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L'infinito calvario di Anna. Famiglia sfrattata dopo 15 anni perché la casa "è una sala condominiale": "E' disumano"

Il Comune a ottobre si è reso conto che la famiglia viveva dal 2005 in un locale che non era adibito ad uso abitativo e che l'assegnazione provvisoria era scaduta dopo sei mesi. Il 30 gennaio dovranno lasciare la casa

Dalle baracche di via De Petra a una sala condominiale. Il calvario di Anna e della sua famiglia dopo 15 anni non è finito. Sono stati sfrattati anche da lì. Fine pena mai. Sono usciti dalle favelas foggiane nel 2015. Si era appena consumata una terribile tragedia nella baraccopoli accanto alla Figc: due gemelline erano morte nella culla e il quartiere fantasma era riemerso dalle viscere dell'emergenza abitativa. E solo allora, coi riflettori del dramma puntati su una vergogna, si era mosso qualcosa. Oggi sembra sparita di nuovo dall'agenda delle priorità.

Anna, con una bambina affetta da una patologia molto grave, ha combattuto per toglierla di là in un modo o nell'altro. "Se va male la faccio morire dignitosamente, in una casa fatta a casa", si era detta. È andata bene, per fortuna. Un bel giorno, arrivò la lieta novella: "Vi abbiamo trovato un appartamento".

Il 25 gennaio 2005, il sindaco Orazio Ciliberti e il dirigente Nicola Corvino firmavano un decreto di assegnazione temporanea di alloggio di edilizia residenziale pubblica, motivato anche dalla patologia della figlia che "non poteva continuare a vivere in un ambiente malsano".

Consegnavano alla famiglia le chiavi di un piano terra "destinato originariamente ad uso condominiale" nell'allora via Olanda, oggi via d'Addedda, in zona Macchia Gialla. Faceva parte dei 26 alloggi per anziani e portatori di handicap costruiti nell'ambito del Piano di Zona Ordona Lavello da Edil Centro, poco più in là sarebbe poi sorto il palazzo SperAnziani, costato altre tribolazioni agli aventi diritto.

Doveva essere una sistemazione temporanea, per convenzione valida 6 mesi, con la promessa verbale e non per iscritto di trovarne un'altra, anche perché era impensabile che in quel lasso di tempo potesse regredire la malattia o ribaltarsi la condizione di disagio.

C'era solo una lampadina al centro di uno stanzone, tutto qui. "Rispetto a una baracca in cui pioveva, una sala condominiale per noi era una reggia". La famiglia era in graduatoria, e aveva anche un bel punteggio con tre bambini. Anziché pagare l'affitto, avrebbero dovuto fare dei lavori per renderla abitabile. "Chi vi deve cacciare da lì, ci dissero, e io stavo tranquilla". Sono stati anni di sacrifici per aggiustarla, alzare muri, e ha inevitabilmente acquisito anche valore. Ad agosto dell'anno scorso hanno provveduto, a loro spese, alla coibentazione.

Nel frattempo si è ammalato anche il marito. Nonostante gli acciacchi, è un uomo che "non vuole vivere né di reddito di cittadinanza, né di buoni pasto. Si alza la mattina e pensa lui alla famiglia". I medici hanno certificato che necessita di "vivere in ambiente tranquillo senza stress e scompensi". Ma come si fa a stare col cuore in pace con la mannaia dello sfratto.

Il 27 ottobre è arrivata la diffida al rilascio del locale di proprietà comunale per occupazione senza titolo, a firma del dirigente del Servizio Politiche Abitative, atto propedeutico al decreto la cui notifica comporta l'esclusione dall'assegnazione degli alloggi di Erp.

Il Comune ha respinto le controdeduzioni e il dirigente, nella nota di riscontro del 13 novembre, è stato categorico: "Si precisa che trattasi di locale uso condominiale e non di alloggio. Le condizioni di disagio da lei invocate non legittimano il possesso del locale in questione". Ha fissato il termine ultimo per lasciare l'appartamento al 30 gennaio, una piccola proroga, unica concessione.

