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Sabato, 21 Maggio 2022
Cronaca

Scarcerato l'ex capo della protezione civile Lerario: aveva ricevuto 10 e 20mila euro da due imprenditori

L'ex capo della protezione civile era stato arrestato in flagranza di reato dai militari della guardia di finanza, in via Gentile a Bari, con l’accusa di corruzione per via di due presunte tangenti da 10mila euro come “regalo natalizio” e 20mila euro “per un debito di riconoscenza” ricevuti dagli imprenditori Luca Leccese di Foggia e Donato Mottola di Noci

Mario Antonio Lerario lascia il carcere dopo tre mesi di detenzione, per via del provvedimento di scarcerazione firmato dalla presidente Giulia Romanazzi. I giudici del tribunale del Riesame di Bari hanno accolto l'appello cautelare proposto dal legale difensore del 49enne di Acquviva delle Fonti, l'avvocato Michele Laforgia, contro il provvedimento con il quale il 19 gennaio scorso il giudice per le indagini preliminari di Bari, Anna Perrelli, aveva rigettato l’istanza di sostituzione della misura cautelare. Non era bastata la motivazione delle dimissioni dalla Regione Puglia dopo l’arresto in flagranza di reato del 23 dicembre 2021 compiiuto dai militari della guardia di finanza, in via Gentile a Bari.

L'ex capo della protezione civile è accusato di corruzione per via di due presunte tangenti da 10mila euro come “regalo natalizio” e 20mila euro “per un debito di riconoscenza” ricevuti dagli imprenditori Luca Leccese di Foggia e Donato Mottola di Noci. Lerario è indagato insieme ad altre sette persone tra cui un funzionario regionale e sei imprenditori nell’ambito di una inchiesta della Procura di Bari sugli appalti della protezione civile relativi all’emergenza sanitaria. Corruzione, turbativa d’asta e falso sono i reati ipotizzati dal procuratore Roberto Rossi e dall’aggiunto Alessio Coccioli.

I motivi della custodia carceraria

Il gip aveva definito la custodia carceraria - “per la gravità e reiterazione dei fatti...", la sola misura idonea, adeguata e proporzionata ad assolvere funzioni efficacemente contenitive. Nell’ordinanza la dottoressa Anna Perrelli aveva evidenziato altresì la “elevata pericolosità sociale”, di “spregio assoluto dimostrato per la funzione pubblica rivestita” e la “protervia della condotta delittuosa che ha continuato a porre in essere anche con la consapevolezza di indagini in corso pur di conseguire gli indebiti profitti che si prefiggeva”. In sede di interrogatorio di garanzia era emersa l’esistenza di un carico pendente per il delitto di corruzione presso il Tribunale di Potenza, circostanza che secondo il gp "connota in senso decisamente negativo la personalità dell’indagato, il quale non ha fatto tesoro delle pregresse esperienze giudiziarie se non la spinta a commettere reati della stessa indole”.E ancora, “né meno significativo in merito alla irrefrenabile capacità a delinquere del Lerario è il tentativo di eludere le investigazioni attraverso la “bonifica” del proprio ufficio da microfoni e videocamere e con l’adozione di condotte precauzionali (quali ad esempio incontrarsi fuori dai luoghi di lavoro o parlare all’esterno dell’autovettura) al fine evidente di sottrarsi ad eventuali captazioni”.

La rivelazione delle microspie

Il 12 gennaio scorso il personale del nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza di Bari aveva proceduto all’esecuzione di una perquisizione locale disposta dalla Procura della Repubblica nei confronti di un giornalista redattore del servizio stampa della giunta regionale Puglia, indagato per le ipotesi di reato di concorso in rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio nonché favoreggiamento personale. Il provvedimento è finalizzato all’acquisizione di elementi probatori utili alla compiuta identificazione di un pubblico ufficiale che avrebbe rivelato - secondo l’ipotesi accusatoria e allo stato delle indagini - al redattore, l’esistenza di tre dispositivi di captazione ambientale allocati in uffici della Regione Puglia in uso a Mario Antonio Lerario. Lo stesso redattore avrebbe informato l'ex dirigente regionale della presenza delle “cimici”, aiutandolo così a eludere le investigazioni della polizia giudiziaria.

Le tangenti degli imprenditori arrestati

Nel corso degli interrogatori di garanzia, lo ricordiamo, l’imprenditore Luca Leccese di Foggia avrebbe ribadito la tesi del “regalo di Natale” come forma di ringraziamento per un appalto da 2,5 milioni di euro ottenuto dalla sua società per dei lavori al Cara di Borgo Mezzanone. (video, intercettazioni e dettagli).L’imprenditore di Noci aveva invece confermato di aver consegnato di sua spontanea volontà, senza che vi fosse alcun accordo preventivo, la "mazzetta" nella "manzetta’", “per un debito di riconoscenza” nei confronti della famiglia del dirigente, per ragioni personali. Alla società affari con la protezione civile, la Dmeco Engineering srl con sede a Gioia del Colle, da mese di settembre 2020 all’agosto 2021, la protezione civile aveva affidato una serie di appalti riguardanti tutti la stessa tipologia di lavori. Dalle carte dell’inchiesta è emersa “una fitta rete di rapporti con Lerario, aventi ad oggetto anche agevolazioni per l’ottenimento di certificazioni a mezzo di interventi su responsabili della protezione civile operati dallo stesso Lerario” (tutti i dettagli e l’intercettazione audio).

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