Lettori | Un viaggio nell'ex fabbrica del grano fatiscente e abbandonata

La denuncia sociale di Antonio Vitofrancesco arriva dopo la visita nel deserto dei silos dell'ex re del grano, Pasquale Casillo

In una città bella, piccola, calda e accogliente, con un po' di amore si sarebbero evitati parecchi scempi e tante persone non si sarebbero trovate in difficoltà. Inutile tirar fuori frasi come: ”la città siamo noi quindi quel che facciamo ci ritroviamo”. Non è sempre così, perchè se io faccio l'incivile e qualcuno mi punisce seriamente, domani non lo faccio più. Se ci ritroviamo in questo stato pietoso è colpa soprattutto di chi ci governa e dovrebbe garantire il buon vivere civile.

Sulla strada per andare al cimitero da anni si nota una enorme struttura abbandonata. E’ la fabbrica dell’ex re del grano, Pasquale Casillo. Vedendola mi sono chiesto: ”ma che ci sarà mai ormai li dentro? Macchina fotografica alla mano, ho deciso di addentrarmi in questa vasta area abbandonata per scorgerne i lati nascosti. Tra i tanti muri di recinzione e reti devastate, sono riuscito ad entrarvi, a mio rischio e pericolo. Dopo pochi passi ho visto un capannone enorme. Impaurito dal suo aspetto tetro, dinanzi a me ho scorto un vecchio furgoncino Fiat completamente devastato, istantanea della vecchia Italia forte e lavoratrice, ormai con le gomme sgonfie e malandata.

Poco più avanti c’era invece una Lancia prisma, anch'essa privata della sua anima. Tra i due mezzi, scarti di rifiuti quali scarpe, materassi, giacche, scatole di latta, funi, sedili di auto, escrementi ed elettrodomestici. Uscito da questo capannone mi sono ritrovato di fronte ai mastodontici silos del grano. Complice il tempo cupo e piovoso, mi è sembrato di essere in un campo di concentramento. A questo stabile hanno dilaniato gli organi funzionali, proprio come una bomba in Kosovo dilania gambe e mani ad bambino innocente.

Credo, e non so darmi altre spiegazioni, che siano state fatte demolire volontariamente scale e pianerottoli, forse per non permettere l'accesso ad extracomunitari bisognosi di un tetto. Rasi al suolo decine di muri al piano terra, oltre a balconi, porte, vetrate e solai. Poco più avanti, tra topi, macerie e sporcizia, ho visto un extracomunitario che stendeva i panni a un filo della corrente, che vedendomi si è spaventato.

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Fortunatamente si è sciolto e mi ha mostrato la camera in cui vive, se possiamo definirla tale. Dopo aver visto abbastanza, da quel posto sono andato via con un velo di tristezza mentre lui invece mi ha salutato con un “cià cumbà ci vedim statt bun!” e tanto di sorriso. Abbastanza da convincermi che al posto di quel ragazzo sudafricano meriterebbero di viverci altre persone. Foggia svegliati perchè vorrei tanto che non fossi cosi.

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