A quel punto, ha preso in mano il caso l'avvocato Maria Morelli che ha risposto al Comune, nonostante avesse dichiarato il procedimento concluso dopo la replica al precedente difensore, e ha contestato in toto la diffida. "Chi non ha ottemperato alla procedura è stato il Comune stesso all'epoca dei fatti - spiega l'avvocato Morelli - perché è vero sì che è stata effettuata una assegnazione provvisoria di sei mesi, però è altrettanto vero che l'impegno era di trovare un alloggio definitivo o comunque diverso rispetto ad un vano nato come sala condominiale".

Il Comune è stato inadempiente, a detta del legale. "In più, la manutenzione ordinaria e straordinaria, nel corso degli anni, è stata sostenuta solo ed esclusivamente dalla signora che ha dovuto adattare quel locale e ha apportato una serie di migliorie. Più volte la signora ha chiesto aiuto al Comune ma le è stato risposto che poteva fare lei tranquillamente ogni tipo di opera che apparisse necessaria all'immobile, a sue spese".

Da qui si evince, secondo quanto scrive l'avvocato Morelli, "l'incuria nei confronti della famiglia", e in particolare nei confronti del soggetto invalido. "Ho fatto presente che la signora verteva in una situazione particolare tale da autorizzarla a vivere in questo alloggio e che addirittura si è modificata in peggio, perché adesso oltre all'invalidità della ragazza abbiamo anche la situazione grave del marito. Inoltre, ho evidenziato che il Comune sin dal'inizio non ha svolto un percorso per così dire 'ortodosso', perché ha assegnato una sala condominiale ad uso abitazione, seppur per soli sei mesi. E ha permesso, anzi gli è convenuto, che la famiglia rimanesse lì per tutti questi anni. Siccome hanno sottolineato che questa è una sala condominiale e non un locale adibito ad abitazione, non si comprendono le ragioni di tutta questa urgenza, perché sicuramente non può essere assegnato ad altro nucleo familiare".

Maria Morelli ha seguito anche il caso della famigerata palazzina pericolante di via Rodi Garganico (poi abbattuta). Il Tar Puglia, allora, "ha sancito il principio fondamentale per il quale il Comune, quando si trova in una situazione particolare di contingenza per la quale si prevede lo sgombero di una famiglia, comunque deve garantire il diritto di abitazione e non può mandarla via senza darle un alloggio sostitutivo seppure provvisorio", fa rilevare l'avvocato. Rifacendosi a quel "principio sacrosanto del diritto di abitazione" propugna la tesi per cui il Comune debba trovare prima un'altra sistemazione.

Anna per poco non rimpiange la baracca. "Adesso si ricordano che è una sala condominiale". Eppure paga le tasse come se fosse un'abitazione. "C'è tutto il sangue di mio marito buttato là dentro, e viviamo lo stesso nell'acqua", perché per quanti lavoretti si provino a fare è un pianterreno che trasuda muffa da tutte le parti. Sempre meglio che vivere in una baracca. Anna ha lavato piatti per 17 ore di fila pur di far studiare i figli. "Non sono andata al Comune a chiedere soldi".

Esempio di dignità, i due genitori volevano insegnare ai figli a cavarsela da soli. Anna si è sentita dire che il marito lavora e c'è chi ha più bisogno di loro. In casa sono cinque. Con compostezza, si confida e racconta le disavventure di una vita, a volte indicibili per semplice discrezione. E stringe il cuore.

Anna si è lasciata consumare e sciupare dalle preoccupazioni e ora le resta solo la flebile speranza in un miracolo di Natale. "In due mesi come metto da parte i soldi, dove li vado a prendere? Noi campiamo con lo stipendio di mio marito". Guarda altre famiglie nella stessa condizione che non hanno ricevuto lo stesso trattamento. "Mi sembra una ingiustizia. Quello che stanno facendo è proprio disumano".

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