso di Cosa Nostra; a Cerignola e nel Basso Tavoliere esistono più gruppi autonomi specializzati nelle rapine ai furgoni portavalori, agli autoarticolati e nel riciclaggio di auto rubate. Il comune ofantino fu il primo della provincia di Foggia in cui, con la sentenza ‘Cartagine’ del 1997, venne riconosciuta la natura mafiosa di un’organizzazione criminale, nello specifico quella facente capo ai fratelli Piarulli e a Giovanni Ferraro (morto in carcere nel febbraio del 2001). I clan cerignolani non disdegnano i rapporti di collaborazione con le altre realtà criminali, come la ‘Società’ foggiana, per il traffico di stupefacenti, per la disponibilità di ingenti quantità di droga ottenuta grazie ai collegamenti con l’Hinterland milanese. Infine c’è la mafia dell’area garganica, che merita un capitolo a parte per la sua struttura capillare.

La mafia garganica

Tre i territori individuati: l’area di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata, quella di Apricena, San Marco in Lamis, San Nicandro Garganico e Cagnano Varano, e infine quella della fascia costiera nei territori di Vieste e Peschici.

A Monte Sant’Angelo c’è il clan dei montanari; una organizzazione operante da decenni capace di trasformarsi da aggregato criminale legato al mondo pastorale (e dedito al furto di bestiame) a realtà mafiosa ben strutturata. Un clan su base familiare con sede a Monte Sant’Angelo che, non a caso, nel 2015 fu il primo comune della provincia di Foggia a essere sciolto per infiltrazioni mafiose. A Monte Sant’Angelo è divenuta storica la faida tra le famiglie Alfieri-Primosa e quella dei Li Bergolis (che vinse il conflitto), iniziata nel 1978 con l’omicidio di Lorenzo Ricucci. A partire dagli anni ’90 le mire espansionistiche del clan dei montanari scendono a Manfredonia, dove assumerà il controllo delle attività illecite più ‘tradizionali’ come estorsioni e droga, grazie alla preziosa alleanza con i Romito. A giugno del 2004 si verificherà la più vasta operazione di contrasto alla criminalità garganica (l’Operazione ‘Iscaro-Saburo') al termine della quale verrà riconosciuta per la prima volta la natura mafiosa del clan facente capo ai Li Bergolis. Un gruppo che, al pari di quello cerignolano, non ha mai disdegnato i rapporti di collaborazione con le altre realtà criminali della Capitanata. Come dimostrò l’Operazione ‘Blauer’, che consentì la cattura del boss latitante Franco Li Bergolis, la Corte d’Appello confermò il riconoscimento dell’aggravante mafiosa all’attività di favoreggiamento della latitanza del boss, perpetrata da Emiliano Francavilla, uomo di vertice del clan Sinesi-Francavilla.

A San Nicandro divenne purtroppo storica anche l’acerrima rivalità tra le famiglie Ciavarella – anch’essa alleata con il clan dei montanari – e Tarantino. Emblematico quanto accadde nel 1981, quando cinque membri della famiglia Ciavarella (Matteo, la moglie Incoronata Gualano, e i figli Nicola, Giuseppe e la piccola Caterina di soli cinque anni) sparirono nel nulla, forse nascosti in una grava o peggio ancora, dati in pasto ai maiali. Per quei cinque delitti Giuseppe Tarantino fu condannato all’ergastolo: i cinque omicidi furono una vendetta nei confronti di Ciavarella, che aveva testimoniato contro un fratello di Tarantino per un furto di bestiame. Da quel momento si diede il via a una furiosa guerra che portò a 17 omicidi, compresi tutti gli otto fratelli di Giuseppe Tarantino.

Nell’area costiera è presente un’altra organizzazione capeggiata per anni da Angelo Notarangelo, detto ‘Cintaridd’, ucciso nel gennaio del 2015.

L'ultima parte: le mafie foggiane oggi

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