Nata prematura con un peso di appena 486 grammi: ecco la storia coraggio di Anna Pia

Coniugi foggiani raccontano la loro storia attraverso gli occhi di Anna Pia, la bambina nata prematura e con un peso di appena 486 grammi. "Mamme non mollate, non arrendetevi ma lottate"

Nella foto Anna Pia

Un bambino su dieci nasce prematuro, prima della 37esima settimana di gestazione e con un peso inferiore a 2,5 kg. In occasione della giornata internazionale pretermine, due coniugi foggiani hanno voluto raccontare la loro storia attraverso gli occhi di Anna Pia, oggi di 11 mesi, nata prematura con un peso di appena 486 grammi. Hanno deciso di aprirsi al mondo per aiutare altre coppie a non mollare, a non fermarsi alle prime difficoltà, a credere in quel dono del Signore, a non avere paura.

LETTERA. Ciao a tutti mi chiamo Anna Pia e sono nata all’1.50 del 26 gennaio scorso: pensate, pesavo appena 486 grammi. Ora prestate molta attenzione, vi racconto la mia storia.

Mamma e papà desideravano tanto avere un figlio. Ci hanno provato per diversi mesi fino a quando ci sono riusciti: era il luglio 2013. Purtroppo, durante la gravidanza, mia madre ha avuto delle perdite di sangue e alla decima settimana il distacco della placenta di due centimetri. Ho lottato sin da subito perché volevo vivere e perché capivo che loro mi amavano già così tanto. Con un po’ di riposo e adeguate cure, le cose sono andate bene fino alla 21esima settimana, quando mia madre ha scoperto di attendere una femminuccia ma che pesavo soltanto 313 grammi, così poco che il medico le chiese se avesse avuto il distacco della placenta, rimandandola a casa e fissando una nuova visita, sostenendo che portavo una settimana di ritardo.

Fu così che mia madre cominciò a preoccuparsi e si rivolse a mia zia e ad alcune amiche chiedendo informazioni sul peso dei loro bimbi al momento della morfologica (500 grammi di media). Pensando che il mio potesse dipendere dalla settimana di ritardo, e sentendomi monella e in movimento, la mamma si tranquillizzò. Quando tornò in ospedale per una visita, il medico cominciò a farle strane domande, concludendo che si sarebbe dovuta sottoporre a nuova morfologica, perché in un mese avevo preso poco meno di cento grammi.

All’esito della seconda morfologica sostenne che mia madre dovesse ricoverarsi per via di una trombosi alla placenta e che non sarebbe servito andare in un altro ospedale. Al rientro a casa mamma decise invece di consultare un dottore, che gli confermò il tutto. Il giorno successivo, all’esito dell’ecografia, la diagnosi fu impietosa: il sangue alla placenta non scorreva regolarmente, ma probabilmente non avevo subito danni.

Io facevo di tutto per far sentire il battito del mio cuore alla mamma, per tranquillizzarla. Poi un sabato mattina il primario la chiamò e provò a farle capire che probabilmente non ce l’avrei fatta. Il giorno successivo, dopo un’altra ecografia, quasi la convinse che sarei rimasta cerebrolesa, tale da spingerla a pensare di procedere a un aborto terapeutico. Nel frattempo, chiusa nella pancia,  ascoltavo, piangevo dal dolore ma stavo bene e non volevo morire. Facevo di tutto per farglielo capire.

Mia madre era molto combattuta, mentre io ero felice perché due ostetriche avevano provato a convincere i miei genitori a non fermarsi, ad andare avanti. Il giorno successivo la mamma si trovò di fronte a un bivio, quando il primario le chiese di decidersi se fare il cesareo o andare a casa, perché avrebbero dovuto allertare la terapia intensiva. Nonna e papà si precipitarono in ospedale per discuterne, mentre nel frattempo i medici sostenevano che sarebbero dovuti intervenire in fretta per limitare i danni, che sarei nata cerebrolesa e che forse non ce l’avrei fatta.

E così, mentre uno dei medici ci prospettava la soluzione peggiore, sostenendo che la cosa migliore sarebbe stata quella di farmi morire nella pancia, mia madre si affidò invece alla volontà del signore. Firmò le dimissioni e andò a casa, ottenendo ugualmente la possibilità di fare i tracciati quasi quotidianamente.

Al rientro a casa i miei contattarono un altro medio. Poi, di nuovo in ospedale per un monitoraggio, a mia madre venne nuovamente chiesto se avesse preso la decisione di fare o meno il cesareo. Ricordo che lei sorrise e rispose di non aver alcuna intenzione di farlo e che avrebbe corso il rischio. Nacque un alterco, dopodichè andò via e inviò documenti al Gaslini di Genova. Prima però, i miei decisero di recarsi a San Giovanni Rotondo. Fu proprio quel giorno che arrivò la telefonata dell’ospedale che ci disse di aver accettato il ricovero. I miei, prima di prendere una decisione, si recarono in chiesa a pregare, tra le lacrime e con l’ecografia tra le mani.

Avvicinandosi a Padre Pio, al quale aveva appena chiesto di salvarmi, mamma avvertì un segnale e stranamente ritornò a sorridere, a respirare aria di felicità. Era così felice che con mio padre andarono a pranzare in un ristorante, come a festeggiare. Qui decisero di partire per Genova.

Dopo tutti gli accertamenti, al terzo giorno di ricovero in terra ligure avevo il forte desiderio di nascere perché volevo che il mio papà mi vedesse prima di ripartire. Fu così che portarono mia madre in sala parto, dove poco dopo mi diede alla luce. Superata la prima fase critica, nella quale ricordo di essere stata aiutata a non perdere il respiro, mi ripresi e fui nuovamente affidata alle cure del medico e delle gentilissime tate.

Erano giorni di gioia, ma anche di preoccupazione. Per due volte nel giro di due settimane i medici mi intubarono. Fu proprio in questi giorni che dimostrati di non voler lasciare soli i miei genitori. Tra mille difficoltà, che non sto qui a raccontare, ho cominciato a star meglio, a bere e a stare sempre con la mamma, fino al 14 maggio quando mi hanno dimessa. Ora sono felice nella mia casetta con mamma e papà e porto con me il vivo ricordo dei dottori e del personale del Gaslini.

Care mamme e cari papà, ho voluto raccontarvi la mia storia per darvi forza, per dirvi di non arrendervi e di non mollare alle prime difficoltà. Andate avanti e quando non siete sicuri non fermatevi al primo parere. Lottate perché dopo saranno i vostri bimbi a farlo. Spero che la mia storia possa aiutare altre mamme alle prese con lo stesso problema. Capisco che non sarà semplice affrontare questa battaglia, che alcuni guerrieri cadranno e altri resteranno feriti, ma voi mamme non smettete di credere nei vostri guerrieri e soprattutto affidatevi ai dottori e alle infermiere, esattamente così come ha fatto la mia. Lasciatevi guidare da loro, che vi aiuteranno ad oltrepassare la porta del mondo e ad affrontarlo serenamente.

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